Il caldo torrido di quest’estate, diffuso all’Europa intera, con l’accompagnamento di incendi e siccità, ci ricorda nuovamente l’urgenza di ridurre le emissioni prodotte dalle fonti fossili di energia (che rappresentano ancora il 71% dell’energia primaria consumata in Italia) per contrastare il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico.

Tuttavia – ammonisce Massimo Ammaniti in un articolo apparso su La Repubblica – la questione non riguarda solo quale tecnologia utilizzare, ma anche chi la controlla, dove viene installata, secondo quali regole e con quale partecipazione dei cittadini. La transizione energetica dovrebbe rappresentare non solo un cambiamento tecnologico, ma anche un’occasione di partecipazione democratica. Un ruolo importante avrebbe potuto e ancora potrebbe essere affidato alle comunità energetiche, coinvolgendo cittadini, aziende e imprese agricole, privilegiando l’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti delle abitazioni e degli edifici recenti, sui capannoni industriali e agricoli, sui parcheggi e nelle aree già compromesse, come cave, discariche e siti industriali dismessi, piuttosto che sottrarre superficie utilizzabile per l’agricoltura.

Finora si è invece favorito un modello caratterizzato dalla realizzazione di impianti di grandi dimensioni da parte di importanti operatori industriali, italiani e internazionali, attratti dalle opportunità economiche e dai meccanismi di incentivazione connessi alle rinnovabili. Così, anche la produzione di energia da fonti rinnovabili, invece di avere come obiettivo il contrasto al cambiamento climatico nell’interesse dei cittadini, è diventata strumento per la realizzazione di un profitto: di conseguenza, prevalendo una logica economica a vantaggio di pochi, gli impianti vengano progettati senza tenere conto delle economie locali, dell’agricoltura, del turismo, del paesaggio, dei siti storici e archeologici e, soprattutto, delle persone che abitano quei territori. Ai cittadini non rimane che adeguarsi a decisioni prese altrove sulla propria pelle.
La sfida consiste nel fare in modo che innovazione tecnologica e partecipazione democratica procedano insieme e nell’evitare che il controllo delle tecnologie e delle risorse si concentri nelle mani delle solite oligarchie.

Pasquale Strazzullo

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Massimo Ammanniti da La Repubblica

Una tecnologia democratica è possibile?
di Massimo Ammaniti
Dall’IA alle rinnovabili, la sfida è fare in modo che innovazione e partecipazione procedano insieme. Ed evitare che il controllo delle risorse si concentri nelle mani di pochi grandi, mentre ai cittadini rimane il compito di adeguarsi a decisioni prese altrove
Lo sviluppo tecnologico, sempre più accelerato, solleva inevitabilmente preoccupazioni e interrogativi su come possa influire sulla partecipazione dei cittadini, spesso in difficoltà nel valutare criticamente i processi in atto e la quantità crescente di informazioni a cui possono accedere. Secondo alcuni non si può rallentare, e tanto meno ostacolare, lo sviluppo delle tecnologie che aprono nuove opportunità per l’umanità, come sta accadendo oggi con l’intelligenza artificiale. Secondo altri, invece, questo processo deve essere guidato e regolamentato affinché l’innovazione non finisca per travolgere il tessuto democratico delle nostre società.
È interessante, a questo proposito, ricordare quanto accadde con l’avvento di Internet alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Come racconta il giornalista Nicholas Carr nel libro Superbloom, Internet suscitò enormi aspettative nel mondo della cultura e della scienza. Era considerato il medium perfetto, capace di favorire l’affermazione della democrazia liberale.
Alla fine degli anni Novanta la giornalista dell’Economist Frances Cairncross immaginava addirittura un futuro nel quale il web avrebbe favorito l’intesa fra gli uomini e i popoli, all’insegna della tolleranza, contribuendo alla pace nel mondo. Internet avrebbe democratizzato la conoscenza e l’informazione, non più relegate nelle tradizionali “cattedrali” della cultura e della scienza. In questo nuovo scenario digitale, ogni cittadino avrebbe potuto far sentire la propria voce raggiungendo una platea immensamente più vasta di quella che avrebbe mai potuto ottenere.
Sappiamo che molte di queste aspettative sono state deluse e, in alcuni casi, ribaltate. Lo spazio digitale, inizialmente immaginato come un ambiente aperto e decentralizzato, è stato progressivamente dominato da un numero limitato di gigantesche multinazionali capaci di imporre le proprie regole e i modelli economici. I cittadini, trasformati in utenti e consumatori, si sono trovati a dipendere da algoritmi dei quali spesso non conoscono né il funzionamento né le finalità. Anche i processi di conoscenza e informazione sono stati modificati dalla diffusione di piattaforme social e fake news, che possono condizionare l’opinione pubblica, i comportamenti di consumo e persino le scelte politiche.
Oggi, in un ambito diverso, possiamo riconoscere un dilemma per alcuni aspetti analogo nello sviluppo delle tecnologie per la produzione di energia rinnovabile. Da anni sono state introdotte e incentivate diverse tecnologie rinnovabili con l’obiettivo di ridurre le emissioni prodotte dalle fonti fossili e contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico. Le fonti fossili continuano a rappresentare circa il 71% dell’energia primaria consumata in Italia. Anche in questo caso, tuttavia, la questione non riguarda solo quale tecnologia utilizzare, ma anche chi la controlla, dove viene installata, secondo quali regole e con quale partecipazione dei cittadini.
Queste tecnologie si sarebbero potute sviluppare con un modello diffuso e partecipato, coinvolgendo direttamente cittadini, comunità locali e imprese. La transizione energetica avrebbe potuto rappresentare non solo un cambiamento tecnologico, ma anche un’occasione di partecipazione democratica. Un ruolo importante avrebbe potuto essere affidato alle comunità energetiche, coinvolgendo cittadini, aziende e imprese agricole, privilegiando l’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti delle abitazioni e degli edifici recenti, sui capannoni industriali e agricoli, sui parcheggi e nelle aree già compromesse, come cave, discariche e siti industriali dismessi.
Questo modello avrebbe consentito di avvicinare produzione e consumo dell’energia, coinvolgendo i cittadini. Questa strada, tuttavia, non è stata perseguita con la determinazione necessaria. Si è invece favorito un modello caratterizzato dalla realizzazione di impianti di grandi dimensioni da parte di importanti operatori industriali, italiani e internazionali, attratti dalle opportunità economiche e dai meccanismi di incentivazione connessi alle rinnovabili. Il rischio è che, quando la logica economica prevale, gli impianti vengano progettati senza tenere conto delle economie locali, dell’agricoltura, del turismo, del paesaggio, dei siti storici e archeologici e, soprattutto, delle persone che abitano quei territori.
Il problema non è contrapporre tecnologia e democrazia. Al contrario, la vera sfida consiste nel fare in modo che innovazione tecnologica e partecipazione democratica procedano insieme. La tecnologia può contribuire a migliorare la società e affrontare problemi ambientali ed economici. Ma perché ciò avvenga è necessario evitare che il controllo delle tecnologie e delle risorse si concentri nelle mani di pochi grandi, mentre ai cittadini rimane il compito di adeguarsi a decisioni prese altrove.
L’esperienza di Internet dovrebbe averci insegnato proprio questo: nessuna tecnologia è democratica per natura. Può diventarlo solo se le istituzioni e la società sono capaci di governarla, stabilendo regole che tutelino l’interesse collettivo, garantiscano la partecipazione dei cittadini e impediscano che l’innovazione finisca invece per ridurre la nostra capacità di scegliere.

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