La cesura nella storia dell’umanità rappresentata da Hiroshima e Nagasaki non fu immediatamente compresa. Da lì la storia umana ha preso effettivamente un altro corso, da quando con la corsa all’arma nucleare la sua distruzione per mano umana è diventata una possibilità.

Tra i più avvertiti di questa cesura, la Chiesa, con Papa Giovanni XXIII, la sua Pacem in terris ( 11 aprile 1963 ), e la spinta conciliare che si annunciava.

E Palmiro Togliatti e il suo PCI che il 20 marzo 1963 nei fatti anticipò quella Enciclica portando ad un nuovo livello il dialogo con il mondo cattolico, con un discorso che ha fatto effettivamente storia.

Poi quella consapevolezza tornò utilissima, in un’altra fase di crisi nucleare drammatica con epicentro in Europa ( per la collocazione di nuovi missili nucleari a medio raggio nei paesi del blocco dell’Est e nei paesi occidentali, tra cui l’Italia), nella prima metà degli anni ’80, e condusse all’esperienza del movimento per la pace più intenso ed esteso, con il marciare insieme di cattolici, laici e comunisti, simboleggiato da quella edizione della Capitiniana Marcia Perugia Assisi alla quale, il 9 ottobre 1983, prese parte anche Enrico Berlinguer, Segretario del PCI, che si trattenne anche al frugale desco dei Francescani in comunione con i frati.

Movimento per la pace che produsse, come tutti i Movimenti, anche conoscenza e cultura diffuse ( come dimenticare da questo punto di vista il lavoro degli Scienziati per la pace e quello di una Rivista che dal 1980 al1983 seppe segnare il confronto pubblico come Pace e Guerra, diretta da Luciana Castellina, Claudio Napoleoni e Stefano Rodotà ).

Potrebbe davvero valere la pena di pubblicare l’Enciclica, i due Discorsi di Togliatti e Berlinguer e alcuni dei contributi più significativi delle annate di Pace e Guerra.

La contraddizione atomica non negava quella di classe, ma richiedeva alla sinistra una più alta capacità di risposta e di visione dalla quale derivava anche la possibilità per essa di essere effettivamente nello spirito dei tempi e di legare una politica di rinnovamento ai sentimenti di masse più larghe alle quali si offrivano ancoraggi, di pensiero e di azione, unitamente a spazi di protagonismo effettivo.

In questo nostro tempo, non solo quella nucleare non è venuta meno, ma anzi, si è acuita. Viviamo una nuova stagione di proliferazione di armamenti mentre con lo sviluppo delle IA avanza la risposta militare predeterminata e che scatta senza neanche un umano che spinga un bottone.Il nucleare ha a che vedere anche con la crisi mediorientale. Nuovi stati si fanno avanti per potersene dotare, da ultimo l’Arabia Saudita. Mentre tutti gli istituti della regolazione internazionale sono sotto attacco e bloccati, a cominciare dall’ONU.

Questo tempo di kaos, nel quale i vecchi ordini crollati non sono sostituiti da nuovi ma da una condizione di emergenza che diventa strumento permanente e ordinario di governo e disciplinamento della società, la forma attuale di capitalismo dominante non ha gli strumenti per risolvere i problemi che le stesse contraddizioni del suo procedere determinano e sceglie di surfare sulle crisi, in una perenne scommessa di futures sul futuro dell’umanità. Poco meno che giocarsi il futuro dell’umanità sul tavolo da gioco di un casinò.

E così, dopo la contraddizione nucleare che persiste, ne è esplosa una nuova, quella climatica che nasce in un mondo nel quale, per riprendere un aforisma diventato celebre del compianto Mark Fisher, ” è più facile pensare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.

E la rottura climatica non nasce per un accumulo più o meno avvertito di errori, di scarse consapevolezze, di sottovalutazioni….E’ un portato diretto dell’attuale modello di società. E senza mettere in discussione il modello, non si arriva alla soluzione. Ed è direttamente figlia del bisogno del modello di produrre sempre di più, sempre cose nuove spesso inutili, per alimentare un consumo sempre più bulimico sotto l’impulso dei dati raccolti e rielaborati con una potenza di calcolo senza precedenti e la caccia algoritmica ad ogni consumatore per  profilarne gusti, tendenze, desideri. Una messa in valore del mondo delle cose, con dissipazione di natura, e parallela  svalorizzazione della dimensione di un umano sempre più alienato, per parafrasare il giovane Marx.  

La crisi è stata annunciata con ampio anticipo e ampia dovizia di dati scientifici, fin dal lontano Rapporto sui limiti dello sviluppo dei primi anni ’70 del Club di Roma con Aurelio Peccei: lo sviluppo, si scoprì, aveva dei limiti; non poteva pensarsi illimitato. Ma dire sviluppo ha voluto dire sempre di più evoluzione del procedere del capitalismo che nel bisogno di divorare natura per produrre sempre di più pone uno dei meccanismi fondamentali del suo procedere che si rivela sempre più, oramai, di garanzia per la sua sopravvivenza e certezza per la crisi della sopravvivenza dell’umana specie sulla faccia della terra. Ed ecco dunque che è più facile pensare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo.

I movimenti ambientalisti a partire dagli anni ’70 si sono sviluppati, con fasi e protagonisti diversi nel tempo. In Italia, un contributo fondamentale è venuto ancora da Enrico Berlinguer che individuò nel discorso dell’Eliseo del 1977 il nodo fondamentale del bisogno/possibilità di passare da una visione quantitativa dello sviluppo ad una invece fondata sulla qualità, capace di misurarsi con domande mature nella società su cosa, come, quanto produrre.

Il discorso, di una capacità di rottura straordinaria, finì nel tritacarne della solidarietà nazionale e del prevalente politicismo ed economicismo della sinistra, compresi quelli del suo stesso partito. Ma ciò nulla toglie alla sua forza. E anche su questo terreno in quegli anni il contributo della comunità scientifica fu di grande importanza nel diffondere conoscenze critiche nuove: Laura Conti, Giorgio Nebbia, Marcello Cini, Vittorio Silvestrini, Enzo Tiezzi, Giovanni Berlinguer, solo per citarne alcuni. Molti di loro diedero vita alla rivista Capitalismo Natura Socialismo, sull’esempio di quella dell’ambientalismo americano guidato da Jamnes O’Connor. A quella rivista collaborò anche un giovanissimo agronomo della scuola di Portici,Carmine Nardone.

Negli anni, la capacità della ricerca e delle conoscenze scientifiche, sempre più precise, ha supportato il bisogno di costruire risposte nuove e urgenti.

Dal 3 al14 giugno del 1992 si tenne a Rio De Janeiro la prima grande conferenza ONU sul clima con la partecipazione di larga parte dei paesi del mondo. Da lì nacque la Convenzione Quadro ONU sui cambiamenti climatici.

Da lì è partito il quadro delle Conferenze  delle Parti ( COP ), che hanno siglato intese e obiettivi importanti di contenimento delle emissioni climalteranti e di possibili politiche nuove per l’ambiente: Protocollo di Kyoto (1997 / COP3): Primo trattato vincolante per la riduzione delle emissioni nei Paesi industrializzati. Accordo di Parigi (2015 / COP21): Trattato storico in cui 196 nazioni hanno concordato di mantenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, puntando a limitarlo a 1,5°C.

Siamo giunti così alla Cop30 che si è tenuta nel novembre del 2025 a Belèm nel cuore dell’Amazzonia, mentre la realizzabilità degli obiettivi della Cop di Parigi  appare sempre più improbabile.

Nei fatti, quella che si è registrata è la caduta della spinta a misurarsi con la crisi climatica. Le Cop sono diventate progressivamente appuntamenti stanchi e nei fatti la spinta è in direzione opposta.

Lo straordinario movimento di giovani soprattutto che in tutto il mondo, a partire dalla rivolta simbolica della svedese Greta Tunberg davanti al Parlamento del suo paese si è sviluppato dal 2018 in avanti, nel giro di pochi anni ha saputo riaccendere  l’attenzione sulla cruciale contraddizione ambientale.

Poi, lo scenario della guerra ha preso il sopravvento: dal 2022, in particolare con l’invasione dell’Ucraina ad opera della Russia, l’eccidio immane di ebrei del 7 ottobre in Palestina  e la successiva azione di distruzione sistematica a Gaza  con il genocidio avviato dal governo di destra israeliano, che se anche a più ridotta intensità, non si è fermato, si è allargato al Libano e ha investito direttamente la Cisgiordania.

E sta vivendo una ulteriore fase nella crisi della guerra USA-Israele contro l’Iran e nelle crisi del Golfo di Hormutz.

Il petrolio, il suo controllo, diventano di nuovo l’emblema della capacità di controllo del mondo.

Ancora oggi.

E’ la rivincita del fossile dopo gli anni di sbandamento e di ‘cedimento’ alle spinte per la conversione ecologica.

In questa chiave, il senso della guerra che torna ad occupare la scena mondiale si colora di ulteriori ragioni: l’offensiva dei movimenti ambientalisti, le prime risposte organiche dei governi, pur in un quadro di contraddittorietà e di precarietà; la stessa strategia europea di riduzione delle emissioni; l’influenza sempre maggiore delle ricerche scientifiche unite all’evidenza dei dati e degli effetti sulla vita delle persone della crisi climatica, si erano spinte troppo oltre.

Il sistema ha reagito.

Quel poco che si metteva in campo e quel tanto a cui si alludeva erano considerati troppo e insostenibili per il sistema dominante.

La rivendicazione di giustizia ambientale unita a giustizia sociale ha spaventato davvero i potenti.

E così è stata lanciata la più grande controffensiva mai vista di negazionismo sulla crisi climatica; ha alimentato un vero e proprio terrorismo mediatico sugli effetti definiti come perversi delle politiche di conversione ecologica; sull’ecologismo che distrugge capacità produttiva e posti di lavoro; ha rilanciato in diversi paesi il ritorno al nucleare civile.

E così il nemico non è stato più un sistema che andava trasformato nel profondo, in conflitto aperto oramai con natura e umanità, fino a minacciare la sesta estinzione di massa della storia del pianeta – Attenti ai dinosauri, come sottolinea il contributo scientifico-politico della Task Force messa insieme tra i più importanti scienziati italiani da Luciana Castellina –  ma è diventata invece la conversione ecologica.

La sua semplice evocazione è una minaccia.

Il perno di questa vera e propria controffensiva è stato il pensiero della destra americana, prima sottovalutata per troppo tempo, e poi non contrastata adeguatamente per ciò che essa rappresentava. Con Trump il negazionismo climatico ha compiuto un salto di qualità, è diventato parte costitutiva del ritorno di una politica di potenza imperiale sempre più affidata alla forza. Il petrolio, il suo controllo, il controllo delle relative aree strategiche è diventato obiettivo prioritario dell’Amministrazione americana e traino della sua geopolitica degli affari.

E in Europa la destra nazionalista non è da meno anche su questo terreno. E viene apertamente sostenuta dai magnati americani e dalla Amministrazione Trump. In Italia il Governo delle destre rappresenta una delle punte più avanzate di una pratica negazionista che fa male all’Italia, la isola dalle frontiere più avanzate delle politiche di conversione, la chiude nell’illusione di ritorno del nucleare civile.

E tutto questo avviene nel tempo in cui davvero il Pianeta sta diventando letteralmente invivibile per miliardi di esseri umani.

E proprio quando la contraddizione esplode in modo eclatante in Europa, come effetto della retromarcia avviata dai governi, proprio allora impressiona la mancanza di una azione sistematica attiva di lotta alla crisi climatica, di mitigazione, di adattamento e anche di necessaria conversione ecologica.

Il tempo che stiamo vivendo in questa estate è impressionante per impatto e ancor più, se possibile, per assenza di qualsiasi strategia di azione e intervento adeguato.

Davvero, gli ultimi cinque anni di politiche della destra hanno compiuto una tabula rasa, mentre l’insostenibilità del modello di produzione oggi dominante diventa sempre più evidente.

Gli incendi diffusi in Europa e soprattutto in Francia e Spagna; le temperature che si avvicinano nelle città oramai ai 50 gradi, rendendole quindi nei fatti invivibili; la temperatura al suolo che arriva ai 65 gradi, siccità, eventi estremi. Uno scenario da incubo. I morti in conseguenza della crisi climatica si contano a migliaia oramai.

Eppure, tutto questo viene rubricato sotto la voce emergenza e protezione civile, non sotto quella di quale nuova organizzazione del produrre, del consumare, dello stare insieme.

Si interviene sul singolo spezzone di emergenza ma non si guarda all’insieme.

Si ciancia di turismo mentre quelle stesse città al centro dei fenomeni di overturism vedono del tutto invivibili le loro piazze assolate mentre nessuno si occupa delle condizioni di vita di milioni di cittadini, degli anziani nelle periferie urbane desolate, tutte asfalto e cemento con le ondate di calore che si susseguono l’una all’altra.

Siamo in presenza di una regressione.

Resa tanto più possibile per un difetto grave, un limite anche di certo ambientalismo classico, un po’ stantio e molto istituzionalizzato, che va a braccetto anche con grandi gruppi industriali e finanziari mentre in tanti territori si presta a operazioni di copertura ambientalista di amministratori campioni del consumo di suolo e di valorizzazione della rendita fondiaria: la Campania da questo punto di vista rappresenta un caso esemplare.

Il limite è non avere visto con chiarezza il punto di contraddizione del sistema e non aver saputo rendere evidente come la battaglia per la giustizia climatica non è altra cosa da quella per la giustizia sociale: c’è voluta una ragazzina per insegnarlo a tutti ma non tutti ne hanno saputo trarre le necessarie conseguenze.

E per dirla ancora più chiaramente, che non esiste battaglia ambientalista che non sia anche battaglia di critica all’assetto capitalistico della società che quella distorsione genera strutturalmente.

E il canale di questa distorsione è il produttivismo esasperato, il produrre sempre di più in un tempo sempre più ridotto e a costi sempre più contenuti. E’ questo il tumore che sta consumando il pianeta a cui si vorrebbe imporre un consumo illimitato di risorse in presenza invece di una loro finitezza.

Non essere riusciti a far diventare lo slogan di giustizia ambientale unita a giustizia sociale, gridato da un’intera generazione di ragazze e ragazzi, base per una strategia politica compiuta ad opera delle forze politiche progressite e di sinistra, visione, politica di alleanze sociali, costruzione di nuovi blocchi di forze nella società, ha privato la strategia ambientalista della sinistra al governo e a livello europeo, della necessaria forza sociale di impatto mentre ha lasciato un varco grande rispetto alle preoccupazioni dei settori più popolari e in condizione di precarietà ed esposti della società per i quali la transizione è diventata troppo spesso ulteriore sacrificio, costo, rinuncia non equilibrata da nessuna resa visibile di una prospettiva diversa. Anzi, per certi versi, il discorso pure fondamentale del….comincia a cambiare da te, dai tuoi comportamenti, dalle tue scelte…è diventato troppo spesso un ulteriore fattore di penalizzazione e di colpevolizzazione interiorizzata del singolo. Altra ansia e disagio accumulati. 

E’ in questo limite che si è inserita anche la controffensiva della destra, dalle chiare venature populistiche, contro l’ecologismo che non sa tener conto del fatto che i settori popolari non hanno le condizioni economiche per pagare la transizione ecologica. Contro l’ecologismo buono dei salotti per chi sta già bene nella società.

Ma questo invece rappresenta proprio il terreno elettivo su cui costruire una nuova base sociale per il necessario e rinnovato discorso ecologista: se esso non vince, sono le condizioni di vita dei settori popolari che pagheranno il prezzo più alto, nelle città come nelle periferie del mondo. Al tempo stesso esso, per vincere ha proprio bisogno di questo radicale contenuto di giustizia sociale, delle energie dei bisogni di nuova qualità della vita dei settori popolari che hanno diritto, letteralmente, all’aria respirabile, all’acqua accessibile, al fresco naturale, al cibo che non ammala, a quartieri di vita, a territori non abbandonati, ad un’energia pulita prodotta con sole e vento bene comune loro e di tutta l’umanità da sottrarre alla voracità della ossessiva ricerca del profitto. Ed è da qui che verranno anche opportunità straordinarie di nuovi lavori, di nuova occupazione, proprio nella cura: cura delle città, dei territori, dell’ambiente, delle persone, della vita comune. E tutto questo come frutto di una ridislocazione di risorse grandi, economiche, da sottrarre alla rendita, alla speculazione finanziaria, alle ricchezze oscene dell’1% del mondo e da destinare alla più grande operazione di costruzione di nuova vita che l’umanità abbia mai conosciuto, con una straordinaria attivazione di energie partecipative.

Un discorso globale ma  che trova proprio nei territori possibilità straordinarie di affermazione di autogoverno, di sperimentazione di nuove pratiche di decisione partecipata dal basso, di co-pianificazione territoriale sottratta alle logiche delle ZES, degli investimenti purché sia, del modellamento dei territori secondo i bisogni del capitale speculativo fondiario globale, come sta avvenendo per esempio a Napoli con Bagnoli; di utilizzo delle straordinarie opportunità dell’innovazione tecnologica per rendere possibile un nuovo governo dei territori, con forme di autogestione dei beni comuni, di recupero della sovranità sui dati dalle comunità di quel territorio prodotti.

Già oggi del resto vivono in tanti territori e città pratiche che si muovono in questa direzione. Nelle grandi metropoli italiane come Roma, Milano, Napoli, e in tanti territori del paese e di cui la stessa esperienza di Rigenera  in Campania è esempio fecondo.

E qui si pone la grande scelta urgente: assicurare il soddisfacimento dell’insieme di quelle nuove condizioni di vita e di socialità significa mutare nel profondo il paradigma dello sviluppo. Significa porre esplicitamente il tema di forzare le compatibilità di questo neocapitalismo largamente suicidario.

Significa affermare la prevalenza del comune e dei reali bisogni delle persone, della loro sete di cultura e di conoscenza e dei loro desideri di vivere meglio, in salute, insieme e più liberi che necessariamente comporta la fine della ossessione della crescita infinita, della percentuale di Pil come misuratore che tutto questo sacrifica e, quindi impone una decrescita della dittatura del consumo ed  impone invece la crescita di tutto ciò che appunto è far vivere meglio le persone in un ambiente risanato e in una condizione dipiù alta giustizia sociale.

Non è questo un lusso o un vezzo intellettualistico. E’ diventata una impellente necessità.

O l’umanità riuscirà a separare il proprio destino da questo modello di organizzazione della società o esso, nel suo procedere senza freni e senza fini, è tutta l’umanità che trascinerà in un baratro. Ovvero, come nella grande città di Fuga da Los Angeles  film dove un un vertice del mondo chiuso in una impenetrabile fortezza dalla quale prova a governare una umanità largamente abbandonata a se’ stessa in un pianeta sempre meno vivibile. O con l’1% alla ricerca dell’impossibile fuga dalla terra, in un incrocio tra le teorie di Musk e lo scenario del film  Don’t look up.

Eccolo allora il tema di un nuovo ecologismo che non può che essere radicale, popolare e espressione di una nuova e diversa organizzazione di una società non più capitalistica. Per un conflitto che anche da questo lato può raccogliere la forza della grande maggioranza dell’umanità comunemente interessata al contenimento e alla sconfitta delle logiche e degli interessi dell’1%.

Su questa radicalità della questione climatica, che questa estate vede perfino accelerata la crisi, ha riflettuto in un interessante volume un gruppo di ecologisti italiani: quelle riflessioni articolate potrebbero ben supportare la costruzione di un vero e proprio programma politico per una sinistra ecologista e nuovamente socialista: Per una critica ecologica al neocapitalismo. Fulvia Bandoli, Federico M. Butera, Valerio Calzolaio, Stefano Kenji Iannillo, Massimo Serafini. Ed. Infinitimondi 2025. Mentre vivono i percorsi dello stesso movimento della decrescita in Italia, nei suoi rapporti con il pensiero di Andre Gorz e di Serge Latouche, guidato da Maurizio Pallante che declina la sua idea di conversione economica dell’ecologia per sottolineare quanto essa, anche da punto di vista materiale e delle condizioni di vita, possa essere un ‘risparmio’ e non un ‘costo’ ulteriore.

Ed ecco il tema tutto politico: chi interpreta lo spirito di questo tempo?

Quale politica lo fa proprio?

Sia che essa sia democratica, progressista, liberale. E sia che essa sia o voglia essere nuovamente socialista?

Alla Pacem in Terris fece da corrispettivo il discorso di Bergamo di Togliatti.

Alle inquietudini della Chiesa di fronte all’escalation nucleare degli anni ’80 del secolo scorso, fece da corrispettivo l’impegno di Enrico Berlinguer.

E ovviamente quando diciamo i nomi dei leader non dimentichiamo maiche essi, queileder, furono espressione di movimenti politici organizzati, radicati nella società nei quali si discuteva eccome. A conferka di quanto ilcrismain politica sia decisivo ma anche di quanto sia assolutamente patologica anche a sinistra l’idea che esso, il carisma, possa crescere in un deserto di organizzazione sociale e di partecipazione.

Alla Laudato Sì di Papa Francesco, sul piano politico, cosa ha fatto da corrispettivo? Quale altro lievito si è messo in movimento nella società oltre a quello giovanile e di settori fondamentali della comunità scientifica?

Ed eccolo quindi il terreno di nuova costruzione politica, ideale, morale.

La sfida che è già dell’oggi.

Perfino per l’arco di forze che si muove per fermare la destra e costruire una alternativa democratica ad essa ci sarebbe uno spazio grande di iniziativa.

Gianfranco Nappi

p.s. ma non tanto.  Degli alberi per abbassare la temperatura tra Castel Volturno,  Napoli, Salerno e Paestum….Muore lapineta di Eboli?

Napoli dal 1 agosto è ininterrottamente  città con bollino rosso per le alte temperature ( scriviamo il 13 ). Due settimane continue. Aggravate a Pozzuoli, in questa situazione, dalla condizione di oltre 2000 cittadini senza sistemazione. Mentre lì a Pozzuoli, non si vedono Ministri né loro Vice e il governo latita completamente.

Tutto questo avviene nella legittima ‘distrazione’ ferragostana, quando una parte di popolazione cerca di godersi i pochi giorni di ferie possibili dopo mesi e mesi di lavoro, mentre  sul tema di rottura climatica e vita in città non si riunisce nessuna cabina di regia, nessun pool di esperti è a lavoro, non ci sono indicazioni e soprattutto non ci sono azioni per i settori più esposti della popolazione, bambini ed anziani, mentre non riusciamo neanche ad immaginare cosa possa essere la crisi climatica nella cella di un carcere sovraffollato…Non un pensiero e, quindi, non una strategia di azione. Il Sindaco metropolitano napoletano oltre un mese fa, quasi commentatore al bar, disse, potremmo pensare di riaprire le fontanine in città. Ora, diciamo che una fontanina fa sempre bene. Ma questo è tutto?

E’ chiaro a chi amministra e governa che dobbiamo immaginare cambiamenti profondi nel modo di vivere, organizzarsi e funzionare delle città? E che questo richiederà straordinaria scienza e conoscenza, elaborazioni e creatività, partecipazione popolare per cambiare il volto delle città di un’area metropolitana come quella di Napoli tra le più densamente abitate del pianeta. In questo senso si tratta di una straordinaria opportunità anche.

E allora, si convochino le Università, i centri di ricerca, le aggregazioni sociali, le organizzazioni dei lavoratori, le imprese, quei movimenti che stanno già praticando altre città in tanti quartieri di Napoli come di altre città italiane ( a Roma il Quarticciolo alla Garbatella ad esempio ); l’Ispra. Stefano Mancuso che si batte da lunghi anni per una strategia di rinverdimento delle città con la piantumazione continua, manutenuta ed intelligente di alberi che abbassano fino a 10 i gradi di temperatura. Le ASL. Si costruisca un percorso di confronto sul che fare nelle città, qui ed ora, per mitigare, per contenere e, insieme, per cambiare nel profondo.

Chi la convoca una riunione del genere?

Il Movimento Rigenera ha regalato nel suo presidio dello scorso 9 luglio…9 luglio…., al Presidente del Consiglio Regionale il primo del Milione di alberi che ha proposto di piantare nella conurbazione che da Salerno, passando per Napoli, arriva a Caserta. E ha chiesto con  forza la Convocazione di un Consiglio Regionale straordinario per discutere dell’emergenza climatica.

E ha rilanciato in quella occasione il tema dei polmoni verdi e dei corridoi ecologici per la Campania: due boschi in città, ad Oriente e ad Occidente, previsto ma anche derubricato per le priorità dell’Americas Cup e di quello che si lascerà dietro. E il bosco lineare più grande d’Europa, il Corridoio ecologico dei Regi Lagni , con al centro l’asta principale del reticolo dei canali lungo 57 chilometri, dal preappennino irpino del Vallo di Lauro-Baianese fino alla costa a Castel Volturno. Una grande e insieme diffusa opera ambientale che cambierebbe il volto della Regione ed anche i tratti del suo sviluppo, e che da sola reclamerebbe  decine di migliaia di nuovi e buoni posti di lavoro oltre a determinare migliore qualità del suolo e dell’aria ed una vita migliore per tutte e tutti.

Del tutto in linea con quanto peraltro prescrive il Regolamento europeo sulla Rinaturalizzazione delle aree urbane.

E vorrà pur dire qualcosa il fatto che l’ANCI, guidata dalla guida della Città metropolitana napoletana, abbia  elevato una serie di osservazioni e critiche all’attuazione del regolamento e alle proposte dell’ISPRA per le città che nei fatti ne svuotano la forza di impatto: e questo emerge proprio quando vediamo che le città di cemento e asfalto sono oramai invivibili? E ovviamente, appena l’ANCI è uscita con la sua presa di posizione, l’ANCE, l’Associazione Nazionale Costruttori…immediatamente ha plaudito a quella presa di posizione che, parole loro, coincide con le preoccupazioni dell’Associazione imprenditoriale.  C’è da ridere e piangere insieme. ( Si legga questo puntuale articolo del Professore  Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione ambientale e territoriale al Politecnico di  Milano che il non domo Prof. Nino Ferraiiolo ha avuto la bontà di condividere sulle nostre chat dal sito di Altraeconomia – spazio da seguire e sostenere: da altraeconomia.it/linedita-coppia-anci-e-ance ).

Non possiamo rimanere vincolati all’economia del mattone e del cemento quando invece è proprio questa economia ad essere chiamata in causa dalla rottura climatica. E non è un caso infatti che i settori più avvertiti anche dell’impresa hanno chiaro quanta innovazione, più alta capacità realizzativa, valorizzazione delle capacità lavorative ci siano nella politica del recupero del patrimonio edilizio, della cura del territorio, del rammendo delle ferite del suolo.

E’ la politica della rendita fondiaria bruta a rappresentare la conservazione più deteriore. Le politiche per città vivibili per tutti invece presuppongono davvero una grande trasformazione.

Si veda quel che hanno già fatto grandi città europee e non solo.

Facciamolo senza alcuna spocchia: non possiamo permettercelo da città penultima nella lista di oltre 100città italiane per numero di alberi per abitante…

A Parigi si arriva perfino a questo: un progetto realizzato dalla sindaco socialista Anne Hidalgo: un bosco nella Piazza dell’Hotel de la Ville.

E’ come se a Napoli proponessimo un bosco a Piazza Municipio ( orrenda piazza pre-crisi climatica tutta pietra e asfalto ), o a Piazza Garibaldi ( altra surriscaldante piazza pre-crisi climatica), per non parlare del Crescent a Salerno, forno urbano da cui si innalza la temperatura dell’intera città. E forse vale proprio la pena di proporli questi nuovi boschi urbani a cui dovrebbe poi unirsi la capacità di manutenere il verde esistente: vedi vicenda infinita della Villa Comunale…

E rimaniamo fuori Napoli e guardiamo alla Regione. Alberi come vita, per capacità di assorbimento di CO2 , come fattori equilibranti del clima, come frescura, come bellezza di un paesaggio da vivere.

Alberi. Da Pontecagnano ( è rimasto già molto poco di una devastazione degli ultimi tre decenni ),a Paestum, passando per Battipaglia ed Eboli, lungo la costa, si sta consumando una vera e propria ecatombe ambientale: la pineta, un pezzo fondamentale di un paesaggio unico, è gravemente malata, con epicentro a Eboli. Nel silenzio generale. Migliaia di alberi, di pini morti, secchi. Altre migliaia in condizioni di grave sofferenza. Del resto non sono pochi quelli che avranno avuto modo di passare su quel tratto di strada litoranea in questo periodo per rendersene conto direttamente. Effetto di incuria. Effetto di abbandono di quel litorale. Effetto della voracità speculativa di tanti gestori di lidi. Effetto probabilmente anche dell’attacco del cinipide tartaruga contro il quale peraltro il CNR a Roma proprio nei giorni scorsi ha presentato gli effetti positivi di una lotta biologica con insetto di contrasto.

Non piantiamo nuovi alberi. Perdiamo polmoni verdi esistenti nel silenzio generale. Il tutto mi sembra davvero inaccettabile.

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3 commenti

  1. Bellissimo articolo alberi alberi alberi che però devono essere innaffiati , non innaffiati a via Orazio stanno morendo appena messi
    Flavia Orazzo

  2. Grazie Gianfranco per questo interessante articolo, che apre a profonde riflessioni sugli aspetti economici, sociali, ambientali, politici della nostra contemporaneità, anche negli aspetti legati allo sviluppo e al governo del territorio a noi più prossimo: Napoli, città metropolitana, regione.

    1. Author

      Grazie Patrizia. Facciamodiventare veramente la ripresa dopo queste brevi ferie una occasione importante di mobilitazione unitaria e determinata.

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