E’ questa una fase di intenso e proficuo dibattito, anche, ma non solo, all’interno del Movimento RIGENERA, su una serie di temi estremamente importanti, quali la Dieta Mediterranea, la produzione di alimenti, il turismo e il destino delle aree interne: temi tra loro intrecciati e che interessano in misura particolarmente rilevante il Cilento, la cui condizione può rappresentare un vero e proprio paradigma da questo punto di vista. Quando ho iniziato a frequentare questo territorio alla fine degli anni ’70, nell’area di Pisciotta-Palinuro, c’era ancora in zona il Club Méditerranée, circondato da un’aura di eleganza ma poi fatto fuori per le ambizioni prive di prospettiva dei proprietari di terreni e di case locali. A quel tempo, oltre Palinuro e Pisciotta, Pioppi, da alcuni anni residenza prevalentemente invernale e primaverile di illustri scienziati di fama internazionale, era l’altro paese costiero considerato luogo tranquillo, con un mare meraviglioso, perfetto per chi desiderava trascorrere vacanze rigeneranti e poco rumorose. Altri paesi lungo la costa cilentana iniziavano a trasformarsi da luoghi di pescatori in cittadelle di un turismo balneare via via più caciarone e di qualità decrescente. Nel frattempo, il Cilento interno, quello dedito tradizionalmente all’agricoltura e in questo ambito, per quanto possibile, produttivo, restava sostanzialmente ignorato, se non abbandonato a sé stesso, con i suoi problemi di viabilità, di dissesto idrogeologico e di difficile comunicazione digitale, da cui il progressivo allontanamento dei giovani in cerca di istruzione e di lavoro inesistente in loco.
Il riconoscimento UNESCO della Dieta Mediterranea
L’evento più importante – che ha rappresentato in certo senso una svolta rispetto alla condizione preesistente – occorso in questi luoghi negli ultimi 50 anni è stato a mio avviso il riconoscimento UNESCO della Dieta Mediterranea quale patrimonio immateriale dell’umanità, sopravvenuto nel 2010, insieme all’identificazione del Cilento come comunità emblematica della stessa. Questo riconoscimento ha favorito a livello internazionale la conoscenza del Cilento, anche grazie alla promozione del modello alimentare elaborato già a partire dagli anni ’70 dagli scienziati Ancel e Margaret Keys, che spesero a Pioppi molta parte dei loro ultimi quarant’anni di vita e fecero ampio riferimento nei loro lavori scientifici a ricette della tradizione locale, quella della terra che li ospitò, appunto il Cilento, così da generare l’assioma che quel modello rappresentasse il paradigma dell’alimentazione abituale delle popolazioni locali, “la dieta dei contadini”. In verità, le ricerche scientifiche più accurate svolte sul campo avevano disvelato più che altro, ancora negli anni ’50 e ’60, una condizione di importante insicurezza alimentare, dovuta alla difficoltà di accesso, per la maggior parte della popolazione, a un cibo sufficiente per quantità e qualità: solide testimonianze al riguardo sono lo studio di Rofrano condotto nel 1954 dal Prof. Massimo Cresta per conto dell’Istituto Nazionale di Nutrizione, le indagini alimentari condotte verso la fine degli anni ’50 da Ancel Keys e collaboratori e, a suggellare il tutto, gli scritti di Vito Teti, antropologo, docente dell’Università delle Calabrie.
Su quelle precarie condizioni di vita e di alimentazione si innestarono a valanga, a partire dagli anni ’70, gli effetti del boom economico nazionale, l’aiuto economico alle famiglie fornito dalle rimesse dei tanti figli del Cilento emigrati al Nord (o all’estero) abbandonando il lavoro agricolo per lavorare nell’industria o nei servizi, e poi, via via, verso la fine del secolo, ecco il mercato globale, l’agricoltura e l’allevamento intensivi, la grande distribuzione organizzata con l’invasione dei cibi ultraprocessati e l’arrivo di prodotti alimentari di ogni genere da ogni parte d’Italia e del mondo: tutto questo, una vera e propria rivoluzione, purtroppo di segno contrario alla direzione auspicabile per la tutela della salute, ha condotto alla perdita di significato della biodiversità locale e della stagionalità, cardini imprescindibili di una vera Dieta Mediterranea, e ha fatto sì che il livello di adesione a quest’ultima non sia mai realmente decollato.
Il turismo nel Cilento
Spiace dirlo: ciò che oggi rimane del modello pensato da Ancel e Margaret Keys è uno specchietto per le allodole utile alla promozione del turismo enogastronomico che, a guardar bene, è l’unico elemento, nel bene o nel male, che, a parte le bellezze dono della natura, caratterizza la corrente ospitalità del Cilento, con la sempre crescente proliferazione di esercizi votati alla ristorazione, spesso con un’organizzazione approssimativa, preoccupati soprattutto di venire incontro alle preferenze culinarie di turisti non molto consapevoli e non tanto desiderosi di seguire un modello alimentare salutistico nel corso del loro soggiorno. Cos’altro può attrarre il turista che, almeno in parte, voglia invece spendere le proprie vacanze per arricchire in qualche modo lo spirito, stando possibilmente alla lontana dalla congestione, dal traffico e dal rumore della città? Certamente una visita (per chi già non li conosca) ai templi di Paestum e al parco archeologico di Velia, magari la presentazione di qualche libro di buoni autori locali, qualche rara rappresentazione di opere del teatro greco nel solco della tradizione. Non molto di più, essendo venuti meno negli ultimi anni anche gli spazi, a suo tempo molto apprezzati, per spettacoli cinematografici e di buona musica all’aperto, sostituiti da eventi che, nella maggior parte dei casi, di culturale hanno poco o niente, ospitati nelle piazze cittadine, generando appunto problemi di traffico e rumore fino a tarda notte.
Si lamenta di tutto ciò quella parte non piccola della popolazione residente che non trae alcun vantaggio economico da questa forma di turismo; si lamenta quella parte di turisti, già citata, che sceglie di visitare il Cilento anche per esplorarne e assorbirne la cultura delle radici; si lamentano anche i non pochi imprenditori seri impegnati in un’agricoltura sostenibile e nella produzione di alimenti di vera eccellenza ma poco valorizzati; e si lamentano le non poche associazioni culturali che custodiscono con passione le tradizioni del Cilento antico. Sarebbero questi gli elementi da valorizzare da parte delle amministrazioni locali ponendoli alla base dell’offerta turistica e sforzandosi di attrarre l’attenzione dei visitatori verso le aree interne di questo meraviglioso territorio, alleggerendo l’impatto sulle zone costiere e sforzandosi di armonizzare le caratteristiche e le esigenze delle une e delle altre.
Necessità di un progetto complessivo con alla base il recupero della vocazione agricola
Soprattutto occorrerebbe sviluppare una visione e un progetto complessivo di crescita dell’intero Cilento, che lo affranchi dall’asservimento ossessivo al turismo balneare ed enogastronomico per puntare alla creazione di una struttura sociale ed economica solida, che favorisca l’impresa giovanile e faccia da contrasto all’abbandono e allo spopolamento del territorio, dovuto prima di tutto alla mancanza di opportunità di lavoro vero, e perciò stesso stabile, fonte di beni essenziali.
A questo scopo sarebbero da rivitalizzare innanzitutto la tradizionale vocazione agricola e la sapienza dei contadini che hanno scelto eroicamente di rimanere e di trasmettere a nuove generazioni la conoscenza e l’amore per la terra, eleggendo un modello di produzione degli alimenti sano e sostenibile come base delle attività economiche del territorio, potenziando le relative filiere di trasformazione e di conservazione, alleggerendo la componente amministrativa e burocratica attraverso efficaci centri di servizi, favorendo le possibilità di vendita disintermediata dei prodotti sui mercati locali. Un grande lavoro, un grosso impegno per le amministrazioni locali e l’amministrazione regionale, da sostituire agli abituali ed inutili, se non controproducenti, finanziamenti a pioggia slegati da un’organica progettualità.
Salvare i paesi
Su questi temi ha impattato di recente la proposta in 30 punti di Franco Arminio finalizzata a “salvare” i paesi dell’interno, tra i quali certamente anche quelli del Cilento collinare e montano. Senza entrare nel dettaglio delle singole istanze sollevate da Arminio, io credo che nei 30 punti ci siano molte idee condivisibili. Un passaggio cruciale è però il passaggio dall’enunciazione di principi alle proposte concrete e qui un po’ casca l’asino, in quanto questo passaggio richiede verifiche, approfondimenti, valutazioni di costi, fattibilità e verosimili ricadute di ciascun intervento. In generale, nell’ambito dei 30 punti, molti, troppi interventi dipendono da elargizioni auspicate di fondi pubblici a fondo perduto: questo io penso sia uno dei nodi centrali in quanto, inesorabilmente, le proposte così formulate si scontreranno con l’obiezione da parte della pubblica amministrazione della mancanza dei fondi necessari.
E’ inutile continuare a nascondersi, soprattutto da parte di coloro che, come Arminio coi suoi 30 punti, auspicano un profondo cambiamento, che per cambiare sono necessarie risorse anche ingenti, per reperire le quali è necessaria una riforma fiscale seriamente progressiva insieme a un serio contrasto all’evasione, evitando di menzionare continuamente provvedimenti una tantum tipo patrimoniali di difficile applicazione. Trovate le risorse, è anche auspicabile però che nemmeno un euro di fondi pubblici venga elargito, così come avviene oggi e come, in verità, sembra di vedere anche nelle proposte di Arminio, senza l’impegno concreto e verificabile da parte di chi riceve il sostegno a realizzare qualcosa che non sia semplicemente nel proprio esclusivo interesse, ma rientri nell’interesse della comunità, nel quadro di una seria e complessiva programmazione generale. Insomma: ti aiuto se t’impegni a far questo che serve alla comunità, altrimenti, da libero imprenditore, puoi fare della tua impresa ciò che preferisci, ma non puoi chiedere alla comunità di sostenerti per qualcosa che non è per la comunità prioritario. Insomma, i 30 punti possono anche andar bene, ma le domande alle quali si deve prioritariamente rispondere sono: siamo pronti a reperire le risorse attraverso una fiscalità seria? A fare una programmazione generale delle necessità e degli interventi in tutti i campi che lo richiedono (produzione di alimenti in primis, ma anche comunicazione, centri di servizi, viabilità, manutenzione del territorio, ecc.)? Siamo d’accordo che i fondi debbano essere attribuiti, coerentemente con la programmazione, sulla base di ciò che la comunità riceverà come ricaduta dell’intervento?
Si potrebbe obiettare che, rispetto all’andazzo corrente e consolidato, questi propositi rientrino nella sfera dell’utopia. Può darsi, ma è ancor più utopistico pensare che interventi più o meno isolati, che non rientrino in una programmazione complessiva e che non siano sostenuti dalle risorse economiche necessarie, possano produrre un reale cambiamento piuttosto che soddisfare piccoli interessi privati o tutt’al più di categoria. E’ proprio il caso di dire: chi vivrà vedrà.
Prof. Pasquale Strazzullo
Direttore scientifico, Associazione per la Dieta Mediterranea Ancel Keys – Pioppi
già Ordinario di Medicina Interna, Università di Napoli Federico II
Past-President, Società Italiana di Nutrizione Umana

