Grande preoccupazione agita il popolo di Rigenera: Bisogna lanciare un allarme per il territorio, dicono voci accorate. Si profila la ridiscussione della legge 1150 del 1942! Praterie sconfinate potrebbero aprirsi a chi avesse intenti predatori.

Ma, il mare è territorio? Sì, lo è, anche per diritto riconosciuto.
E allora è assolutamente necessario che l’allarme si estenda alle acque apparentemente calme del mare che bacia (anche) la nostra regione.
E poi, a ben pensarci, quel discreto circoletto azzurro che contorna il logo di Rigenera vuole ricordare il mare!
Dei 7900 (7914) chilometri di coste che l’Italia porge al contatto del Mediterraneo, i 500 che appartengono alla Campania offrono al frequentatore una varietà senza pari di risorse naturalistiche, ambientali, biologiche.
Non a caso Anton Dohrn, folgorato dalla ricchezza delle acque del Golfo di Napoli si fermò sui lidi partenopei per fondarvi una istituzione unica al mondo. Era il 1870.
Ma oggi?
Senza soffermarsi sui casi di inquinamento delle acque che vengono offerti alle cronache anche nazionali (fiume Sarno, litorale casertano, Gaiola …) senza cullarsi sulle lusinghe dei riconoscimenti che arrivano a scadenze di calendario sulle qualità del nostro mare (vele, bandiere blu, …) limitandoci soltanto ad osservare quanto oggi il banco della pescheria ci propone per la nostra tavola vediamo cibi esotici nella provenienza e nei nomi conquistare sempre più spazio: seafood è un termine che vuole essere trendy, ci strizza l’occhio dicendoci che è di moda ma è anche il modo per coprire il vistoso vuoto dato da scarsità o anche dall’assenza di specie ittiche a noi da sempre familiari.
Specie di pesci largamente diffuse e di grande valenza economica appaiono drasticamente ridimensionate, inesorabilmente avviate ad estinguersi e, comunque, sempre meno disponibili per poter costituire un punto fermo nella cucina della gente comune.
Per restare a specie tra le più comuni, l’acciuga o alice (Engraulis encrasicolus) la sardina o sarda (Sardina pilchardus) fanno registrare anno dopo anno una progressiva riduzione dei prelievi, e il mare della Campania, che una volta offriva questi pesci misurati in quintali di pescato per notte, ora ce ne restituisce qualche cassetta o anche solo pochi chili.
Per non parlare del tonno (thunnus thynnus), che di alici e sarde è formidabile predatore. Quest’ultimo è stato obiettivo di cattura – in tutto il bacino del Mediterraneo – con l’impiego delle più sofisticate tecniche di guerra che, nel tempo, hanno compreso anche il ricorso a mezzi aerei e dispositivi elettronici di monitoraggio. Gli esemplari (pochi) scampati al massacro devono la propria salvezza più all’istinto fornito loro da madre natura che ai flebili messaggi normativi che si proporrebbero di tutelarli regolamentandone la cattura.
Per vari motivi si stanno perdendo le tracce di specie particolarmente delicate che hanno sempre contribuito a caratterizzare la regalità del mare nostro.
Il rossetto o ceceniello (Aphia minuta) oggi anche alla mercè della piramidale ignoranza di chi – spesso non sapendo di cosa parla – lo individua come bianchetto non può essere oggetto di cattura in Campania, a differenza di quanto avviene in Liguria o nelle Marche, semplicemente perché mancano disposizioni regionali in materia. E intanto nessuno in questo momento sa se ancora ne esistono tracce lungo le coste della nostra regione.
Il re di triglie o guarracino (Apogon imberbis), tanto grazioso quanto superbo protagonista di una famosa storia settecentesca di amori e risse tra avverse fazioni di pesci del Golfo di Napoli, si è sottratto quasi definitivamente al nostro sguardo, malinconicamente avviandosi verso la completa scomparsa.
Ridotte ai minimi termini centinaia di specie comuni, inevitabilmente destinate alla sparizione. Tra i più familiari i gustosi polpi (Octopus vulgaris e Octopus macropus – polpessa) che ogni giorno si imbattono in migliaia e migliaia di trappole assolutamente illegali disseminate sul loro percorso.

Nel mentre l’Italia importa pesce fresco per il fabbisogno nazionale da circa 40 Paesi di tutto il mondo, cresce, però,
l’acquacoltura (+30% per il biologico). A livello mondiale si registra che, dal 2022, la produzione da acquacoltura ha superato la pesca di cattura.
E’ appena opportuno considerare come l’acquacoltura non è la soluzione alla sovrappesca ma la favorisce: l’allevamentio di pesci come spigole, orate, salmoni implica un costante apporto di pesce destinato alla produzione di farine animali (alici e sarde, in primis: i pesci preferiti da Ancel Keys per l’apporto di omega-3). Una alternativa per l’alimentazione degli esemplari in allevamento potrebbe essere la somministrazione di proteine di origine animale come gli scarti di pollo di recente consentiti dalla legislazione UE. Lo scarso gradimento da parte dei consumatori ha costretto le grandi catene di distribuzione a non percorrere questa via.
Va poi considerato che l’area più prossima agli impianti di acquacoltura resta pesantemente segnata dalle deiezioni prodotte dagli esemplari allevati e che a lungo alterano le caratteristiche ambientali.

Gli Organismi europei, contro il degrado dell’ambiente, erigono argini alla tendenza in atto con la Nature Restoration Law (NRL – EU, 2023, in vigore dal 18 Agosto 2024) che introduce obiettivi di ripristino di habitat e specie, con interventi che dovrebbero coprire almeno il 20 % delle aree marine e terrestri entro il 2030.
Andrebbe allora ricordato, con le opportune attualizzazioni, quanto Pietro Dohrn, già oltre 50 anni fa, aveva stimato andasse fatto: ogni 100 miglia ne occorrono 20 di parco marino perché, già allora, definiva il Mediterraneo affetto da “crescente deterioramento delle condizioni vitali” dove “il capitale biologico sta per finire”.

Pietro Dohrn, nipote del grande biologo Felix Anton Dohrn, fondatore della Stazione Zoologica di Napoli, fu l’ultimo autorevole rapresentante della famiglia.
Già dal 1964 Pietro, diede vita alla Mediterranean Association for Marine Biology and Oceanology (M.A.M.B.O. – Conferenza internazionale di Napoli, 26 – 28.11.1964), poi concentrò l’attenzione alla realtà italiana, in particolare alla Sardegna e al Cilento e grazie alla tenace azione svolta presso le istituzioni a tutti i livelli, nel 1972 con decreto del ministro della Marina Mercantile fu istituita l’area marina protetta di Castellabate (DM del 25.08.1972 pubblicato su G.U. n.253 del 27.09.1972).
La scarsa sensibilità delle istituzioni, il (quasi) totale rigetto della sua azione da parte dell’ambiente che intendeva aiutare, oltre che le vicende personali del promotore consegnarono l’area marina protetta all’oblio e il mare alle pratiche predatorie consuete. Soltanto 37 anni dopo e in condizioni sicuramente diverse si reiterò l’istituzione dell’area marina protetta.

Le 30 Aree Marine Protette (AMP) che esistono oggi lungo le coste italiane sono state istituite con due leggi nazionali: una del 1982 ( l. 979, disposizioni per la difesa del mare) e l’altra del 1991 ( l. 394, legge quadro sulle arre protette).
Però, nonostante l’ampiezza delle aree tutelate lungo le nostre coste, visto anche il consistente numero di Aree Marine Protette, non si inverte la tendenza al degrado dell’ambiente marino se azioni di controllo e altri interventi correttivi non vengono messi in atto in misura adeguata.
Le aree marine protette (MPA) coprono circa il 12 % delle acque UE, ma solo il 2 % dispone di piani di gestione attivi, e meno dell’1 % gode di protezione rigorosa contro la pesca. Nel Mar Mediterraneo, la protezione effettiva è ancora più scarsa, inferiore allo 0,06 %, ovvero nel Mediterraneo la tutela delle aree marine protette non esiste mentre sarebbe essenziale insieme a quella sulle aree di riproduzione delle specie più diffuse dal punto di vista alimentare, più importanti per la conservazione del “capitale biologico”.
Oggi in Campania esistono 6 AMP – a vario titolo (Regno di Nettuno – Ischia, Procida, Vivara -, Punta Campanella, Santa Maria di Castellabate, Costa degli Infreschi e della Masseta, Parco sommerso di Baia, Parco sommerso della Gaiola) – ma non per questo l’impoverimento del mare – fino al limite della desertificazione in talune zone – si arresta.
La diffusione e la estensione delle aree marine protette o, meglio, la protezione delle aree marine rappresenterebbe un robusto contributo al ripopolamento del mare e al miglioramento delle condizioni ambiientali se fosse particolarmente finalizzata a tutelare le aree di riproduzione delle specie che costituiscono le quote maggiori della massa biologica risultando anelli fondamentali della catena alimentare.
Le attività di sorveglianza nelle aree marine protette per assicurare il rispetto dei vincoli previsti sono svolte dalle Capitanerie di porto. Gli Enti locali delegati alla gestione delle aree marine protette possono altresì avvalersi ai fini della sorveglianza degli organi di Polizia locale.
La effettiva protezione e controlli adeguati a tutela di aree pur limitate entro le tre miglia dalla costa, potrebbe restituire pienamente a quelle stesse aree il ruolo di vivaio con conseguente ripopolamento della fauna ittica e benefici per tutta la costa.
Tale azione di tutela, anche limitata a una fascia ristretta lungo il litorale delle zone vocate alla riproduzione, potrebbe portare a risultati eccezionali perché ripristinerebbe anche il passo di quelle specie migratorie che hanno quasi del tutto abbandonato il transito lungo estesi tratti di costa a causa della scarsità di cibo.
Un’attività di controllo e monitoraggio, mirata anche a individuare fonti di inquinamento e verificare i livelli di acidificazione delle acque, accompagnata da progetti di studio sulle specie presenti e su quelle quasi estinte completerebbe il quadro portando a capire il verso della natura e consentendo di adottare rimedi specifici.

Un recente decreto che proibisce la pesca delle oloturie, conosciute come cetrioli di mare, che svolgono una preziosa funzione per la rigenerazione dei fondali marini, è senza dubbio un atto importante.
L’altrettanto fresco decreto che regolamenta il numero di ami per l’esercizio dei cosiddetti palangari è un segno della volontà di tutela dell’ambiente marino .
L’importante progetto MER – Marine Ecosystem Restoration, cospicuamente finanziato (400 M€ per il 2022-2026), che si propone utili e qualificati obiettivi per alleviare le sofferenze del mare e anche migliorarne la conoscenza, accende attese e suscita speranze.

Quelle appena accennate, insieme ad un cospicuo numero di altre iniziative in atto, sono buone, utili e perciò apprezzabili ma se non si proteggono – primariamente – le aree di riproduzione per favorire il ripopolamento non si mangia più viste le condizioni in cui il settore della pesca e il pescato sono ridotti oggi in Campania e in Italia dove l’80% del consumo è di importazione ovvero il pescato dei nostri mari copre appena il 20% dei consumi.
Forse occorre qualche aiuto in più a sostegno del miglioramento del mare e dei rapporti col suo mondo.
Aiuti: sì, ma al mare non a chi (a vari titolo ) lo frequenta. Aiuti che significano soldi sono serviti per realizzare le flotte pescherecce e poi per sussidiare la loro demolizione. Spesso i sussidi sono diventati un salario senza prestazione.
Facendo bene al mare si fa il bene anche di chi col mare vive, il contrario non è garantito.
Dimenticare che il mare bagna ancora Napoli (e la Campania) è una offesa che la nostra terra non merita.
E nei giorni in cui si festeggia con giubilo il riconoscimento mondiale della cucina italiana quale patrimonio dell’umanità si rischia di non disporre di alcuni fondamentali ingredienti per mettere il pranzo a tavola!

Da Pioppi,
Agostino Cappuccio





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