È morto a Roma il 3 settembre Fabio Mussi. Ministro del governo Prodi, esponente storico della sinistra e del Pci, era attualmente dirigente di Sinistra Italiana Avs. Nato a Piombino il 22 gennaio 1948, entrò giovanissimo nel Comitato Centrale del Pci, e del Pci poi Pds e Ds fu parlamentare dal 1992 al 2008. Fu capogruppo dei deputati del Pds-Ulivo nel 1996 e nel 2001 vicepresidente della Camera dei deputati. È stato anche vice direttore di Rinascita e poi condirettore de L’Unità. Non aderì al Pd, e contribuì alla nascita prima di Sel e poi di Sinistra Italiana.

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Ad un certo punto uscivamo sulla strada e ci mettevamo a fumare il sigaro. Succedeva a Roma, in qualche albergo dalle parti di via Cavour o di via Nazionale, dipendeva dal tesoriere. Dentro la sala la riunione non finiva mai. Ogni volta era così. Lì fuori si stava in silenzio quei cinque minuti, una tregua sonora dopo tutto quel parlare là dentro. Poi ho capito che se per me il sigaro, rigorosamente Toscano, era un indispensabile sgranchimento alla sedentarietà di quelle lunghe giornate, per lui era invece il momento di preparare le conclusioni della riunione, che di lì a poco avrebbe tenuto.

La riunione aveva una partitura da sinfonia classica secondo la tradizione del movimento operaio: in tre tempi. La relazione, che nel suo caso era sempre un allegro. Allegro poiché la struttura del suo discorso poggiava su due pilastri: l’intelligenza cristallina dell’analisi politica e l’ironia del normalista, che spesso giungeva a noi di scuole basse con una frazione di rassegnato ritardo. Ma della sua estesa cultura – insolita, bisogna riconoscerlo, per un dirigente politico – non ha mai fatto vanto.

Tranne forse una sola volta, alla Camera, quando la destra di allora rimproverava alla sinistra di allora di voler ridimensionare gli studi classici dai programmi scolastici. Si alzò, e parlò per un quarto d’ora smontando come un orologiaio svizzero l’impianto concettuale degli avversari; poi lo rimontò a lucido secondo gli orientamenti della sua parte politica. Tutto il discorso in latino classico, con diverse incursioni nel greco antico.

Poteva essere irriverente, l’irriverenza di chi non ha peli sulla lingua. Quando entrò nel Comitato Centrale del Pci era il più giovane di tutti. Il suo primo intervento suscitò il borbottio di Giancarlo Pajetta, che era Pajetta. Disse che non condivideva l’intervento di quel giovane del quale neppure si ricordava il nome. Bastava per stroncare chiunque, in quel tempio della sala del quinto piano di Botteghe Oscure. Fabio chiese di fare una precisazione: Questi sono gli appunti che ho preso da un articolo su Rinascita del compagno Pajetta, e io li ho pressoché ripetuti, come si può vedere. Pertanto, compagno Pajetta, o tu allora davi ragione a me, o oggi hai dato torto a te stesso.

Era fatto così, era di Piombino, era figlio di Nolano, centralinista del Comune diventato cieco dopo una battuta di caccia, casa popolare alla periferia del paese. Alla sua relazione di quelle nostre frequenti riunioni seguiva il dibattito; ed era un minuetto, che se nella sinfonia è in genere la parte più breve, nella nostra prassi politica invece si protraeva fino all’ultimo treno che portava a casa i compagni. Ed ecco, il terzo tempo, le conclusioni, l’andante, in tutti i sensi. Chi sedeva ad ascoltarlo non finiva di prendere appunti, sarebbero poi serviti per gli incontri nei territori. Eravamo senza più un partito, quando facevamo riunioni così.

Ricordo Firenze, l’aprile del 2007, l’ultimo congresso dei Democratici di Sinistra, il suo intervento tanto atteso, i tentativi fino all’ultimo da parte dei dirigenti che stavano dando vita al Partito Democratico di dissuaderlo dal dire le cose che avrebbe detto: noi ci fermiamo qui. C’era l’emozione come sottofondo comune a tutti i delegati, noi che l’avremmo seguito e gli altri, la maggior parte, che gli avrebbero votato contro. L’emozione per un uomo a cui si voleva bene, uno di quelli che si ascoltava imparando il valore della politica e l’importanza che sempre essa sia accompagnata alla cultura.

Ma c’era anche qualcosa di più. Il timore per alcuni, la certezza per altri, che Fabio avesse ragione. Non era più il fatto del nome da cambiare al partito, lui poi aveva sostenuto la svolta di Occhetto. Raccontava spesso che in una segreteria del 1983, della quale giovanissimo faceva parte, già Enrico Berlinguer stesso aveva posto la questione. Era il fatto che aveva studiato Gramsci, la Scuola di Francoforte, l’Adorno dei Minima moralia. Il partito è lo strumento, può cambiare, persino estinguersi; è la sinistra che deve rimanere.

E in un programma come quello fondativo del Partito Democratico, presentato a Orvieto nell’autunno del 2006 – a cui lui e la nostra parte di minoranza decise di non partecipare – già era contenuto il germe della sua irrisolta contraddizione, di ieri e di oggi. Gli errori sono sempre iniziali, ammoniva Cesare Pavese. Come può la sinistra mettere sul medesimo piano Sindacato e Confindustria, lavoratore e imprenditore? C’è un oggettivo e complesso antagonismo, deriva dal principio di realtà della politica; che non impedisce l’arte del compromesso, del patto, dell’incontro per un bene generale comune della società. E di un’alleanza tra partiti, movimenti, che rappresentano realtà così diverse. E c’è poi il conflitto, che si svolge sul terreno democratico, ma è il dato di partenza di un reale cambiamento del mondo.

Il 5 maggio del 2007, meno di un mese dopo dell’addio fiorentino, al Palazzo dei Congressi di Roma Fabio aveva tutti davanti ad ascoltarlo. Furono sorpresi dalla sala gremita all’inverosimile, forse per questo meno attenti alle sue parole. Era come sempre radicale in quel suo discorso, e insieme unitario. Si poteva esserlo, si doveva esserlo.

Quando arrivai a Frattocchie, nel 1988, lui seguiva in segreteria i temi dell’ambiente. Volle che si facessero dei corsi di formazione sulla riconversione ecologica, e la parola era nuova, andava spiegata, leggendo i testi di Gregory Bateson; con Giovanni Berlinguer si portò a quei corsi l’americano Barry Commoner. Ne uscì un libro, che raccoglieva le lezioni. Apocalittico, disfattista, fu il più benevolo dei giudizi di allora, e non solo dai negazionisti di ieri e di oggi, ma anche dai compagni di una vita.

Non sono episodi, fatti reali, da ricordare per qualche rivalsa a posteriori. Questo non è mai stato, per come l’ho conosciuto, l’animo di Fabio. Ma per la distanza che essi misuravano – e tanto più oggi misurano – tra la politica come compatibilità, adattamento, e la politica del cambiamento. Che parte dal conflitto e dalla lotta. Che gramscianamente è distruzione di uno stato di cose e costruzione di un’alternativa.

Qualche giorno fa ci siamo sentiti al telefono. Per un’ora, forse più. È stato come passare in rassegna il mondo. Mai una parola offensiva o un dileggio ad un avversario; demolito, se e quando occorre – e di questi tempi sempre più occorre – col puro, raffinato, colto, implacabile ragionamento politico. Gli ho voluto bene, inutile girarci intorno. Tanto. Conosceva queste parole di Sant’Agostino, che sono adesso anche le mie per lui: Coloro che amiamo e che abbiamo perduto, non sono più dov’erano, ma sono ovunque noi siamo.

Gianni Zagato

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