Sembra avviata a conclusione la querelle sulla trasformazione, a nostro parere inevitabile, di ABC in una societĆ  in house. Che, secondo la legge vigente (D. Lgs. 201/2022, art. 14) ĆØ l’unica forma giuridica atta a consentire una gestione interamente pubblica del servizio idrico.
Ma la gestione pubblica non può essere limitata al solo perimetro della cittĆ  di Napoli, se si vuole agire nel rispetto dell’esito referendario del 2011 e se si vuole dar credito alle ripetute dichiarazioni di intenti dell’attuale governo regionale.
Restano in piedi problemi ben più rilevanti sulla gestione dei servizi idrici in Campania e riguardano la disapplicazione dei principi fondanti della legge Galli del 1994: dare a tutti i cittadini un servizio efficiente, efficace ed economico e farlo accorpando i pezzi sparsi delle precedenti gestioni, in senso geografico (con la loro unificazione entro il perimetro di ambiti territoriali ottimali) e in senso funzionale (con l’aggregazione di tutti i diversi segmenti – dalla captazione delle acque alla loro restituzione a fiumi e mare – in un ā€œservizio idrico integratoā€.


L’originaria chiarezza di questi principi ĆØ stata offuscata giĆ  dallo Stato con il Codice dell’Ambiente del 2006. Alle Regioni ĆØ riconosciuta la facoltĆ  di definire i perimetri degli ambiti in base a criteri tecnici di convergenza verso la condizione di ottimalitĆ , ed ĆØ imposto l’obbligo di costituire (per mezzo di organismi di governo partecipati dagli enti locali) il servizio idrico integrato in ciascun ambito. E l’ambito può coincidere, per scelta discrezionale delle Regioni, anche con l’intero territorio regionale (art. 147, comma 2-bis). Qui cominciano le ambiguitĆ : se nella Regione ĆØ istituito l’ambito unico, ĆØ possibile organizzare le gestioni del SII per sub-ambiti, purchĆ© di dimensioni non inferiori a quelle delle Province o CittĆ  metropolitane. FacoltĆ  e limiti entrambi ridondanti, visto che le Regioni possono giĆ  in partenza definire gli ambiti a loro esclusiva discrezione. Si tratta allora di consentire nello stesso tempo l’accentramento degli strumenti di governance e la separazione delle gestioni. Sembra di ritrovare, in queste ondivaghe formulazioni, l’eco del ā€œvorrei e non vorreiā€ di dongiovannesca memoria.


Tra le Regioni che hanno colto la possibilitĆ  offerta dalla legge quadro c’è la Campania. Con legge regionale del 2015 ĆØ stato costituito un unico ambito territoriale ottimale regionale, sono stati messi in liquidazione i preesistenti Enti di Ambito e costituito l’Ente Idrico Campano, una Biancaneve accompagnata da sette ambiti distrettuali. La legge regionale, che avrebbe dovuto recepire e rispettare gli indirizzi della norma di rango superiore, li ha invece trasgrediti con l’individuazione di distretti d’ambito di dimensioni ben inferiori a quelle consentite dal Codice dell’Ambiente (es. distretti di Napoli cittĆ  e Napoli nord). Evidentemente nessuno se n’è accorto e la legge regionale non ĆØ stata mai impugnata.
Si ĆØ cosƬ consolidato nel tempo un modello di governance dei servizi idrici illegittimo, funzionale a mantenere gli spezzettamenti dei servizi piuttosto che a contrastarli. Nel quadro generale spicca pure la condizione del salernitano, ove restano in piedi a tempo indeterminato le gestioni pubbliche di sub-ambito che furono salvaguardate nel 2001 sulla base di una norma della legge Galli abrogata giĆ  nel 2006 dal codice dell’Ambiente. Ma anche di ciò nessuno pare accorgersi.


Intanto le buone intenzioni dei nuovi amministratori regionali subiscono duri colpi: nel Sannio, dove la privatizzazione, fieramente combattuta entro le mura del capoluogo, va a gonfie vele e diventa irreversibile nel silenzio totale; nel Casertano, ove l’affidamento a un soggetto pubblico viene troncato dal TAR; e prossimamente a Napoli nord, ove i Comuni si sono di recente convertiti in massa al credo della privatizzazione nella forma di societĆ  mista pubblico-privata.
La battaglia per l’acqua pubblica – la vera battaglia – diventa allora una lotta contro il tempo: la prospettiva di avere gestioni pubbliche del servizio idrico integrato perde pezzi.
Il modello attuale di governance non aiuta. I servizi idrici in Campania richiamano alla mente la vecchia pubblicitĆ  di una popolare grappa: tagli la testa (le grandi adduzioni), tagli la coda (i sistemi consortili regionali di depurazione), quello che resta ĆØ il servizio idrico integrato. Con la conseguenza che i gestori degli acquedotti privi di fonti idriche proprie pagano l’acqua all’ingrosso più di quanto ricavino dalla tariffa. In un quadro di gravi inefficienze strutturali (denunciate per ultimo nel rapporto dell’ufficio studi della CGIA di Mestre dell’11 luglio 2026) la gestione di quel che resta del servizio idrico integrato (al netto di testa e coda) ĆØ vocata a esiti fallimentari. E a pagare, se non in termini di tariffa, ma certamente di qualitĆ  dei servizi, sono, e ancora di più saranno nel prossimo futuro, le popolazioni, incombendo lo spettro di siccitĆ  sempre più gravi e frequenti.


ƈ urgente allora rimettere mano alla governance regionale sui servizi idrici, partendo subito dalla necessaria revisione della legge 15/2015,
dalla quale vanno rimossi gli attuali profili di illegittimitĆ . Va confermato l’obiettivo di un servizio integrato pubblico a scala d’ambito, delineando la prospettiva di una gestione unica regionale sul modello dell’acquedotto pugliese. Va delineato altresƬ il processo di transizione che dovrĆ  condurre al necessario accorpamento, per territori e funzioni, su scala regionale, delle preesistenti gestioni pubbliche, delle quali andranno valorizzate competenze e know how nella costruzione del soggetto industriale in house di ambito che dovrĆ  gestire il servizio idrico integrato campano.

Alfonso De Nardo, Bruno Miccio



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