Claudio Caprara, giornalista e creativo di comunicazione di grande esperienza, oltrechè compagno di militanza della FGCI e del PCI degli anni lontani, ha proposto nei giorni scorsi sul proprio blog una analisi dedicata al Sindaco di Salerno appena eletto per la quinta volta dopo 10 anni passati alla guida della Regione Campania, riflettendo sulla sua longevità politica e provando a confutare sia una lettura macchiettistica del fenomeno – parte di una visione trita della meridionalità, della napoletanità, masaniello…. – e sia di una lettura viziata da ideologismo e moralismo che lo ridurrebbe solo a fenomeno di potere. ( https://open.substack.com/pub/claudiocaprara/p/il-deluchismo-non-e-un-mistero?utm_campaign=post-expanded-share&utm_medium=web ).

In buona sostanza, dice Caprara, con una forte dose di buon senso tutto emiliano, per durare così a lungo e per mantenere livelli di consenso così alti, in lui ci deve essere del buono e il PD farebbe bene ad assumerlo come riferimento positivo.

Ora, che un fenomeno così duraturo non sia classificabile alla luce di una sola variabile è indubbio. Così come sono altrettanto indubbie doti di tenacia, di fiuto, di capacità politica.

Ma arrivati qui mi fermerei, caro Claudio. Perchè altrimenti si va sul terreno opposto e non si capisce perchè non ci si ponga la domanda conseguente: ma se è così virtuosa, politicamente parlando, questa storia, perchè non diventa essa l’emblema PD? Perchè continua a trovare resistenze, opposizioni,anche radicali, dentro il PD oltrechè fuori?

Non è che ‘vincere’rappresenti una categoria di giudizio assoluto.

Di sicuro, rappresentano una espressione forte di modernità il giudizio tranchant, l’irrisione dell’avversario politico, la ridicolizzazione della posizione diversa, il tono alto, sopra le righe, il turpiloquio, la verbosità polemica….tutte cose praticate in sommo grado dal Nostro ed espressione della deriva più generale del confronto pubblico di cui egli è espressione e concorrente al tempo stesso.

Caprara lega la sua figura a tutto un filone di dirigenti comunisti meridionali che, senza alcuna puzza sotto il naso,sapevano parlare con il popolo, sapevano ‘sporcarsi le mani’ nella realtà: Valenzi, La Torre, Napoleone Colajanni…

Insomma…Ci andrei piano.

Io ci vedo invece una drastica cesura proprio nella concezione e nella pratica della politica.

In quel caso, il dirigente politico era popolare, cercava di essere espressione di quel popolo che voleva rappresentare – dentro uno sforzo che, non dimentichiamolo, era radicalmente collettivo – e non rinunciava ad una certa funzione pedagogica della politica, a combattere depositi e incrostazioni egemoniche delle classe dominanti negli strati popolari; erano popolari ma lottavano a viso aperto contro il plebeismo.

In questo caso, invece, siamo sul terreno, questo sì populistico, del solleticare gli istinti più bassi e immediati diffusi nella società ai quali si offre la sponda, protettiva e paterno/paternalistica del capo che, lui sì che sa come si fa…In un meccanismo che non è dissimile dalla destra.

E, sempre a differenza di quelle altre generazioni che difficilmente, lo ripeto, sono avvicinabili all’esempio presente, il rapporto con il popolo non è quello dell’organizzazione della sua liberazione, del riconoscimento dei suoi bisogni e delle sue istanze partecipative ( perdita di tempo allo stato puro…), ma quello invece della protezione individuale, della risposta al problema singolo, dell’uso a questo fine dell’enorme potere che la Regione e le istituzioni in genere rappresentano. Sollecitazione di un voto di protezione, quando non anche voto di scambio direttamente.

E pur ricordando a tratti il vecchio trasformismo meridionale, ma rappresentando in questo caso anche una espressione di modernità, la cultura istituzionale-di governo-politica che esprime si presenta come un impasto che assorbe tutte le culture dello spettro politico, le fonde, le assimila e le trasforma in una versione radicale di esercizio del potere: se si fa la storia del personale politico che le sue liste civiche mobilitano, dalle Regionali alle Comunali, vi si ritrova un ceto che è passato da tutti i partiti e che, imperituramente al potere fa di tutto per rimanervi.

Azione questa corrosiva di ogni dimensione collettiva della politica, di destrutturazione delle forme partito, a cominciare dal proprio, segnando in questo un mutamento di fase: dal Partito personale, felice espressione degli studi di Mauro Calise, siamo passati, come la definisco io, alla Persona partito. Tipico il consigliere regionale, che organizza la propria filiera di relazioni verso il basso ( consiglieri comunali, sindaci, amministratori di società pubbliche, personale politico locale ), e verso l’alto (il governo regionale, correnti nazionali di partito e figure di governo nazionale ). Fino al punto che ad esempio, anche nelle ultime elezioni comunali napoletane, ogni Consigliere regionale importante ha il suo candidato sindaco e la lista di consiglieri che fa riferimento a lui, in una lotta asperrima per il consenso. E quel sindaco, o quel consigliere di quel comune, protetto dal consigliere regionale poi, quando verranno le nuove Regionali, sarà suo sostenitore territoriale. Legami, relazioni che si consolidano al di fuori di ogni dimensione politica e di idee ma solo sul terreno personalistico.

E così, tanti consigli comunali si ritrovano esposti alle influenze delle organizzazioni criminali che condizionano ancora la vita locale e tanti sono i comuni sciolti o in crisi.

Eccola così questa longeva politica che da esercizio del governo per organizzare l’evoluzione della società diventa strumento di autoconservazione del potere, di ceto politico insediato nella società anche ma con l’attivazione di dinamiche regressive.

Sono stati scritti libri da valenti studiosi che ne hanno analizzato il fenomeno ( da ultimo Il Monarca, curato da Massimiliano Amato e Luciana Libero ).

Cosa ci sia di virtuoso in un modello del genere faccio difficoltà a vederlo.

Tanto più se ragioniamo poi sui contenuti dell’azione di governo.

Sarebbe certo sciocco caricare sulle spalle di un Presidente di Regione o di un Sindaco tutti i problemi del suo territorio.

Ma certo non se ne può chiamare fuori, tanto più quando hai alle spalle una esperienza digoverno edi amministrazione, senza interruzioni,ultratrentennale oramai.

E qui emergono le contraddizioni più evidenti proprio sul terreno dei risultati di governo e di amministrazione.

Dieci anni dopo di governo regionale, la Campania è la terza in Italia per consumo di suolo; vi si vive mediamente tre anni in meno rispetto al Nord ( un decennio fa il rapporto nord-sud era esattamente inverso );la sanità è più privatizzata; risorse enormi comunitarie non hanno trovato il modo, pur disponibili, di essere spese lasciando definanziati progetti importanti sul terreno ambientale, produttivo, sociale. Il trasporto pubblico regionale su ferro è in ginocchio. Nella Salerno modello di buon governo, si continuano a programmare e a costruire migliaia di nuovi insediamenti abitativi mentre la città continua a perdere abitanti.

E quel che mi preme sottolineare, soprattutto per chi Campano non è, è che dietro queste evidenze c’è il risultato di un blocco di potere che in questi anni si è consolidato incentrato su rendita fondiaria classica e sull’impresa del cemento e del mattone. Mentre a Napoli, la situazione non è diversa ma forse più raffinata: qui, con il concorso diretto di parte dell’Accademia che, nella crisi dei partiti, si è fatta politica diretta, si sta consumando l’integrazione passiva di Napoli, a cominciare da Bagnoli, nei processi di valorizzazione finanziaria globale: e questo riguarda invece propri la guida della Città metropolitana.

Eccola la crisi della politica. E l’affermarsi di dinamiche familistiche spinte diffuse. E tutto questo alimenta non voto, disillusione. La quasi scomparsa di voto d’opinione. Anzi, questa realtà allontana sempre più voto e partecipazione.

Si può penssre di vincere le prossime politiche senza rimobilitare i milioni di elettori che si sono nel tempo ritratti mentre i giovani, così disposti all’impegno generoso, guardano a tutto questo con distacco?

La Segretaria del PD ha provato generosamente a cambiare strada rispetto a questa situazione.

Ma non è riuscita a darsi spazio e occasione per elaborare una cultura politica nuova, di critica della modernità neocapitalistica e di nuove forme del fare politica: entrambe sembrano fuori dall’orizzonte costitutivo del PD. E, come è successo nelle ultime Regionali, insieme ai 5S, ha legittimato appieno queste pratiche: in vista delle Politiche, vincere era importante. E lo stesso nel passaggio delle comunali: e quindi, per non dare fastidio al ritorno del padre, il figlio, dventato nel frattempo segrtario regionale di quel partito che si delegittima costantemente, può ben avallare che nella sua città il PD non presenti neanche la sua lista…

Eccola dunque la contraddizione irresolubile nell’attuale quadro: si ha timore di fare chiarezza sulla politica /pura gestione potere, anche per paura di perdere voti, ma questo comporta, però, la perdita ovvero il non recupero di consensi molto più ampi dal non voto, dal voto d’opinione e dal voto non legato a logiche particolaristiche.

Nonostante gli scalpitii dei riformisti in sofferenza ( cattolici ? Bisognerà tornare su questa fibrillazione politica centristico-cattolica che però tace sulle posizioni più coraggiose assunte in questi anni proprio prima da Francesco e ora da Leone…anzi, si imbarazza….); l’intraprendenza di una nuova classe di amministratori che, con una cura dell’immagine più da casting cinematografico che da protagonisti dell’agone politico, si candida ad aggregare nuove gambe del centrosinistra, come la Sindaca Salis e l’Assessore Onorato; lo sgomitare di correnti, gruppi e potentati; i contorcimenti sulla leadership per la quale vi sono diversi e legittimi aspiranti, è probabile che si riuscirà a costruire questa sorta di Union sacrèe allargata.

E c’è perfino da sperarlo

L’obiettivo di battere questa destra così proterva e per tanti versi pericolosa lo merita.

Provandoci anche a contraddizione non afffrontata? Auguri! A tutti noi!

Ma, in ogni caso, quella contraddizione irresolubile rimarrà e diventerà sempre più esplosiva.

Gianfranco Nappi

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