Antonio Pellegrino è l’animatore di una delle esperiene più significative nel campo della cura e resa vitale dell’immenso patrimonio di biodiversità e di storia e cultura delle Aree interne. In quel di Caselle in Pittari, profondo Vallo di Diano, alle spalle del mare bellissimo di Scario, dal 2012 opera la CooperativaTerra di Resilienza. Oggi anche Monte Frumentario ( visitate il loro sito : http://www.montefrumentario.it/la-cooperativa-terra-di-resilienza/ ). In larga misura il tutto nasce dall’incontro tra giovani qualificati che rifiutano per se’ la prospettiva dell’abbandono della propria terra e aldi fuori di ogni visione oleografica scelgono l’incontro con quanto di vitale persiste in questi territori,volgendolo alla costruzione di nuovo senso, di nuovi legami sociali e di nuove dimensioni produttive. Alla fine di queata estate infinita, Antonio ha scelto di pubblicare sul gruppo di Rigenera Cilento questa riflessione che è insieme un atto di denuncia ed anche di urgente sollecitazione a imboccare nuove strade per il futuro. Merita davverodi essere letta, riflettuta, e , come nel casodelcontributo di Lucio Ferella, di essere agita.
LETTERA AI CILENTANI
Chi siamo, dopo l’estate?
Cari Cilentani,
l’estate sta finendo e con lei sta passando anche la grande stagione del “chi siamo”, quella durante la quale manifesti, locandine, banner, reel, post e immagini hanno raccontato paesi, comunità , sagre, prodotti e tradizioni, restituendoci ancora una volta l’immagine abbondante di un Cilento felice, festoso, gastronomico, autentico, naturalmente bello e profondamente legato alle proprie radici. Quest’anno molte di quelle immagini sono nate anche dall’intelligenza artificiale ed è una delle ironie del nostro tempo: abbiamo cominciato ad affidare alle macchine persino il compito di immaginare come dovremmo apparire a noi stessi.
Adesso però i palchi si smontano, le luminarie si spengono, gli stand vengono riposti e le piazze tornano lentamente a somigliare ai paesi che abitiamo durante il resto dell’anno. Ed è proprio adesso, quando diminuisce il rumore e resta un po’ più spazio per guardarci attorno, che rimane ostinatamente una domanda.
CHI SIAMO?
Non è una domanda di circostanza e non vorrei nemmeno cercarne la risposta nella filosofia da manuale, quanto piuttosto nella pratica della vita, nella necessità umana e, se possibile, nel senso opportuno delle cose.
Perché il “chi siamo” non riguarda soltanto l’individuo, quell’unità umana postulata per tecnica e numero, non riguarda soltanto il pronome io. Riguarda inevitabilmente il noi, perché l’essere umano, a ben vedere, non è mai esistito come monade isolata. Esistono corpi che abitano luoghi, corpi che mangiano, lavorano, parlano, litigano, si incontrano, si amano e qualche volta non si sopportano affatto, ma continuano comunque a condividere uno spazio, una strada, una stagione, una terra.
L’umano abita. E abitare non significa semplicemente avere una casa da qualche parte. Significa costruire nel tempo una relazione tra il proprio corpo e una porzione di mondo.
Tra le cose che rendono questa relazione concreta il cibo occupa uno spazio enorme, perché non è soltanto nutrimento o carburante biologico, ma costruisce relazioni, economie, paesaggi, culture e, forse prima ancora di tutte queste cose, un modo di stare al mondo. Mangiare significa mettere un corpo in relazione con una terra, con altri corpi, con il lavoro necessario a produrre ciò che arriva sulla tavola e con il tempo che quella produzione richiede.
Ed è proprio qui che il racconto estivo del Cilento comincia a mostrare qualche crepa.
Per alcune settimane i nostri paesi diventano vetrine dell’abbondanza. Abbondano cibo, musica, persone, tradizioni, tavolate, tipicità , antichi sapori, ricette della nonna, identità , radici e appartenenze. Ogni paese ha qualcosa da celebrare e, se proprio non ce l’ha, prima o poi qualcosa da celebrare si trova. Poi arriva settembre e dietro la vetrina rimangono i paesi reali, quelli abitati tutto l’anno, quelli che invecchiano, che perdono abitanti e bambini, quelli nei quali chiudono negozi e servizi, quelli dove coltivare è diventato economicamente difficile e nei quali, paradossalmente, produrre il cibo che celebriamo nelle sagre è spesso diventato più complicato che organizzare la sagra stessa.
E allora qualche domanda bisognerà pur farsela.
Perché qualche volta, a guardarle senza l’obbligo di divertirsi, sono feste persino tristi, stand tristi, cibi industriali apparecchiati come tradizione e persone che sembrano ritrovare improvvisamente il sorriso nell’attimo esatto in cui uno smartphone deve certificare che siamo felici. Non è una critica alle feste, che sono necessarie alla vita delle comunità , e nemmeno a chi le organizza spesso gratuitamente e con fatica. È una domanda sulla distanza crescente tra ciò che celebriamo e ciò che pratichiamo.
Celebriamo il pane e coltiviamo sempre meno grano. Celebriamo la dieta mediterranea e riempiamo le dispense di prodotti che hanno attraversato mezza Europa. Celebriamo gli orti e lasciamo che quelli dietro casa diventino rovi. Celebriamo l’olio mentre gli oliveti vengono abbandonati. Celebriamo la cucina della nonna anche quando quella nonna non c’è più da vent’anni e nessuno ha imparato davvero quello che faceva.
E non c’è scandalo in tutto questo. C’è la storia.
Non siamo più da decenni una società di contadini. È bene dircelo senza nostalgia e senza prenderci in giro. È cambiato il lavoro, sono cambiate le famiglie, i consumi, il tempo quotidiano, le aspirazioni, le economie, i corpi e persino il gusto. La società dei consumi è arrivata anche qui e ci abitiamo dentro da parecchio tempo. Quello che oggi chiamiamo “tradizione” contiene già decenni di industria alimentare, supermercati, televisione, turismo, migrazioni, ritorni, pubblicità e mercato.
Il problema, quindi, non è tornare indietro.
Non dobbiamo ricostruire una società contadina che non esiste più, né mettere in scena un Cilento che forse non è mai esistito nella forma pacificata e abbondante con la quale oggi ci piace rappresentarlo. La povertà era povertà , la fatica era fatica, partire molte volte significava salvarsi e restare non è stato sempre una virtù. Ci sono stati tempi nei quali andare via è stato necessario quanto oggi ci sembra necessario parlare del restare.
La questione è un’altra: come si continua a stare in un luogo quando il mondo è cambiato?
Come si mantiene una relazione con il proprio reale senza trasformarla in nostalgia? Come si accoglie ciò che viene da fuori senza diventare semplicemente il luogo nel quale tutto ciò che viene da fuori viene consumato? Come si evolve una cultura senza ridurla né a reliquia né a merce?
Perché un territorio non è vivo quando conserva tutto. È vivo quando continua a produrre. E produrre non significa soltanto produrre merci. Significa produrre senso, relazioni, pratiche, parole, cibo, paesaggio, conoscenza, conflitto persino, purché sia conflitto capace di generare pensiero e non soltanto appartenenza.
Qui entra in gioco una questione che riguarda innanzitutto noi e le nostre famiglie.
Non possiamo continuare a delegare il rapporto con il cibo locale alla ristorazione illuminata, ai pochissimi panettieri che provano ancora a dare un senso territoriale al pane, agli agricoltori che resistono, ai cuochi che cercano una filiera, alle associazioni che organizzano progetti e agli appassionati che recuperano semi. Possiamo sostenerli, raccontarli, riconoscerne il lavoro, ma non possiamo affidare a loro il compito di tenere in vita ciò che noi stessi abbiamo smesso di praticare.
Perché se nelle nostre famiglie non si mangia il nostro cibo, prima o poi si materializza una rinuncia molto più profonda di quella alimentare: la rinuncia al proprio reale, a quella capacità di stare in un luogo e di esserne in qualche misura incarnati nel senso.
E anche qui non c’è nessun bisogno di diventare tutti agricoltori. Forse dovremmo soltanto ricominciare a misurare la nostra rinuncia. Quanto tempo servirebbe davvero?
Cento ore all’anno per condurre un piccolo orto? Cento ore su ottomilasettecentosessanta. Oppure trenta ore all’anno per raggiungere dieci volte un’azienda agricola vera e prossima, conoscere chi coltiva, comprare direttamente, capire cosa cresce e quando cresce, scoprire persino che qualcosa non c’è perché non è stagione?
Davvero non abbiamo più questo tempo?
Possiamo rinunciare a trenta ore di scroll in un anno? A qualche episodio di una serie? A una parte infinitesimale del tempo che quotidianamente consegniamo alle immagini per restituirlo alle cose?
Non è moralismo e non è una guerra alla tecnologia. È una domanda sulle proporzioni: davvero non abbiamo più tempo per il luogo oppure abbiamo semplicemente deciso di destinare quel tempo altrove?
Perché il tempo dei luoghi deve avere un suo registro temporale e non può essere né pensato né vissuto interamente online. Una terra ha tempi che nessuna connessione può comprimere. Un pomodoro deve crescere, un grano deve attraversare l’inverno, una pasta madre deve fermentare, un olivo deve essere potato e poi bisogna aspettare. Un orto può fallire, una stagione può essere cattiva, una farina può finire. La terra ha ancora persino il cattivo gusto di non essere sempre disponibile.
Ed è forse proprio questa una delle grandi questioni del cibo contemporaneo.
Il tempo del food è un vortice. Il tempo del cibo è un sedimento.
Il food produce continuamente immagini, piatti, classifiche, esperienze, reel, ricette, ristoranti, personaggi, prodotti da desiderare e luoghi nei quali bisogna andare. Vive della successione e deve continuamente sostituire ciò che abbiamo appena visto con qualcosa che non abbiamo ancora visto.
Il cibo sedimenta.
Ha bisogno della ripetizione, della consuetudine, della stagione, del gesto che ritorna, della tavola apparecchiata cento volte senza essere fotografata neppure una. Ha bisogno persino della noia del quotidiano, perché una cultura alimentare non è fatta soltanto delle eccezioni che celebriamo, ma soprattutto delle cose normali che continuiamo a fare senza sentire il bisogno di raccontarle.
E invece abbiamo tavole sempre più apparecchiate di immagini e immagini che nutrono mente e corpo senza nessuna messa a fuoco, senza inquadrare il verso e il perché, la direzione e la prospettiva. Vediamo continuamente cibo e rischiamo di conoscere sempre meno ciò che mangiamo. Conosciamo il nome di un ristorante a cinquecento chilometri e non quello dell’agricoltore che coltiva a cinque. Riconosciamo un marchio e non una stagione. Seguiamo lo storytelling di un prodotto senza avere mai incontrato la storia concreta di chi quel prodotto lo semina, lo raccoglie e lo trasforma.
Forse allora una parte del lavoro da fare è semplicissima da dire e difficilissima da praticare: dal brand alle persone, dallo storytelling alla relazione, dalla pubblicità al corpo vivo degli umani e della terra.
Non autosufficienza, dunque. Sarebbe un’altra finzione. Piuttosto quote di relazione.
Posso non produrre il grano ma conoscere chi lo produce, non fare sempre il pane ma sapere quale farina sto comprando, non avere un orto ma riconoscere una stagione, non allevare un animale ma sapere qualcosa della carne che porto a tavola. Posso soprattutto riconoscere che dietro il cibo esistono persone, suolo, acqua, lavoro, competenze, paesaggio e tempo.
La carne viva dell’umano è vestita dalla cultura e la cultura è, prima di molte altre cose, cibo. Ogni giorno introduciamo nel nostro corpo pezzi di paesaggio, lavoro, economia, energia, acqua, terra, tecnica e memoria. Il cibo è forse il più quotidiano dei nostri rapporti con il mondo e proprio per questo è diventato paradossalmente uno dei meno pensati.
Serve allora ritrovare un senso operativo nelle famiglie. Un orto quando possibile, un pane fatto qualche volta, una farina scelta conoscendone la provenienza, una visita a chi produce, una conserva preparata insieme, una ricetta imparata da qualcuno prima che scompaia, un bambino che sappia che i pomodori non maturano dodici mesi all’anno. Non per trasformarlo in un piccolo contadino da fotografia, ma per dargli strumenti per leggere il mondo.
Perché conoscere il proprio non dovrebbe servire a convincerci che il nostro sia migliore. Dovrebbe servire esattamente al contrario: a possedere una misura con la quale incontrare il resto. Chi conosce un grano può capire meglio un altro grano, chi conosce il proprio paesaggio può riconoscere la complessità di un altro paesaggio, chi ha imparato che dietro il proprio pane esistono terra, acqua, lavoro e storia sarà forse più capace di vedere terra, acqua, lavoro e storia anche nel pane degli altri.
È questo il senso colto del luogo che dovremmo cercare.
E invece qualche volta sembriamo aver ridotto il tipico a emblema del nostro mentre teniamo bene in mostra gli araldi della società dei consumi.
Abbiamo colonizzato persino l’ipocrisia del verde: aria buona, natura incontaminata, paesaggio, dieta mediterranea e qualità della vita convivono tranquillamente con birra industriale, mortadella industriale, cioccolata industriale, prodotti arrivati da migliaia di chilometri e una capacità produttiva locale sempre più fragile.
Non è la mortadella il problema, né il sushi, né McDonald’s. Il mondo è anche questo e sarebbe ridicolo combatterlo con una forca identitaria.
Il problema nasce quando possiamo mangiare tutto ma non sappiamo più produrre quasi niente di ciò che utilizziamo per raccontare chi siamo. Quando il tipico sopravvive come insegna e scompare come pratica. Quando la dieta mediterranea diventa un marchio molto prima di essere una dieta. Quando il patrimonio UNESCO diventa una spilletta da appuntare una volta all’anno sulla giacca della rappresentanza e non un interrogativo quotidiano sulla qualità dei paesaggi, delle produzioni e della vita.
E la stessa distanza tra racconto e pratica attraversa molto altro.
Attraversa i paesi dilaniati da conflitti politici nei quali l’assenza di una dialettica del confronto consolida soltanto status feudali e retorici sviluppismi senza sviluppo. Attraversa rappresentanti territoriali che frequentano il territorio nella misura dell’occasione, della fotografia, della visita, dell’appuntamento elettorale, ma molto meno nella fatica necessaria a conoscerlo. Attraversa strade in manutenzione ordinaria con semafori diventati quasi in detenzione ordinaria, servizi che arretrano, trasporti difficili, sanità lontana e comunità alle quali continuiamo a chiedere di restare senza costruire abbastanza ragioni materiali per poterlo fare.
Perché anche il restare, quando diventa soltanto una parola, rischia di trasformarsi in folklore.
Non basta dire ai giovani che devono restare. Bisogna costruire luoghi nei quali restare abbia una possibilità economica, culturale, affettiva e civile. E bisogna anche riconoscere che qualcuno partirà , che qualcuno tornerà e qualcuno no, perché un territorio vivo non è quello che trattiene tutti ma quello che mantiene possibile una relazione anche con chi attraversa, parte, ritorna, porta qualcosa e qualcosa porta via.
La stessa domanda dovrebbe entrare nelle scuole.
Non per aggiungere l’ennesimo progetto sul territorio, magari con una giornata dedicata alle tradizioni e qualche fotografia da pubblicare, ma per domandarci quanti ragazzi possano attraversare anni di scuola nel Cilento senza acquisire strumenti seri per leggere il paesaggio nel quale vivono. Quanti sappiano qualcosa della sua geologia, della sua agricoltura, delle sue acque, della storia alimentare, delle migrazioni, dei boschi, dei paesi, delle trasformazioni economiche, delle parole che ancora utilizziamo.
Non per insegnare loro a diventare cilentani. Lo sono già , se qui vivono. Ma per consentire loro di produrre una scienza del proprio, abbastanza rigorosa da diventare strumento per conoscere anche ciò che proprio non è.
Perché il locale senza conoscenza diventa provincialismo e il globale senza luogo diventa indifferenza.
Eppure, dentro questa contraddizione, qualcosa continua ad accadere.
Ci sono ancora esigue umanità che emanano pratica e testimonianza della cultura locale. Persone che coltivano, trasformano, allevano, cucinano, insegnano, raccolgono semi, recuperano parole, tengono aperto un forno, curano un oliveto, provano a far vivere un paese senza sentirsi custodi di un museo. Non sono residui del passato. Sono forse laboratori inconsapevoli del futuro.
È lì che si annida una possibilità contemporanea del restare: non nella conservazione immobile, ma nella capacità di evolvere cultura.
Per questo servono certamente politiche territoriali reali, investimenti, infrastrutture, servizi, agricoltura, formazione, mense pubbliche capaci di sostenere produzioni territoriali, economie che rendano nuovamente possibile coltivare e trasformare. Ma sarebbe troppo comodo pensare che tutto questo riguardi soltanto Regione, Comuni, Parco, scuole, imprese o associazioni.
Qui il discorso torna inevitabilmente alla cittadinanza.
Abbiamo impiegato molto tempo a capire, e forse non abbiamo ancora finito di capirlo nemmeno a livello nazionale, che la cittadinanza non può essere interamente delegata. Votare qualcuno non significa consegnargli la propria responsabilità civile per cinque anni. Allo stesso modo appartenere a una cultura non significa delegare a una Pro Loco, a un ristorante, a un museo, a un agricoltore, a una scuola o a una sagra il compito di praticarla al posto nostro.
La cultura popolare, se è davvero popolare, non può vivere per delega.
Può essere studiata, tutelata, raccontata, finanziata e promossa, ma tutte queste azioni diventano insufficienti quando manca il soggetto che dovrebbe tenerla viva: il popolo.
E popolo non è qui una parola romantica né una categoria politica astratta. Sono le persone che continuano a fare, scegliere, modificare, trasmettere, mangiare, coltivare, cucinare, parlare, dimenticare e reinventare insieme.
Perché la cultura cambia e deve cambiare. Una cultura che non cambia è già patrimonio museale. Ma c’è una differenza enorme tra una cultura che cambia perché viene vissuta e una cultura che viene consumata perché qualcun altro ce l’ha apparecchiata davanti.
La cultura popolare non è necessariamente quella antica. È quella che un popolo continua a produrre.
Può accogliere ciò che arriva da fuori, cambiare ingredienti, parole, forme e persino significati, contaminarsi e contraddirsi, perché proprio questa capacità di trasformazione dimostra che è ancora viva. Ma per trasformare qualcosa bisogna essere dentro una relazione. Altrimenti non c’è contaminazione, c’è sostituzione. Non c’è evoluzione, c’è consumo.
Forse allora dovremmo smettere per un momento di domandarci soltanto come raccontare meglio il Cilento e cominciare a domandarci come viverlo meglio.
Non abbiamo bisogno dell’ennesima immagine perfetta di ciò che siamo. Abbiamo bisogno di ricostruire congruenza tra immaginario e pratica, tra ciò che celebriamo e ciò che facciamo, tra il cibo che raccontiamo e quello che mangiamo, tra il paesaggio che fotografiamo e quello che coltiviamo, tra i paesi che promuoviamo e quelli nei quali dobbiamo poter vivere dodici mesi all’anno.
Forse è questo, alla fine, il senso più semplice del colto: qualcosa che non nasce spontaneamente, ma richiede cura. E non è casuale che colto, coltivato e raccolto continuino a risuonare così vicini nel nostro linguaggio. Una cultura, come una terra, non vive perché la possediamo. Vive perché qualcuno continua a lavorarla.
Non sappiamo quale Cilento verrà fuori da tutto questo e forse è bene non saperlo. Non abbiamo bisogno di stabilire oggi quale debba essere la forma corretta della nostra identità . Abbiamo bisogno di tornare ad avere abbastanza relazione con il nostro reale da poterla produrre.
E allora la scelta che lentamente ci troviamo davanti non è tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, tra locale e globale. È forse molto più semplice e molto più difficile.
Il popolo delle culture oppure il consumo delle culture.
Nel primo caso siamo ancora soggetti: prendiamo ciò che abbiamo ricevuto, lo discutiamo, lo trasformiamo, lo adattiamo al nostro tempo e lo consegniamo diverso a chi verrà dopo. Nel secondo siamo consumatori: acquistiamo per qualche ora l’esperienza rassicurante di appartenere a qualcosa che nella vita quotidiana non pratichiamo più.
Ed è nelle famiglie, nelle scuole, nelle piazze, nei campi, nelle cucine e nella normalità dei nostri giorni, molto prima delle sagre, dei convegni, dei disciplinari e delle campagne di comunicazione, che questa differenza comincia a diventare visibile.
Perché una cultura non muore quando scompare l’ultima ricetta, l’ultima parola dialettale o l’ultimo gesto. Muore molto prima, quando quelle cose smettono di avere un posto nella vita ordinaria e continuano ad esistere soltanto nel racconto che facciamo di noi stessi.
E allora, adesso che l’estate finisce, le luminarie si spengono, le fotografie restano negli archivi dei social e i paesi tornano ad essere semplicemente i nostri paesi, forse possiamo riprendere da dove eravamo partiti.
Chi siamo?
O forse, a questo punto, la domanda è diventata un’altra:
quando smettiamo di produrre la nostra cultura e continuiamo soltanto a consumarne la rappresentazione, siamo ancora un popolo di questo luogo o siamo diventati semplicemente il pubblico del nostro stesso paese?
Antonio Pellegrino


