C’è un mondo che gira al contrario, su una nave alla deriva, dove le provviste scarseggiano e dove l’acqua, un bene comune inalienabile, potrebbe a breve diventare merce di scambio.
Eppure, invece di prendercela con la politica e l’idiozia di una parte della classe politica, ci facciamo guerra tra noi… noi che guardiamo il mondo che ci circonda ogni giorno. Noi che in nome della fede cristiana non siamo più capaci di essere caritatevoli, ma proviamo a fare i protagonisti di una carità perduta.
Noi che amiamo la cultura come somma speranza di un’esistenza migliore, dove il cattivo non esista e il buono sia d’esempio per costruire una società migliore.
Noi che ci riempiamo la bocca di vecchi slogan e nuove frontiere, e poi non sappiamo scegliere se accogliere o lasciar morire nel Mediterraneo oppure nell’oceano, come se ci fossero morti di serie A e morti di serie B.
Eppure i morti ci sono, i genocidi pure… ma ce ne siamo accorti dopo due anni. Abbiamo aspettato che le guerre si diffondessero, che l’odio aumentasse in modo esponenziale, per gridare al mondo «c’è un genocidio in atto», come se fosse una pazziella in bocca a un bambino incosciente e non una parola che tutti i capi di Stato avrebbero dovuto dire, pensare e agire prima.
Scompare il diritto internazionale e il primo che provvede a questo grande disonore mondiale è il capo di Stato israeliano che, preso dall’ira per l’affronto arrecato da Hamas, decide di scagliarsi con tutte le sue forze sul popolo palestinese, arrecando così morte e distruzione, un vero e proprio massacro di bambini, donne e anziani che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale.
Eppure tutto il mondo in silenzio, un silenzio assordante: non un cessate il fuoco, non una condanna, né una mozione ONU che riuscisse a fermare il tutto.
Eppure il diritto internazionale esiste, come esiste la possibilità degli Stati di incidere sulle decisioni dei grandi del mondo.
Allora perché non condannare un genocidio in atto, perché non gridare al mondo «fermatevi» di fronte al delitto perpetuato sulle coscienze di ognuno di noi?
Ecco il nodo: ma chi sono questi grandi del mondo, cosa professano, cosa chiedono e perché siedono su quegli scanni?
Se chiedessimo agli israeliani se avessero voluto la guerra e se fosse stato giusto il genocidio, la risposta di molti, di tanti, forse troppi, direbbe di NO. Anche se ammetterebbero che la paura di Hamas e dell’attentato del 7 ottobre ha sconvolto per sempre le loro vite. Io aggiungo: giustamente.
Ma è possibile mai che un attentato terroristico possa causare quasi una terza guerra mondiale? Perché di questo stiamo parlando, vedendo come si sta estendendo il conflitto. Non è una sproporzione inaudita?
Chi vuole la guerra?
Pochi oligarchi travestiti da statisti che provano a detenere il potere conquistato con bugie e soprusi. Questa è la verità indiscutibile, come è indiscusso il fatto che non esista nessun capo di Stato oggi che riesca a fare ragionare questi stolti e a farli tornare indietro sui propri passi. Troppi interessi, troppo livore, troppa arroganza e presunzione di poter bastare a sé stessi, pensando che l’umanità non serva più e che oggi possiamo fare a meno di tutti, visto che il fronte delle tecnologie ci apre un mondo nuovo dove possiamo parlare con un assistente vocale e non abbiamo più bisogno del vicino di casa.
E in questo scenario nessuno è forte al punto tale da riportare l’ordine mondiale in una situazione di pace effettiva, dichiarata e perseguita.
E allora mi riallaccio alla domanda iniziale: è possibile che un’associazione come l’ANPI possa giocare un ruolo così decisivo tale da riportare sulla diritta strada quello che un ordine mondiale non riesce a fare?
Mi riferisco alle tensioni che ci sono state a Milano il 25 Aprile tra ANPI nazionale e l’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), che sono sfociate poi in un incontro pacificatore qualche settimana dopo e che ha portato alla firma congiunta di un documento, il 28 luglio 2026, che dice pressappoco così:
- Il riconoscimento del valore attuale dell’antifascismo come fondamento della Costituzione.
- La condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine, e di qualsiasi forma di razzismo e discriminazione senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 Cost.).
- La valorizzazione del contributo storico dei combattenti ebrei alla Resistenza e il riconoscimento del ruolo della Brigata Ebraica nella lotta per la liberazione dell’Italia.
- L’affermazione del diritto della componente ebraica alla partecipazione in sicurezza alle varie iniziative pubbliche, contrastando scelte e comportamenti divisivi di qualsiasi natura e da qualsiasi parte.
- L’impegno generale ad abbassare i toni del confronto pubblico e la volontà di affrontare tramite il dialogo diretto anche le questioni su cui permangono divergenze.
- La volontà di avviare un percorso congiunto in vista dell’organizzazione del prossimo 25 aprile 2027 e di ogni altra scadenza memoriale.
Ho trovato tutto ciò molto bello e condivisibile, e non mi sarei aspettata di più, o almeno capisco che il di più sarebbe potuto esserci se le condizioni politiche internazionali fossero state diverse. E invece, sfortunatamente, non solo non c’è uno spiraglio, ma nessuno è capace di raccontare una verità sacrosanta: che al male, alla cattiveria, non si risponde con altra cattiveria, perché non c’è nessuno capace non solo di porgere l’altra guancia, ma anche di capire che la cattiveria alimenta altra cattiveria, in un gioco meschino e diabolico che ci porta in un vortice di violenza inaudita che poi è difficile fermare.
Ecco che vorrei dire a tutti gli iscritti dell’ANPI che viviamo una realtà diversa da quella del Novecento, dove l’unione delle associazioni faceva veramente la differenza. Oggi neanche le parole di un Papa fanno più effetto, se non tra i cattolici e i laici cresciuti in una certa maniera. Il resto del mondo pensa esclusivamente a proteggere se stessi e a cullare i propri interessi.
In questo scenario che ha dell’orrido e del perverso, una dichiarazione come:
“La condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine, e di qualsiasi forma di razzismo e discriminazione senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 Cost.).”
è un atto rivoluzionario da non sottovalutare, l’ammissione di una parte del popolo ebraico che certe cose non dovrebbero essere fatte né perpetuate.
Quanto allo scontro che ormai dura da più di due anni, dovremmo chiudere tutti perdendo perché il male ha invaso in maniera assassina il regno di Dio riconosciuto dai cristiani, così come dagli ebrei e dagli islamici, e anche un ateo, forse, avrebbe avuto vergogna e timore. Ma il tempo è cambiato e ciò che valeva una volta ha perso il significato in un groviglio di odio e miseria.
Abbiamo il dovere di ricostruire a piccoli passi tutti assieme e uniti, non con grandi manifesti e proclami un ordine mondiale che badi alla PACE COME ATTO FONDATIVO DI UNA NUOVA UMANITÀ!
Marialuisa Faella

il co,municato stampa congiunto dopo l’incontro del 28 luglio : https://www.anpi.it/comunicato-congiunto-anpi-ucei

