Carlo Falcone
Buonasera a tutte e a tutti e benvenuti a SUDD. Ringrazio Marialuisa Faella, Anna Maria Carloni, Iaia De Marco, Francesco Lastaria e tutti voi che avete scelto di essere qui questa sera. L’incontro nasce dalla presentazione di un racconto pubblicato sul numero 44/45 della rivista Infiniti Mondi, ma credo che sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un appuntamento letterario. Il titolo scelto da Marialuisa, L’ago della speranza. Oltre lo specchio, il coraggio di ricucire il tempo, contiene già una metafora molto potente. C’è uno specchio, nel quale prima o poi siamo costretti a guardarci. C’è un filo, che può spezzarsi. E c’è un ago: uno strumento piccolo, quasi insignificante, che però può tenere nuovamente insieme ciò che sembrava destinato a separarsi. C’è una domanda che mi accompagna da tempo e che la lettura di questo racconto mi ha fatto tornare alla mente con particolare insistenza: che cosa resta di noi quando la vita modifica, talvolta brutalmente, l’immagine che avevamo costruito di noi stessi? Noi pensiamo di conoscerci attraverso il lavoro che facciamo, la famiglia che abbiamo costruito, le persone che amiamo, il ruolo che ricopriamo nella società. Ci guardiamo nello specchio e crediamo di vedere un’identità stabile. Poi accade qualcosa. Perdiamo un lavoro. Finisce un amore. Muore una persona che consideravamo indispensabile. Arriva una malattia. Il nostro corpo non risponde più come prima. E quello specchio improvvisamente ci restituisce un’immagine che non riconosciamo. È da qui, credo, che bisogna partire per parlare del racconto di Marialuisa. Perché quella raccontata è certamente la storia di una donna, ma sarebbe un errore considerarla soltanto una vicenda personale. Dentro questa storia c’è una questione molto più grande: il rapporto tra l’individuo, la propria dignità e la propria libertà. C’è una donna giovane, creativa, indipendente, innamorata del proprio lavoro, che perde progressivamente quella autonomia. Arrivano la maternità e la felicità dei figli, ma insieme si restringe anche il suo spazio personale. Poi la crisi del matrimonio, il lutto, la solitudine, la malattia. E quella casa che avrebbe dovuto rappresentare protezione diventa, nelle sue parole, un “castello di gelo”. E allora nasce una domanda scomoda: quando cominciamo a perdere la libertà? Nel momento in cui qualcuno ce la sottrae oppure nel momento, molto più difficile da riconoscere, in cui noi stessi smettiamo lentamente di esercitarla? Perché la libertà non è soltanto assenza di costrizione. Ha bisogno di condizioni concrete: autonomia economica, relazioni, riconoscimento sociale, possibilità di scegliere della propria vita. Ed è qui che il racconto di Marialuisa incontra profondamente anche una parte della mia esperienza. Da molti anni, attraverso la Cooperativa Sociale Arte Musica e Caffè, l’esperienza dello Sfizzicariello e oggi PraticaMente, incontro persone che, per ragioni molto diverse, hanno conosciuto la fragilità, l’isolamento, la difficoltà delle relazioni, la dipendenza dagli altri. E questa esperienza mi ha insegnato una cosa che considero fondamentale: una persona non coincide mai con la propria fragilità. Una diagnosi non è una persona. Una disabilità non è una persona. Una malattia non è una persona. Una crisi familiare non è una persona. Una sconfitta non è una persona.
Prima di tutto c’è un essere umano, con una storia, desideri, capacità, paure, talenti. E soprattutto con un bisogno che forse precede tutti gli altri: essere riconosciuto. Essere visto. Ed è qui che il discorso diventa inevitabilmente politico. Non politico nel senso delle appartenenze o degli schieramenti, ma nel significato più profondo della parola: quale società vogliamo costruire? Quale città vogliamo essere? Quale posto riconosciamo alla fragilità nella nostra comunità? Viviamo in un tempo che esalta la prestazione. Dobbiamo essere efficienti, veloci, produttivi, competitivi, possibilmente sempre giovani e sempre felici. Ma la vita reale non è così. La vita reale è fatta anche di inciampi, malattie, lutti, fallimenti, dipendenze, momenti nei quali ciascuno di noi può avere bisogno di qualcun altro. La fragilità non riguarda “gli altri”. Non esiste da una parte la società dei forti e dall’altra quella dei fragili. La fragilità appartiene alla condizione umana. E allora penso anche alla nostra città. Una città può avere metropolitane, università, piazze riqualificate, grandi eventi, investimenti. Tutto questo è importante. Ma una città diventa veramente civile quando riesce a vedere chi normalmente non viene visto: una persona con disabilità, chi vive una sofferenza psichica, l’anziano rimasto solo, una famiglia che non riesce più a sostenere il peso dell’assistenza, un giovane che si chiude progressivamente nell’isolamento, una donna che perde la propria indipendenza, una persona che scopre improvvisamente che la malattia ha ristretto il proprio mondo. Per questo trovo particolarmente potente la metafora che attraversa il racconto di Marialuisa: il restauro. Chi restaura conosce una verità che forse dovremmo applicare anche alle persone e alle comunità. Restaurare non significa cancellare il tempo. Non significa fingere che una stoffa antica sia nuova. Non significa eliminare ogni traccia della ferita. Significa riconoscere ciò che è accaduto, rispettarne i segni e provare a restituire forza senza cancellare la storia. Nel racconto c’è un momento bellissimo: Marialuisa ritorna nel suo laboratorio e comprende che, mentre l’ago entra nella trama sfilacciata, sta in qualche modo ricucendo anche sé stessa. Il restauro le insegna che non si può forzare il tempo di una stoffa senza rischiare di distruggerla. E così impara anche a rispettare il proprio tempo.
Credo che qui ci sia una grande idea della cura. Curare non significa necessariamente guarire. Talvolta significa accompagnare. Significa rispettare i tempi. Significa aiutare una persona a trovare una nuova misura della propria esistenza. Ed è anche la differenza che vedo tra assistenza e inclusione. L’assistenza risponde a un bisogno. L’inclusione riconosce una persona. L’assistenza qualche volta è necessaria, persino indispensabile. Ma se diventa l’unica risposta rischia di trasformare l’individuo nel destinatario permanente dell’aiuto altrui. L’inclusione, invece, prova a restituirgli uno spazio, una responsabilità, una possibilità di scelta. Prova a dire: tu non sei soltanto qualcuno di cui dobbiamo occuparci; sei qualcuno con cui dobbiamo costruire una parte della nostra comunità. Ed è questo che riguarda anche SUDD. Abbiamo parlato in questi anni di dignità umana, scuola, democrazia, diritti, città. Ma forse dovremmo tornare continuamente alla domanda originaria: che cos’è una comunità? È sufficiente vivere nello stesso territorio? Io credo di no. Una comunità nasce quando il destino dell’altro smette di esserci completamente estraneo. Nasce quando comprendiamo che persino la libertà individuale ha bisogno di legami. Può sembrare un paradosso, ma per essere veramente liberi abbiamo bisogno anche degli altri. Di qualcuno che ci riconosca, ci ascolti, ci offra un’occasione e, nei momenti più difficili, ci faccia capire che esiste ancora una possibilità. Naturalmente nessuno può restituirci interamente la libertà se, a un certo punto, non decidiamo anche noi di riprendercela. Gli altri possono accompagnarci, sostenerci, creare opportunità. Ma arriva un momento nel quale ciascuno deve recuperare il proprio ago, prendere il proprio filo e decidere che la propria storia non è terminata.
Ed è allora che la speranza smette di essere una parola consolatoria. La speranza non è aspettare che qualcosa cambi. La speranza è un atto. È una decisione. È guardare una ferita e scegliere di non farne l’unica definizione della nostra vita. È guardare una stoffa strappata e pensare che possa ancora avere una forma, una funzione, perfino una bellezza. Per questo considero il racconto di Marialuisa, oltre che personale, profondamente politico. Perché ci domanda quale società vogliamo essere: una società che nasconde le fragilità perché disturbano l’immagine del successo, oppure una società capace di includerle nella propria idea di umanità? Io credo nella seconda. Credo in una società nella quale si possa essere fragili senza perdere dignità, avere bisogno degli altri senza perdere libertà, attraversare una sconfitta senza diventare degli sconfitti. E credo in una Napoli capace di misurare il proprio futuro non soltanto attraverso ciò che costruisce, ma attraverso la qualità delle relazioni che riesce a generare. Perché possiamo restaurare un palazzo, rifare una strada, costruire una metropolitana, riqualificare una piazza. Ma se contemporaneamente lasciamo crescere solitudini, isolamento e disuguaglianze avremo forse una città più bella, non necessariamente una città migliore. E allora torno all’immagine dalla quale siamo partiti: l’ago. Un oggetto minuscolo. Quasi insignificante. Eppure, capace di tenere insieme parti che sembravano destinate a separarsi. Forse anche una comunità ha bisogno di molti piccoli aghi: associazioni, cooperative, famiglie, scuole, servizi pubblici, luoghi di cultura e persone che decidono semplicemente di non voltarsi dall’altra parte. Nessuno, da solo, può ricostruire l’intero tessuto. Ma ciascuno può tenere insieme una parte della trama.
La speranza non consiste nel credere ingenuamente che non ci saranno più strappi. Gli strappi ci saranno. La speranza consiste nel sapere che possiamo ancora prendere un ago, cercare un filo e ricominciare. Ma una comunità degna di questo nome dovrebbe aggiungere qualcosa: fare in modo che nessuno sia costretto a ricucire completamente da solo. Leonard Cohen ha scritto: “C’è una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce”. Forse il senso de L’ago della speranza è proprio questo: non cancellare le crepe, non vergognarsi degli strappi, ma conservare la forza di cercare ancora un filo. E, quando non riusciamo più a trovarlo da soli, sapere che c’è una comunità pronta ad aiutarci a ritrovarlo. Grazie, Marialuisa, per averci affidato la tua storia. E grazie a tutti voi per essere qui a condividerla.
Annamaria Carloni
Per me è una gioia e anche un’emozione presentare questo racconto perché a scriverlo è una compagna ed un’amica.
Maria Luisa è una di quelle persone che tutti vorremmo avere accanto. È solare, generosa, appassionata. Di quella passione bella, che non si spegne mai. È impegnata, politicamente e socialmente, da molto’ tempo . Insieme abbiamo lavorato in diverse campagne elettorali , condividiamo l’esperienza del gruppo donne meridiane , oggi impegnatissima con infiniti mondi a sostegno della bella e importante azione ambientalista di Rigenera .
Su di lei puoi contare, punto. E quando c’è da organizzare, da fare, da tenere insieme le fila… lei c’è, con una capacità che è un talento e anche una competenza di merito che lei si costruisce in ogni occasione . E tutto questo trapela in questo suo racconto . Che vi invito a leggere perché leggerlo è un po come sentirla parlare con passione e autenticità.
È la storia di un percorso che molte donne conoscono: tra forza e fragilità. Resilienza e riscatto sperimentando la forza delle relazioni.
Ago della speranza non è un’autobiografia, anche se si nutre di esperienze biografiche. È un racconto di rinascita anzi di più direi di trasfigurazione perché illumina il percorso di un un cambiamento radicale e spirituale.
ML sceglie una chiave potentissima e coerente: il restauro tessile. La protagonista non è una donna che racconta, è una restauratrice che ricuce. E ricucendo sete di San Leucio, velluti e trame sfilacciate, ricuce, rammenda se stessa.
È questa metafora – della ritessitura come metafora femminile della vita – a rendere il testo universale.
Non è la storia di una sola donna , è biografia di una generazione di donne che con il neo femminismo a partire da se , dalla scoperta che il personale è politico , ha cambiato la vita di ciascuna e fatto quella unica rivoluzione di successo del XX secolo. Una rivoluzione che resiste anche se oggi in molti vorrebbero riportarci nel medio evo.
Questa la trama del racconto – in cinque passaggi :
- Il Riflesso e l’Inciampo.
Davanti a uno specchio antico”dai contorni annebbiati, costellato di bolle di vita sbiadita”, una donna di 30 anni si vede ancora “splendida come una seta di San Leucio”, pronta a gridare: “È tutto mio il paradiso”. È il momento della vita che sboccia, dell’ascesa: lavoro creativo, indipendenza, spirito libero.
Poi l’inciampo, feroce con il sessismo brutale nei rapporti di lavoro : al ritorno dal viaggio di nozze, il licenziamento. Le viene detto :
“Lei è sposata da poco, vorrà un figlio. Non mettiamo in dubbio la sua professionalità, ma meglio una donna più giovane, con poche velleità e tanta buona volontà”.
Non più una stella che splende di gioia e di speranza ma una donna annullata e deprivata a cui viene detto: una vale l’altra e tu vali zero
È qui il primo grande tema del racconto, la maternità usata come pretesto e mezzo per metterti fuori gioco in un gineceo di nullità .
- Il Castello di Gelo.
Se il primo inciampo è sociale, il secondo è sembrerebbe più personale . Il matrimonio diventa prigione. Marialuisa lo dice con secchezza : “Non servono dettagli per descrivere il gelo di ciò che avvenne”. Il marito viene definito”un uomo troppo preso da sé e sicuro della sua infallibilità”che compie “un delitto perfetto per uccidere la mia umanità, il mio essere donna e madre”. La casa è “una cella frigorifera”, - Luci, Ombre e il Silenzio di una Madre.
A 40 anni la rinascita: un laboratorio tutto suo, la scommessa è di nuovo sull’autonomia e sull’indipendenza. Ma proprio mentre rifiorisce arriva il lutto. La figura della madre è centrale e bellissima: fragile, creativa spirituale , scrive poesie in napoletano e modella la creta in una cucina stretta e lunga _”con poca luce ma tanto calore”. Dopo la morte della madre , un incidente di lavoro, poi il crollo. E qui la frase che segna lo spartiacque esistenziale: “mi resi conto per la prima volta di essere rimasta da sola”. - L’Invasore Invisibile.
A 44 anni la malattia. Quella che sembrava depressione è fibromialgia. L’immagine è potente: una mattina d’inverno scende a comprare il giornale e “non riuscire più a leggere: le parole apparivano complicate”. Tre anni di dolore senza nome, di corpo che si gonfia “come una mongolfiera a causa dei troppi farmaci”. Fino all’incontro con il reumatologo che dice la verità: non c’è una bacchetta magica, c’è una convivenza da imparare. - Il Restauro dell’Anima.
Qui il cerchio si chiude. La cura non è solo farmacologica. La vera medicina è tornare in laboratorio. Con le mani che tremano, l’ago torna nella trama:
“Ogni volta che l’ago affondava in una trama sfilacciata, sentivo che stavo ricucendo anche me stessa”.
Il restauro tessile diventa etica per la vita : “devi rispettare il tempo del manufatto, non puoi forzarlo. Così imparai a rispettare il mio tempo”.
Perché questo racconto merita di essere letto:
Non è un memoriale del dolore. È un manuale di resilienza femminile Con una scrittura mai autocommiserativa, anche colta e che coinvolge i sensi .
Concludo indicando tre ragioni Per tre ragioni:
- Ha un linguaggio personale una scrittura sensitiva:
L’odore delle colle, la luce che danza tra i rocchetti, il Vesuvio “che tutto vede e tutto incanta”, il lungomare dove la protagonista “mangiava chilometri, nuvole e paesaggi”. È una scrittura tattile. - Trasforma i temi più personali e privati in temi politici. Licenziamento per maternità, violenza economica “una moglie e madre senza un conto in banca”, la violenza psicologica, la malattia invisibile come la fibromialgia il caregiving.
- Non offre un lieto fine, ma una conquista possibile frutto di un percorso di cambiamento i cui ingredienti sono l’investimento sulla propria autonomia e la forza simbolica della relazione con la madre che da senso e potenza alla propria maternità con rapporto sempre amorevole con i figli anche nei momenti più difficili.
L’immagine finale nello specchio è quella di una donna nuova con una diversa consapevolezza , spessore e responsabilità verso se stessa .
“Oggi, in questo laboratorio, il riflesso nello specchio non mi fa più paura. Non cerco più la principessa nel castello fatato; vedo una donna che ha attraversato il fuoco e ne è uscita con le mani sporche di lavoro e il cuore finalmente leggero”
È questo il coraggio del titolo: ricucire il tempo. Non cancellarlo.
Il libro si chiude con una dedica alla madre che è la chiave di tutto: se la madre non si è mai arresa pur non essendo mai stata felice, la figlia impara “ad essere se stessa stessa, libera nell’aria”_.
Il racconto di Maria Luisa e’ bello ed utile , soprattutto oggi, per le giovani donne che rischiano di convincersi che l’emancipazione sia un dato acquisito.
Oppure di abbandonarsi alla sfiducia , alla tristezza e ad un senso di impotenza in questo nostro tempo disumano e terribile.




