C’è una narrazione dominante su Bagnoli, proveniente da Palazzo San Giacomo e da tutti i centri di potere della città e non solo, che francamente è insopportabile, tutta improntata alla logica del ‘fare’: noi abbiamo il coraggio di fare laddove voi invece ne siete stati incapaci. Finalmente dopo tante parole si fa

Proprio perchè non pensiamo che i lavori in corso stiano avvelenando i cittadini di Bagnoli – la movimentazione di centinaia di tir, lavori di scavo e riporto, i venti che diffondono polveri e residui del terreno – però non possiamo non porre una domanda, che coinvolge anche la magistratura, e anche l’attuale amministrazione comunale: se non c’erano problemi irrisolti di bonifica da effettuare che impedivano la realizzazione dei progetti per Bagnoli, perchè essi sono stati fermi per tanto tempo? E parlo degli ultimi venti anni buoni, compreso scontri tra governi e amministrazioni comunali e regionale e tra regione e comune, e Invitalia con ruoli esorbitanti, e commissari e sub-commissari…

Non è che da questa storia, l’attuale amministrazione comunale si può chiamare fuori con i suoi oramai quattro anni buoni di vita.

E quand’è che Bagnoli si sblocca?

La situazione si sblocca quando interviene un fattore esterno, la Coppa America, con una iniziativa diretta del Governo Meloni e il coinvolgimento pieno del Sindaco-Commissario.

E da lì si corre.

Si chiudono contenziosi antichi con Caltagirone, uno dei nuovi padroni del paese ( impero delle costruzioni, giornali e, con il supporto del Governo, scalata ai salotti della finanza ).

La febbre del fare.

Finalmente si rompe l’immobilismo…

E si capisce perchè al fondo, ci si era fermati: semplicemente il disegno del Piano Regolatore che in un decennio vede la luce, lungo l’asse Bassolino-De Lucia-Marone- Iervolino- Santangelo ( e sottolineo Tino Santangelo! ), e con una obiettiva azione di contrasto alle spinte al far west della rendita fondiaria che De Magistris opera, pur essendo negli interessi dei Napoletani e della città, si frantuma nelle resistenze passive, nei contrasti tra istituzioni, nei fermi giudiziari, nel tempo dei piani operativi per Bagnoli scritti e riscritti…

E quando si supera tutto questo, insisto? Quando l’amministrazione comunale mette in campo un livello di efficenza prima sconosciuto? Quando le tecnostrutture di Invitalia vincono sulle resistenze politiche?

No.

Quando arriva quella Coppa America che praticamente nessuno aveva voluto in altri paesi. E diventa il grimaldello per delegare il disegno del territorio, le scelte per il suo sviluppo, l’allocazione delle risorse, in modo esplicito e sfacciato a grandi interessi privati.

E allora si corre. Scoppia la febbre del fare. La data si avvicina. Non possiamo perdere l’occasione.

E il progetto, il rendering di come sarà Bagnoli, lo fanno direttamente loro. E per avere una discussione seppur farlocca del Consiglio comunale, a cose ampiamente fatte e a tir già in movimento, c’è voluta la protesta di un intero quartiere e l’intervento ripetuto nell’aula del Consiglio proprio da parte di Bassolino.

Sindaco e Giunta esautorano il Consiglio. Il Commissario-Sindaco esautora la Giunta e risponde al Governo nazionale ( essendo Commissario Straordinario di Governo ). La filiera globale estrattivista, di finanza e rendita fondiaria, esautora tutti insieme.

Il Sindaco della città ha dichiarato mesi fa che il tempo delle mani sulla città è finito. E lo ha detto proprio quando si snodano una visione e una pratica di mani sulla città 5.0 dotate di una raffinatezza che il Lauro della nota stagione mai avrebbe potuto eguagliare. Tanto più ad opera degli eredi ( presunti, molto presunti….), di quei Carlo Fermariello-Luigi Cosenza ( nel famoso film di Rosi, Fermariello interpreta colui che nella realtà conduceva quelle battaglie in Consiglio, Luigi Cosenza), che a quel Lauro si opponevano frontalmente ( dovremo ripubblicare gli articoli che le pagine napoletane de l’Unità dedicarono in quegli anni al sacco della città. Articoli vibranti di passione civile oltrechè di valentia giornalistica come quelli di Nora Puntillo).

E nel mentre oltre 100.000 alloggi di case di ediliza popolare non vedono manutenzione da almeno10 anni, si avviano programmi di densificazione urbana, come li definisce puntualmente la Prof. Emma Buondonno, che abbattono in periferia stecche di appartamenti invivibili e al loro posto ne costruiscono il doppio: appartamenti nuovi ma con la stessa logica di quartieri emarginati e, per di più, ancora più affollati di case dormitorio e semprer senza servizi, spazi di socialità, luoghi di aggregazione, attività produttive e lavorative, verde.

E allora, si fa un altro passo avanti nella integrazione dipendente della città di Napoli nella rete della finanza globale. Un’altra tappa della omologazione si compie. Un altro pezzo di futuro che sfugge dalle mani dei Napoletani.

Cosa ne rimarrà? Certo, un bel vedere. Colori sgargianti. Luci. Bei palazzi. Un po’ di verde in più. Un mare un po’ più fruibile, negli interstizi lasciati da muraglie a mare; pontili per attracco di grandi barche e panfili. Strade pulite e con poche buche. Belle luci. Il decoro assicurato dalla caccia a tutto ciò che possa deturpare o anche solo infastidire l’equilbrio della vista e della bellezza: e anche a Bagnoli, i poveri, gli esclusi, gli emarginati scompariranno.

E i Napoletani non abiteranno più Bagnoli….ma potranno venire a visitarla.

Lo spazio, non sarà più della città, dei suoi abitanti. Lo potranno vedere, in parte lo potranno vivere, ma, se va bene, sarà organizzato per piacere ed essere vissuto, e sfruttato, da altri.

Raccontavo ad alcuni degli ospiti del Premio Pietro Greco – a Telmo Pievani, Presidente della Giuria, a Valerio Calzolaio, che è stato ambientalista autorevole nei governi dell’Ulivo, a Francesco Giasi, Direttore della Fondazione Gramsci, promotrice del Premio – che proprio Pietro Greco, con Vittorio Silvestrini e il gruppo di giovani coraggiosi che con lui avevano dato vita a Città della Scienza, coltivavano un’altra visione per lo sviluppo di Napoli e per Bagnoli.

Io stesso mi ritrovai a scriverne alla fine degli anni’90, insieme a Michele Mezza e ad Alfredo Budillon…NEAPOLIS. A quello scritto mancava solo un rendering, ma, proprio a partire da quello che Città della Scienza già rappresentava, leggendo quelle parole, lo si poteva immaginare concretamente: un mare e una spiaggia restituita ai cittadini; un polmone verde dominante; una costellazione di strutture immerse nel verde, ‘olivettiane’ si potrebbe dire ( e torna come vedete Luigi Cosenza che così progettò l’Olivetti di Pozzuoli, fabbrica senza mura, con verde, mare, cielo che l’attraversavano in permanenza ), della ricerca e dell’innovazione; attività produttive e di servizio all’innovazione legate; l’attrazione così di migliaia di ricercatori, di strutture di alta formazione; attività per una domanda di lavoro ricco; il tutto con una residenzialitàcivile e popolare ridisclocata anche in quel verde, in un quartiere interamente riqualificato.

Ora, è evidente, questa prospettiva appartiene al passato. Non solo per Napoli, per la quale ci dobbiamo accontentare delle Academy di Apple della zona Orientale della città che simboleggiano plasticamente quella incapacità di dare vita a processi innovativi socialmente finalizzati, sganciati dagli interessi dei colossi del web.

Sono l’Italia e l’Europa intera che al momento hanno perso la battaglia dell’innovazione con gli Usa e con la Cina.

E così, Città della Scienza, che è vissuta solitariamente per un trentennio in un contesto di abbandono e di mura chiuse, si avvia ad un futuro in un contesto migliore, ma semre in perfetta solitudine.

Ma, la storia, si può sempre spezzare. Si può sempre imprimere un altro corso. Lo spazio dell’impossibile è sempre aperto a inedite realizzazioni.

Ci si potrebbe perfino fondare un programma alternativo per le prossime vicine elezioni comunali, se si riuscissero a vincere personalismi, gelosie di piccola appartenenza, visioni rimpicciolite: come ricostruire, con quali scelte, con quali priorità, la sovranità dei Napoletani e della loro vita sul, proprio territorio, dopo la Coppa America? E si vedrebbe allora, forze, che per quell’idea di NEAPOLIS ci sarebbero ancora energie e possibilità.

Forse.

Gianfranco Nappi

Vuoi ricevere un avviso sulle novità del nostro sito web?
Iscriviti alla nostra newsletter!

Termini e Condizioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *