In occasione dell’ottantesimo anniversario dell’eruzione del Vesuvio del marzo 1944, gli Autori del libro “Mons Vesuvius – La Montagna di Fuoco Addormentata” (Ed. Bibliopolis, 2025) Giuseppe Luongo, Professore Emerito di Geofisica della Terra Solida – Università degli Studi di Napoli “Federico II” ed Elena Cubellis, Ricercatrice Geofisica – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sezione di Napoli-Osservatorio Vesuviano, hanno analizzato i processi dinamici del vulcano con una riflessione sul silenzio, sulle sue cause e sulle condizioni tettoniche che potrebbero agire sulla ripresa dell’attività del Vesuvio. Il vulcano mostra allo studioso e all’osservatore la doppia faccia, di “benefattore” per la natura e il chimismo dei prodotti emessi che rendono il territorio fertile (Campania Felix) e di “distruttore” per i meccanismi eruttivi altamente esplosivi, lo “Sterminator Vesevo” di leopardiana memoria.
Al lettore sono forniti gli elementi per comprendere l’attuale silenzio del Vesuvio, inteso come “dinamico riposo”, con un’attività endogena non sopita. Segue la descrizione dello sviluppo del pensiero scientifico, degli organismi e delle istituzioni legate allo studio del vulcano, che vede nella fondazione dell’Osservatorio Vesuviano nel 1841 ad Ercolano la nascita della Vulcanologia moderna. Non manca il riferimento alla prevenzione e mitigazione del rischio per l’eventuale ripresa dell’attività eruttiva, all’insorgere dei segnali premonitori.
Il libro ha la complessità tematica prodotta dall’essere l’oggetto di analisi una struttura unica per il ruolo che ha svolto sia nella storia naturale che civile a livello globale. Il Vesuvio non è il vulcano di Napoli, è il vulcano della storia dell’evoluzione della cultura dell’Occidente, è il vulcano che viene scoperto come tale da Strabone, è il vulcano che Tertulliano lo definisce la “bocca dell’Inferno”, è il vulcano di Plinio, è il vulcano “domato” dal Santo patrono di Napoli, Gennaro, è il vulcano di William Hamilton che avvierà l’analisi continua delle manifestazioni al cratere con Padre Piaggio, è il vulcano dei cristiani che interpreteranno la sommersione di Pompei come punizione dei peccatori Pagani. Non esiste al mondo un vulcano così noto come il Vesuvio. La Vulcanologia nasce a Napoli, al Vesuvio.
Il Vesuvio sarà il primo vulcano al mondo ad essere monitorato e diverrà una struttura che sarà presa a modello per i successivi Osservatori Vulcanologici realizzati molti decenni dopo alle Hawaii e in Giappone. L’Osservatorio Vesuviano entra nella storia con due eventi nel 1845, quando sarà inaugurato nel corso dell’Adunanza degli studiosi italiani a Napoli e nel 1944 con la chiusura del ciclo eruttivo secolare.

La ricorrenza della data del 1845 e quella dell’eruzione del 1944 ha determinato negli autori di “Mons Vesuvius – La Montagna di Fuoco Addormentata” la decisione di realizzare questo testo per avvicinare un pubblico colto al Vesuvio e far conoscere lo sviluppo delle conoscenze dei processi che manifesta l’apparato vulcanico. La conoscenza con la tecnica della diffusione dei risultati della ricerca su temi molto specifici illustrati in riviste specialistiche è limitata agli esperti, mentre per una diffusione più ampia della conoscenza del Vesuvio può realizzarsi solo con un’opera strutturata in modo rigoroso ma più accessibile per la comprensione dei tecnicismi.
Il Vesuvio non è solo un vulcano ricco di elementi di storia civile, ma è anche un sistema pericoloso per le comunità che vivono sul vulcano e nelle aree circostanti. Così dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso è diventato oggetto di particolare attenzione nel mondo della ricerca per la mitigazione del rischio, ritenuto molto elevato. Si sviluppò allora il dibattito sulla previsione delle eruzioni e sui piani per la mitigazione del rischio.
Nello sviluppo del testo si è provato a comprendere cosa avesse prodotto l’arresto dell’attività nel 1944 e ancora quali potrebbero essere le condizioni per la ripresa dell’attività eruttiva. Si è proceduto alla ricerca delle tracce di questa condizione negli anni precedenti all’eruzione del 1631, perché rappresenta l’eruzione che apre il ciclo che si chiude nel 1944. Anche in questo caso la storia pregressa all’evento non è stata di aiuto.
E’ diffusa la convinzione che i modelli di funzionamento dei vulcani siano troppo approssimati per poter prevedere il comportamento che mostri l’approssimarsi dell’eruzione, così il monitoraggio non può che confermare o rigettare un modello noto. Con il monitoraggio non sarà possibile conoscere ciò che non è noto; sarà la ricerca a dover risolvere questo problema. Si è così iniziato ad esplorare con un’analisi globale i processi geologici che attivano il percorso che porta all’eruzione. Si tratta di esaminare il fenomeno dal suo principio, tenendo conto che il tempo è lungo e quello che accade oggi nella struttura del vulcano ha avuto inizio un tempo prima ignoto. Pertanto, diviene necessario ricostruire il percorso del passato nel modo più attendibile possibile, ossia con l’azione primaria nel Mantello, la deformazione della Litosfera, la storia dei campi di sforzo attraverso la tettonica, la modifica della tettonica nel tempo con la stessa azione sulla Litosfera, tenendo presente che le deformazioni cambiano al cambiare dello stato di deformazione a parità di campo di sforzo. Poi occorre seguire la dinamica della crosta e il campo di sforzi locale per l’azione del magma intrappolato nella crosta. La sismicità regionale fornisce le informazioni sulla tettonica dell’area, dove insiste il vulcano, mentre la sismicità locale dell’area vulcanica è la spia della dinamica del magma. Secondo questo percorso si potranno avere informazioni più attendibili sull’approssimarsi dell’eruzione, ma non la previsione che non potrà realizzarsi in mancanza della conoscenza delle condizioni iniziali del sistema vulcano.
Chi vive alla base di un vulcano attivo non si sottrae al timore del pericolo di un’eruzione, specie quando il vulcano manifesta la sua attività con maggiore intensità e frequenza, e così la corretta percezione del rischio è l’elemento che mette in moto le scelte per un territorio più sicuro e una comunità resiliente.
A ottanta anni dall’ultima eruzione del marzo 1944 assumono un ruolo fondamentale le testimonianze oculari sull’eruzione; un patrimonio prezioso per comprendere come l’evento catastrofico fu percepito sia da chi era prossimo al vulcano e chi era al di là dell’orizzonte. Questi si interrogavano su cosa fosse accaduto osservando la cenere che lentamente copriva il suolo.
Il più importante testimone dell’eruzione fu il Direttore dell’Osservatorio Vesuviano Giuseppe Imbò che non abbandonò l’Osservatorio nel corso dell’eruzione. Altro testimone fu Antonio Parascandola, professore di Mineralogia all’Università di Napoli, procidano come Imbò, che osservava l’eruzione da Napoli, ma i fidati collaboratori nell’area vesuviana lo tenevano informato sull’attività in corso.
Chi subisce gli effetti dell’eruzione a qualsiasi livello, prova a capire cosa stia accadendo al vulcano, se sia pericolosa l’attività in corso o meno. In realtà l’operazione che svolge il singolo è quella di comprendere il significato di quanto osserva. Lo stesso vulcanologo che studia il fenomeno procede con metodo indiziario, interpretando i segnali del vulcano per risalire al meccanismo che ha generato l’eruzione.
Oggi chi osserva il Vesuvio e ammira il panorama si pone la domanda di quando si rivedrà il suo pennacchio e quando erutterà. Una risposta fu data a suo tempo dal Prof. Imbò: “Al Vesuvio non si comanda”. Forse si può andare oltre, ovvero la comunità scientifica è impegnata per conoscere le condizioni del suo “dinamico riposo”, i segnali della sua possibile ripresa, la sua pericolosità, e si potrà programmare lo sviluppo del territorio e vivere in sicurezza in questi luoghi di straordinario fascino.
Lo studioso si pone il quesito di quali siano le condizioni strutturali del sistema di alimentazione al Vesuvio per la ripresa dell’attività. Non sono note, possono essere ipotizzate, ma manca la verifica. Lo stato dell’arte in condizioni di quiescenza del Vesuvio consente di conoscere la struttura dell’apparato vulcanico dalla superficie alla sorgente magmatica profonda e la sua collocazione nella tettonica regionale, prodotta dalla dinamica delle zolle.
Il Vesuvio è figlio dei processi compressivi generati nel Mediterraneo dal moto convergente delle zolle africana, a sud, e euro-asiatica, a nord. La complessità della tettonica in questa regione viene interpretata con un mosaico di microzolle. L’area vulcanica napoletana è collocata nella microzolla Tirreno-Appennini. Il Tirreno si espande facendo migrare l’Appennino verso est che sovrascorre sulla microplacca Adria, propaggine di quella africana. La velocità di migrazione della catena cresce da nord a sud, così crescono gli sforzi e le deformazioni. Questa condizione favorisce la genesi di terremoti e la formazione dei vulcani, nella parte meridionale della Penisola.
Il Golfo di Napoli è la cerniera tra la parte settentrionale della catena appenninica, dove la velocità di migrazione è minore, dalla sua parte meridionale. Alla cerniera si produce un collasso strutturale che si traduce nel Graben del Golfo di Napoli e nella struttura subsidente della Piana Campana. La risalita del Mantello per riequilibrare l’assottigliamento della crosta alimenta il vulcanismo napoletano. Il magma tende a collocarsi nella crosta inferiore in continuazione con il Mantello. Ma nelle aree vulcaniche le indagini geofisiche e i valori dei gradienti geotermici segnalano la presenza di magma parzialmente fuso a meno di 10 km di profondità. Camere magmatiche superficiali tendono a generare campi vulcanici, come si osservano ai Campi Flegrei e a Ischia. Al Vesuvio l’apparato centrale che osserviamo potrebbe aver sostituito un primordiale campo vulcanico in seguito al generarsi di condizioni favorevoli per l’alimentazione diretta dalla sorgente profonda.
Alcuni studiosi hanno correlato l’attività al Vesuvio alla sismicità in Appennino. Non è dimostrata la correlazione temporale di causa (terremoti) ed effetto (eruzioni). La correlazione terremoti e eruzioni esiste per la causa comune della tettonica. La narrazione, per gli autori di questa nota, è la seguente: “Il campo di sforzi tensile che agisce nell’Appennino e lungo la fascia costiera produce fratture nel mezzo rigido della catena e deformazione visco-elastica lungo la costa che agevola la risalita silente del magma. Se il magma è molto superficiale occorre poca energia per produrre manifestazioni in superficie come deformazioni vistose del suolo, con il corteo di terremoti superficiali, fino all’eruzione.”
Gli autori ritengono che la sismicità in Appennino di elevata energia sia un segnale dell’azione di un campo di sforzi significativo; campo di sforzi che agirebbe anche nella fascia costiera per la stretta relazione strutturale.
Questo volume sul Vesuvio si chiude con una riflessione sulle difficoltà della previsione dell’eruzione, intesa come previsione deterministica, perché manca una legge fisica che lo consenta per la mancata conoscenza delle condizioni iniziali del processo che si conclude con l’eruzione.
La previsione può realizzarsi in termini di probabilità sia analizzando la storia vulcanica che esaminando i dati elaborati dalle strutture di monitoraggio; spesso si procede con la probabilità condizionata; in tal caso si valuta la probabilità di accadimento di un’eruzione di definita intensità posto noto l’accadimento dell’evento. Attraverso il monitoraggio si valuta il livello crescente dell’approssimarsi dell’eruzione riferendosi ad un modello sui precursori dell’eruzione, come terremoti, deformazione del suolo, incremento dei flussi di gas magmatici in superficie.
Concettualmente la probabilità dell’eruzione (PE) risulta dal prodotto della probabilità termica (PT) per la probabilità reologica (PR): PE = PT PR
I magmi basaltici hanno una maggiore probabilità di eruttare rispetto a quelli acidi perché i primi sono meno viscosi dei secondi. I magmi acidi hanno una maggiore probabilità a diventare dei plutoni.
Tra gli elementi che concorrono al calcolo della probabilità dell’eruzione (PE) sono la densità e il contenuto in acqua. La minore densità favorisce la risalita del magma per galleggiamento; il contenuto in acqua interviene sulla viscosità, più acqua, minore viscosità, si rompono i legami ponte Silicio-Ossigeno della struttura cristallina.
Manca nella storia del Vesuvio la registrazione di uno scenario dei precursori di un’eruzione di apertura di un nuovo periodo eruttivo da utilizzare per la futura eruzione al Vesuvio. Sarà l’AI (Artificial Intelligence) a venire in aiuto per realizzare un modello ragionevole?
Il monitoraggio dei vulcani è finalizzato alla individuazione dell’evento improbabile nella sequenza degli eventi probabili. La sfida che ci impegna è abbandonare il vecchio ideale scientifico e costruirne uno nuovo o un nuovo paradigma.

