Scrivo queste riflessioni a partire da un percorso già avviato, che mi vede impegnato come moderatore della fase costituente della Federazione Ecologisti Europei, nata dall’adesione di oltre 170 realtà e singoli che hanno sottoscritto un appello per la costruzione di uno spazio politico ecologista.
Un percorso che non nasce in modo astratto, ma dall’esigenza concreta di mettere in relazione esperienze, pratiche e sensibilità che nei territori si muovono spesso in modo isolato. Negli ultimi mesi ho avuto modo di partecipare a diversi momenti di confronto, tra incontri organizzativi e assemblee di realtà attive nei territori. Occasioni diverse tra loro, ma accomunate da un elemento ricorrente: la presenza di esperienze vive, radicate, spesso generose, ma al tempo stesso segnate da una difficoltà evidente a fare un passo ulteriore.
Da un lato, esiste un tessuto diffuso di comitati, associazioni e movimenti che si battono per la tutela del territorio, per la difesa dei beni comuni, per la qualità della vita. Dall’altro, emerge con altrettanta chiarezza una diffidenza, talvolta esplicita, nei confronti di ogni forma di organizzazione politica.
Non si tratta di una contraddizione marginale. È, piuttosto, uno dei nodi centrali del nostro tempo. Questa esigenza non nasce in modo astratto.
Negli ultimi mesi, in diversi territori – da Alcamo a Vittoria, da Pavia fino ai più recenti incontri di Benevento e Torino – si sono sviluppati momenti di confronto che hanno coinvolto realtà associative, comitati e singole persone impegnate nella tutela del territorio.
Esperienze diverse tra loro, ma accomunate da una stessa tensione: la necessità di non restare isolate.
A queste si affiancano percorsi e relazioni che continuano a svilupparsi, anche con associazioni attive nella difesa dei beni comuni e degli ecosistemi, a conferma di un’esigenza sempre più diffusa di connessione e coordinamento.
In più occasioni, il confronto si è fatto diretto: da un lato la volontà di mantenere un’autonomia piena rispetto alle istituzioni, dall’altro la consapevolezza – non sempre esplicitata – che senza una capacità di incidere anche sul piano delle decisioni pubbliche, molte di queste esperienze rischiano di restare isolate, o di ottenere risultati parziali.
È qui che si apre una frattura. Da una parte, l’ecologia vissuta nei territori: concreta, quotidiana, fatta di difesa di spazi, di relazioni, di comunità.
Dall’altra, una politica istituzionale che fatica a integrare davvero questa dimensione, spesso riducendo la questione ecologica a uno dei tanti ambiti di intervento.
Tra queste due dimensioni esiste oggi una distanza che non possiamo più permetterci.
La crisi che stiamo attraversando – climatica, ambientale, sociale – non è affrontabile con strumenti parziali. Non basta rendere sostenibile ciò che sostenibile non è. Non basta migliorare l’esistente. Serve un cambio di prospettiva.
Non si tratta più di rendere sostenibile lo sviluppo, ma di riconoscere che ogni attività deve rientrare nei limiti degli ecosistemi, assumendo gli equilibri della biosfera come criterio fondante delle scelte economiche e politiche.
È proprio a partire da questa consapevolezza che si è avviato il percorso della Federazione Ecologisti Europei: non come costruzione di un nuovo soggetto dall’alto, ma come tentativo di dare forma a una rete che parta dai territori e riconosca il valore delle esperienze esistenti.
Un processo ancora iniziale, ma già attraversato da relazioni, incontri e adesioni che ne confermano la necessità.
Ma questo passaggio, per quanto necessario, incontra oggi una difficoltà reale: la mancanza di uno spazio capace di mettere in relazione le esperienze esistenti senza snaturarle.
Molte realtà temono – non senza ragioni – che il passaggio alla dimensione politica comporti una perdita di autonomia, una riduzione della complessità, un adattamento a logiche che non sentono proprie. Allo stesso tempo, l’assenza di un livello di coordinamento più ampio limita la capacità di incidere in modo strutturale.
È in questo spazio intermedio, ancora fragile e poco definito, che si gioca una partita decisiva.
Forse il problema oggi non è creare nuove realtà, ma riconoscere e mettere in relazione quelle che già esistono.
Il tema, dunque, non è semplicemente organizzativo. È profondamente politico e culturale.
Riguarda la possibilità di colmare la distanza tra ecologia e politica, tra pratiche locali e scelte istituzionali, tra consapevolezza diffusa e capacità di trasformazione.
In questi anni, anche attraverso momenti di confronto e formazione come quelli promossi da SEquS, e grazie a spazi di elaborazione come quelli offerti da Infiniti Mondi, è emersa con chiarezza la necessità di costruire connessioni più solide tra esperienze, pensieri e territori.
Oggi questa esigenza appare ancora più urgente.
Diventa allora necessario creare occasioni concrete di incontro, capaci non solo di mettere in relazione esperienze che oggi si muovono in modo parallelo, ma di avviare processi reali di costruzione comunitaria.
Il tempo dei convegni fini a sé stessi è esaurito.
Occorre costruire spazi di relazione che abbiano una continuità, che sappiano evolvere nel tempo e che permettano a queste esperienze di acquisire una reale capacità di incidere.
In questo senso, realtà come SEquS e luoghi di elaborazione come Infiniti Mondi possono svolgere un ruolo importante: non solo come spazi di riflessione, ma come promotori di connessioni e processi.
Oggi, più che mai, non basta moltiplicare le esperienze.
È necessario metterle in relazione.
E iniziare a costruire comunità.
Giuseppe Sammatrice moderatore fase costituente Federazione Ecologisti Europei info@ecologistieuropei.it

