Agli organizzatori del sempre più bello e partecipato Sponz Fest di Vinicio Capossela che chiedevano a Luciana Castellina – voluta con forza ospite della edizione 2026 – su cosa tematizzare il suo contributo suggerendo una riflessione anche di carattere storico politico, Luciana ha risposto invece in modo netto: “ Voglio parlare di una cosa: Che fare?”
Interrogativo bruciante fissato in un tempo lontano da Vladimir Illic Lenin.

Che fare, si è così chiesta Luciana, fornendo la sua risposta che ha convinto una sala gremita: non attendere, non vivere di rimpianto per partiti che non ci sono più, non indulgere in un lamento permanente sulle inadeguatezze, che ci sono tutte, e perfino di più, in quelli che definisco partiti reali. No, nulla di tutto questo. Ma cercare altre vie, altri percorsi, altre pratiche per affermare una nuova politicità. E sono tante le esperienze che già vivono e operano nella società italiana e non solo. Una grande ricchezza della società civile. In questa ricchezza Luciana legge vitale il lascito di settant’anni di storia e di azione del PCI. Quella che a me piace definire una persistenza.
Nella sala grande dello Sponz Fest e poi in tutto il suo svolgersi, cosí come in esperienze come quelle di Franco Arminio ad Aliano con la Luna e i Calanchi, solo per citarne due a noi vicinissime, si mobilitano migliaia di persone. Giovani. Ragazze. Ma anche tanti di mezza età. E si tratta in larga misura di donne e uomini civilmente impegnati, di sinistra o di orientamento progressista più ampio, senza partito nella maggioranza dei casi. E che non cercano i partiti. E da essi comunque non sono cercati.
Ed è tra di essi che si ritrova anche una quota significativa di non voto. Per sfiducia verso i partiti. Per distanza tra loro idee e pratiche e idee e pratiche della politica, anche di quella che dovrebbe essere più vicina.
E allora, che fare?
Nella riflessione di Luciana c’è molto di concreto e di ‘in atto’.
Del resto noi stessi, con Infinitimondi e il Movimento Rigenera qui in Campania, siamo parte di questa dinamica.
Quindi credo la strada sia sicuramente quella.


E a vedere bene, c’è anche però una indicazione strategica, di teoria politica perfino: la rivoluzione non si fa dall’alto ma o vive del protagonismo della società,
della capacità di autogoverno degli sfruttati o non è. Tema antichissimo nel dibattito della sinistra che ricollega questa pulsione assorbente al fare all’interno di un intero filone di pensiero che si collega alla stagione consiliare operaia del 68-69; a Gramsci; a Rosa Luxemburg. Ed oggi a tutta l’esperienza del pensiero femminista e della differenza.
Poi certo, Luciana esplicitando il riferimento a Che fare di Lenin si riferisce anche al più alto esempio di capacità di agire nella contingenza, di incidenza del ruolo soggettivo nel cogliere nella realtà l’occasione, lo spazio, il varco nel quale inserirsi per rendere possibile quel che invece ai più appariva impossibile: e qui c’è anche però, come sempre nella grande politica, il massimo di direzione politica, di dall’alto. Come a dire che è sempre in un equilibrio tra i due movimenti che va individuato il processo da far andare avanti. Del resto, la Rivoluzione nacque come dei Soviet, a indicare esattamente la svolta radicale di un governo coinvolgente e dal basso. Poi non è andata così dopo Lenin. Anzi per tante ragioni che non è questa la sede per esaminare, interne ed esterne, si è mossa progressivamente in contraddizione sempre più netta con questa premessa. Ma quella radice caspita se era feconda.

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E che fare invece nella contingenza elettorale che si avvicina?

Lo Stato non è più il Palazzo d’Inverno da conquistare, e già Gramsci ce lo diceva spingendo a riflettere su come la società civile occidentale avesse una trama più fitta che in oriente, che le forme del potere fossero più articolate e che quindi fosse necessario un lavoro di più lunga lena, che chiamava in campo anche una inusitata capacità di lavorare sulle idee, di produrre egemonia, di ina trasformazione molecolare….E oggi lo è ancor di più con lo Stato svuotato di funzioni, con poteri reali trasferiti in soggetti irresponsabili dal punto di vista democratico e collocati lontanissimi da te, dopo la sconfitta del ‘900.
E ancora, che fare di fronte ad una democrazia che da progressiva si è ristretta nei suoi angusti confini ‘liberali’ trasformandosi per quel non poco che comunque rimane in capo allo Stato – a cominciare dalle derive securitarie e da quelle della riduzione della politica economica ad accompagnamento delle esigenze di un mercato predatorio – in una realtà con i caratteri di una democratura, di una dittatura della maggioranza e degli esecutivi che sopravanzano e annullano la funzione di rappresentanza. Mentre lo strapotere dei più potenti e ricchi del mondo spinge per ridurre ogni margine liberale.
Che fare dunque?
Tanti se lo chiedono. L’interrogativo è emerso anche nella ultima riunione redazionale del collettivo redazionale di Infinitimondi.
Che fare?
Per quanto ritenga un errore presentare la prossima battaglia elettorale come una sorta di ultima spiaggia, di sfida definitiva – non è sulla paura che di costruisce mobilitazione, la politica, soprattutto quella della sinistra, non può che essere alimento per una speranza razionale, per una utopia concreta – è indubbio che la posta in gioco sia altissima. Anche guardando alle dinamiche aperte in Europa e oltre Atlantico.
Posta in gioco altissima.
Ma non è di oggi il tema.
Non è di oggi l’allarme su cosa possa accadere se in tempo di radicali trasformazioni, larghi settori popolari si ritrovano senza certezze, esposti, colpiti bei loro diritti e privi di rappresentanza politica. Lasciati alla deriva. Ê già accaduto, dagli anni venti dell’altro secolo. Sta accadendo di nuovo. Non è che ci volesse la Sassonia per scoprirlo. E se allora si sperimentavano le prime tecniche di comunicazione di massa e di formazione di orientamenti manipolati dalle propagande di regime, oggi, nelle nostre società ‘libere,’ dove ogni attimo della nostra vita è ‘contato’ e utilizzato per influenzare scelte e comportamenti con una scientificità senza precedenti, l’effetto di quel ‘lasciati alla deriva’ ha già scavato nel profondo.
E i colossi di quella rete che si voleva regno della libertà, senza alcun pudore ormai, lanciano i loro proclami contro la democrazia, agiscono esplicitamente in sostegno delle aggregazioni di destra estrema e in tanti casi, apertamente neofascista e neonazista.
È dentro queste dinamiche che sta anche il risultato di quattro anni fa che ha portato una erede diretta del MSI, primo paese in Europa, a guidare il governo. Ed anche dentro la pochezza di un centrosinistra che, dividendosi, consegnò la vittoria all’avversario.
Quindi, certo che la preoccupazione cresce.

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Che fare dunque tra qualche mese?
Io credo che la questione sia mal posta: il problema non è tra qualche mese, è già oggi.
Si, perché tra qualche mese sarà molto quel che da qui ad allora si sarà costruito, mobilitato, organizzato; dei messaggi che si sarà riusciti ad affermare nella coscienza degli elettori.
Dovremmo avere di fronte a noi, da parte dei partiti alternativi alla destra, un cantiere di lavoro più largo di quelli del Pnrr..Dovremmo vedere il profilarsi di un discorso nuovo, forte, vivo, sul futuro del paese. Dovremmo vedere insieme la capacità di offrire un nuovo ancoraggio di riorientamento di tutta l’azione dello stato in direzione delle masse popolari, del mondo del lavoro, e quella di assicurare, in nome della Costituzione, l’aggregazione un fronte democratico il più ampio e composito.
Dovremmo, dovremmo.
Non c’è.
Non lo vediamo.
Lo vedremo?
Che fare?
Ma davvero è sufficiente dire: per quanto inadeguati, comunque vi voteremo per superiori interessi?
Certo che bisognerà votare.
Sgombriamo il campo da ogni equivoco: è una scelta convinta questa. Netta. Necessaria.
È l’intelligenza politica della parte più avanzata della società civile che non può che andare in questa direzione: e nel voto prossimo, per fermare la destra, c’è il voto al Campo largo.
Ma basta?
Basta per quella indispensabile e larga mobilitazione?
Perché questo è il punto: a differenza del 2022 il centrosinistra si presenterà unito. È il risultato del lavoro della Segretaria del PD e del Presidente dei 5 Stelle in primo luogo. Gli va dato atto. Poi è tutto fragile, precario, aperto a possibili nuove rotture. Ma c’è, e occorre lavorare per consolidarlo ed ampliare al massimo l’area delle forze coinvolte, anche verso componenti non di sinistra, in uno spirito che Pietro Folena ha di recente voluto definire come primariamente ancorato alla Costituzione e al suo inveramento.
Ma questo centrosinistra unito, oggi, forse, ha una capacità di rappresentanza di paese reale più ridotta rispetto a cinque anni fa; ha meno società dentro e, nonostante tutto, più logiche da ceto politico di prima. Uniti di più ma con sigle che rappresentano meno.
Certo, come non condividere lo spirito espresso da Massimo Cacciari in una recente intervista nella quale più che una provocazione ha lanciato un grido quasi disperato: se avessi quarant’anni farei un partito…?
Né questa capacità di rappresentanza da recuperare può essere surrogata da candidature di sindaci o assessori patinati che il più delle volte nelle loro città vanno a braccetto con la più finanziarizzata e globale rendita fondiaria mai conosciuta: vedi Napoli, Milano. (Vedi anche Roma?).
E allora, come vincere la partita?
Che fare per ridurre un’area di non voto che supera la metà degli aventi diritto e che vede in particolare in questo senso ‘attivi’ proprio larghi settori giovanili e un’area grande, tra i 40 e 60 anni, che ha anche militato o ha guardato con simpatia a sinistra ma oggi è largamente disillusa?


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E allora, io dico, questa è la forza ‘imprevista’ da fare entrare in campo, da rendere visibile, da fare emergere: il Movimento dei Senza Partito che si attiva per rappresentare elemento determinante della partita. Con alcuni fondamentali elementi di proposta.
I Senza Partito in tanti casi sono i più attivi nella società e i più critici verso la politica. In altri casi, sono solo critici, fino a rasentare l’impotente lamento permanente.
Come si può attivare questa energia sospesa tra il potenziale e l’atto?

Io penso che si potrebbe organizzare in Comitati per l’Alternativa e Costituenti di una rete di moderne Case del Popolo soprattutto nelle grandi città e in una rete di territori chiave di un Appenninoche non accetta di attendere solo l’estinzione delle sue comunità: con le grandi realtà associate presenti a livello territoriale ( Arci, Slow Food, Libera, CGIL ); con spezzoni di movimento e di lotta sociali territoriali, di vertenzialitá legate al lavoro; di esperienze di lotta alla crisi climatica e di sviluppo di pratiche partecipative e autogestionarie. E Case del Popolo che diventino subito riferimento per chi è più esposto nella società: per chi cerca lavoro o lo ha precario o lo ha supersfruttato, per i senza casa, per i lontani dalla loro di origine.

Poi penso che esso dovrebbe indirizzare due richieste fondamentali si partiti che si presenteranno alle elezioni:
Se la destra spinge per una torsione autoritaria, chi ad essa si oppone deve espandere al massimo la sua propria democrazia di decisione. Tanto più con una nuova vergognosa legge elettorale che si preannuncia. E allora a fronte di un sequestro della sovranità popolare, i partiti di alternativa alla destra potrebbero dire: a parte primarie su leader coalizione, scegliamo di individuare non meno del 50%dei nostri candidati, capolista e posizioni utili, con il metodo di primarie per noi vincolanti aperte a candidature della società civile, dei movimenti, donne e uomini provenienti dalle esperienze più significative del mondo del lavoro, di quello femminile e femminista, da tutti quelli giovanili, solo per fare un esempio.
Su come immaginare nuovi canali di partecipazione diretta dal basso ha riflettuto di recente anche Alberto Lucarelli, riferendosi alle prossime comunali a Napoli, con un richiamo giusto a come, perfino nello sclerotizzato Partito democratico degli Stati Uniti la selezione dei candidati al Parlamento avvenga con procedure che consentono ad una sinistra che si organizzi, di affermare la propria soggettività: lì, con orgoglio è rinata una aggregazione di socialisti. In Europa se ne sono perse le tracce…

E un programma ispirato espressamente al secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, per la pace, per l’autonomia tecnologica, per la copertura pressoché totale del fabbisogno di energia elettrica con fonti rinnovabili con un preciso piano di cinque anni.
E ci potrebbe essere qui tutto un campo di lavoro aperto di confronto per approfondire, costruire insieme. E un lavoro che, per quanto riguarda i Senza Partito, coinvolga direttamente quelle migliaia di ricercatori , docenti universitari di tutti i gradi che – nonostante la torsione aziendalista e di forte asservimento agli interessi dei grandi gruppi economici che vive l’Università – non hanno smesso di elaborare pensiero critico, fuori dai parametri dominanti, una vera riserva di conoscenze a cui la politica reale attinge sempre di meno in un drammatico divorzio tra politica e cultura, che lascia la prima senza idee e la seconda senza forza.
In questa direzione potrebbe avere molto senso immaginare un incontro proprio con l’insieme di questo mondo, magari ci lavoriamo ( tematizzandolo su politica economica, politica dell’innovazione e concentrazione di potere tecnologico e politica di lotta alla crisi climatica con i nessi tra i tre temi del tutto evidenti? ), con Infinitimondi e L’Ultima Generazione di Enrico Berlinguer, il collettivo che vede impegnati tra gli altri Gloria Buffo, Pietro Folena, Franco Giordano, Marco Fumagalli, e che ha prodotto un primo lavoro sul terreno delle idee e delle parole necessarie ( scaricabile in modo libero da Infinitimondi : https://www.infinitimondi.eu/archivio/numeris/SillabarioSinistra.pdf ).

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L’avvio di un lavoro del genere, avrebbe la possibilità di spezzare l’inerzia che oggi sembra imprigionare il centrosinistra?
Io penso di sì.
E comunque, vedo solo effetti positivi nel provarci.
Se i partiti reali rispondessero positivamente, vorrebbe dire che non è vero che erano irrecuperabili ad una prospettiva nuova ( su questo rimando ad una recente riflessione che è possibile scaricare liberamente sempre dal sito di Infinitimondi : https://www.infinitimondi.eu/archivio/numeris/Nappi_NuovaSperanza.pdf ) : ed essere partecipi e comunque vicini e aperti a questo movimento nuovo rappresenterebbe la spinta più grande per vincere le elezioni e battere la destra.
Se invece i partiti non rispondessero, allora i Senza Partito, impegnandosi in modo ancora più forte nella battaglia, potrebbero farlo dicendo: ragazzi, non ci avete risposto? E noi oggi ci impegniamo ancora di più essendo però chiaro che dopo il voto vi troverete di fronte, probabilmente, una soggettività politica in formazione che non delegherà più a nessuno la propria rappresentanza. E nel frattempo, si continua a fare politica: nella società.
Se ne può discutere?


Gianfranco Nappi

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1 commento

  1. Che fare ? Il contrario di quello che si è fatto fino ad ora. Innanzitutto dimenticare Che Fare ?
    Poi rimuovere ogni testimonianza e elaborazione che si caratterizzi per la rievocazione della propria soggettività : chiunque abbia avuto responsabilità a sinistra nei decenni passati prima ancora di essere responsabile è stato,diciamo per usare un termine cortese ,distratto ,e non li ha visti arrivare .
    Infine evitare il giochino di travestirsi da società civile ( i sindaci,i movimenti , i valori ): sia o nel pieno dell’autore autonomia del sociale .
    E Infine se Proprio è indispensabile usare Massimo Cacciari ,scegliere una sua testimonianza di qualche anno fa ,quando aveva l’età per fondare in partito , in cui,vedi intervista alla Fondazione Pellicani sul suo rapporto con il PCI, in uno psicoanalitico gioco degli specchi spiega al Massimo Cacciari dell’autonomia del politico ,come oggi sia preziosissimo il metodo del materialismo storico per leggere le trasformazioni socio tecnologiche e rimanere du que ,co e chiedeva Bertoldi Brecht ,ai rapporti di produzione ,non alla produzione dei rapporti personali .
    Ci sono scorciatoie per le elezioni : no.Ci sono percorsi per ridare una dignità e un futuro all’idea di una democrazia che cambi radicalmente gli assetti di potere : forse .
    Senza rappresentare forme di conflittualità che negozio la produzione di ricchezza non c’è sinistra e non c’è democrazia .Unire quello che la crisi divide si diceva : qui dobbiamo dividere quello che il mercato digitale unisce sotto il suo dominio : i dati dagli algoritmi ,gli utenti dalle piattaforme ,gli algoritmi dai proprietari .Creando aree di riprogrammazione permanente dei sistemi digitali .E ricordando che non è un caso che l’ondata sovranista inizi esattamente alla stessa ora ,giorno e mese del dominio proprietario di tecnologie che hanno invece un’irrefrenabile vocazione al decentramento e alla libertà .Tocca a noi liberarle dai padroni

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