Davvero è stucchevole questo permanente sottofondo della politica italiana che però poi, appena possibile – e cioè quasi sempre – riemerge per raccontarsi e raccontarci che il problema della politica italiana non è la crisi della capacità di rappresentare larghi settori di società; che non è l’oramai stabile astensionismo al di sopra del 50% dell’elettorato che più che testimoniare di un tradizionale qualunquismo e sentimento regressivo antipolitico, esprime il tasso crescente di disaffezione della democrazia, delle sue istituzioni e di quel che rimane dei suoi partiti alla società dei più deboli e del lavoro; che il problema della politica italiana non è quello della crisi della democrazia che nasce soprattutto dal diffondersi delle diseguaglianze sociali e dalle enormi concentrazioni di ricchezza in pochissime mani.
Ecco, nulla di tutto questo.
Il problema per i cantori del moderatismo necessario e della cultura di governo a go-go, è l’eccesso di radicalismo e di massimalismo della sinistra italiana: è su questo altare che tutto il centrosinistra continua a sacrificare le sue chance di vittoria.
Domenica nel suo editoriale sul Corriere Della Sera l’ineffabile Ernesto Galli Della Loggia è stato esemplare da questo punto di vista, merita di essere diffuso e lo trovate di seguito.
Un articolo nel quale si concentra un distillato di luoghi comuni e di viscerale e, questa sì, radicale opposizione ad un partito, il PCI, che non c’è più e al cui presunto massimalismo ed estremismo (SIC! ) si fanno risalire le responsabilità del perdurante ed egemonico estremismo e massimalismo della sinistra italiana.
Ho trovato questo articolo il tributo, all’incontrario, più grande possibile alla memoria di un partito che ha fatto la storia democratica del nostro paese, ne ha rappresentato una riserva inesausta di valori morali e di passione civile se, dopo circa 40 anni dalla sua scomparsa, continua ad essere oggetto di una polemica così forte e frontale.
Quasi che, morto Enrico Berlinguer non si fosse esaltato il Dimenticare Berlinguer .
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Per chi ne avesse voglia, per discuterne ancora, tra Bari, Mola e Roma i prossimi 3 appuntamenti con L’ULTIMA GENERAZIONE DI ENRICO BERLINGUER

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E non si fossero affermati nella pratica come nella cultura politica l’idea di una sinistra che espunge il conflitto dal suo orizzonte, fino a non definirsi neanche più di sinistra ma semplicemente democratico; che accetta questa società come data e immodificabile; che esalta non la cultura di governo ma lo stare al potere per il potere .
E che quindi certo ha tanto da rimproverarsi, ma sicuramente non l’eccesso di radicalismo : in quella disaffezione della democrazia alla società c’è anche del suo, come la metti metti, dopo aver governato per più di 15 degli ultimi trenta anni.
E senza individuarlo e superarlo, la peggiore destra – tutto tranne che moderata – continuerà ad avere spazio immeritato.
Serve invece proprio quel che non c’è: radicalità di contenuti, di pratiche democratiche, di messa al centro dei bisogni e delle aspirazioni al futuro proprio di quella parte esclusa dalla democrazia ( esclusione non colmata dalla chiamata annuale al voto che infatti trova sempre meno rispondenza ).
E’ la diseguaglianza il cancro della democrazia.
Il prossimo numero di Infinitimondi, in uscita a breve, lo dedichiamo a Giacomo Leopardi e ne regaleremo una copia a Ernesto Galli Della Loggia.

Giacomo Leopardi l’aveva capito, due secoli fa.
C’è una frase dello Zibaldone, tra le tante, bellissima: “ è impossibile la durevole conservazione della perfetta uguaglianza, e la perfetta uguaglianza è il fondamento essenziale, e la conservatrice sola e indispensabile della democrazia“.
Non esiste uguaglianza acquisita una volta per tutte. Va difesa, costruita, rinnovata con una tensione permanente. Ecco il compito della politica e, con il permesso dell’autorevole intellettuale, della sinistra. Perchè se non lo fai, se la perdi, perdi il fondamento e la ‘conservatrice sola e indispensabile della democrazia‘.
Ecco, la sinistra tende a scomparire perchè ha smarrito questa verità semplice.
Nessuna semplificazione ovviamente: difficile; processi complessi; nel passaggio di secolo e di millennio le ragioni della sinistra hanno subito una sconfitta storica. Non ci sono semplici bandiere da rialzare ma un’opera inedita di innovazione politica e culturale da mettere in campo.
Ecco, questo continua a rimanere il terreno di latitanza del mondo che si richiama alla sinistra mentre dovrebbe rappresentare il suo naturale e costitutivo cimento.
E se c’è una critica da muovere al PD, anche a questo di una Segretaria che pure rimane tra il meglio che vi si possa ritrovare, non è quello di avere osato troppo, ma di avere osato troppo poco: forse proprio perchè, oramai evidentissimo, quel partito non è nato per questo. e a questo non riesce ad adeguarsi.
E’ altro che bisogna mettere in campo per risalire la china.
Vediamo se dopo il voto di New York, dove invece un Sindaco vincente sembra aver fondato molto della sua vittoria proprio sulla lotta senza quartiere alle ingiustizie sociali ( blocco degli affitti; trasporti pubblici gratuiti e mense pubbliche; tassa ai superricchi; perfino istituzione di 5 Supermercati comunali per contrastare la povertà alimentare che coinvolge il 30% della popolazione di New York: cibo buono a prezzi accessibili ), qualcuno dalle nostre parti ci farà una riflessione rispetto al da farsi.
Crediamo che Ernesto Galli Della Loggia lo bollerà come Socialista.
E ci azzecca in questo caso: così si definisce anche lui, il giovane, il radicale nuovo Sindaco di New York, Zhoran Mamdami. Con convinzione.
E, magari, perchè no, invieremo anche a lui il nostro Giacomo Leopardi.
Con tanti Auguri per il suo lavoro in questo caso.
Gianfranco Nappi
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Ernesto Galli Della Loggia da In Corriere della Sera di Domenica 2 novembre 2025
«Ciò che in Italia fa la vera differenza tra la destra e la sinistra quando si va alle elezioni è che i partiti della destra, pur litigando tra di loro riescono sempre a presentarsi uniti, invece i partiti di sinistra no. I quali quindi perdono, anche se magari la sinistra nel suo complesso raccoglie la maggioranza dei consensi». Ridotto al nocciolo è questo il modo in cui da tempo viene spiegata una tendenza elettorale ormai consolidata della politica italiana: con l’assai maggiore capacità della destra rispetto alla sinistra di fare squadra.
Mi pare tuttavia una spiegazione superficiale. Dal momento che non risponde alla domanda davvero cruciale: ma perché, allora, la destra riesce a coalizzarsi e la sinistra quasi mai?
Ciò dipende a mio avviso da una differenza decisiva, sebbene raramente presa in considerazione, esistente tra i due elettorati: il fatto che a destra non esiste, o è comunque scarsissimo, un elettorato radicalizzato, il quale invece è da sempre e in notevole misura presente a sinistra, potendo contare su scala nazionale all’incirca su almeno un milione – un milione e mezzo di elettori (ma forse di più considerando la sua incidenza sul fenomeno dell’astensionismo), tratti in specie dalle fasce giovanili. Per elettorato radicalizzato intendo quello che si nutre di scelte ideologiche forti, assai spesso decisamente polemiche verso il proprio stesso schieramento.
Un elettorato che vive tali scelte con un impegno altrettanto forte nella quotidianità, partecipando intensamente alle più varie attività di tipo politico (presenza alle manifestazioni, organizzazione di comitati «di lotta», altre forme di militantismo). Un elettorato che, quando vota, si distribuisce in modo ondivago tra 5 Stelle, Avs, e formazioni come Democrazia sovrana e popolare, Potere al popolo e altre consimili tipo Toscana rossa.
È evidente la difficoltà di coalizzare un tale elettorato. Di convincerlo a votare per un centro-sinistra di governo — vale a dire un centro-sinistra in cui l’istanza di centro sia almeno pari a quella di sinistra. Fondamentalmente, infatti, l’elettorato radicale non è interessato alle elezioni né a governare. La principale motivazione che lo anima sta altrove: sta nella testimonianza e nella lotta; esso non desidera esercitare il potere quanto soprattutto essere in grado ogni giorno di indignarsi contro di esso. Al radicalismo di sinistra non interessa la costruzione di un asilo o un aumento delle pensioni: interessa sentirsi dalla parte giusta della storia.
A destra invece non esiste nulla di simile. Formazioni come CasaPound o Forza nuova, a parte la loro sostanziale clandestinità sociale, anche elettoralmente valgono di fatto poco o niente: vuoi perché hanno una scarsa consistenza numerica vuoi perché probabilmente il più delle volte i loro iscritti indirizzano il loro voto verso uno dei partiti dello schieramento ufficiale della destra. Di questa diversa incidenza quantitativa che hanno il radicalismo di destra e di sinistra rispettivamente nei due elettorati si è avuto una prova nelle recenti elezioni regionali in Toscana: dove al flop delle candidature leghiste ultrà, ispirate dal generale Vannacci, ha fatto riscontro l’ottimo 4,51 per cento realizzato invece dalla già citata Toscana rossa.
A questo punto è inevitabile chiedersi il perché, in Italia, della presenza a sinistra di questo consistente elettorato antagonista, che dura inscalfibile da anni, che per il centro-sinistra di governo costituisce una sorta di continuo ricatto e all’occasione di paralizzante richiamo della foresta.
Una parte della spiegazione è innanzi tutto nella nostra storia. È nella lunga vicenda della Prima Repubblica, nei decenni e decenni di divulgazione di pensiero massimalista ad opera di un partito come il Pci — socialdemocratico e realista nella sostanza quotidiana — ma, nelle parole e nelle pose, denigratore sottile ma instancabile del capitalismo, dell’Occidente, della scuola «borghese», della miseria del riformismo, diffusore nel corso del tempo di decine di migliaia di copie di testi di Lenin e Stalin, cieco esaltatore di ogni rivoluzione pur se finita malissimo: dallo spartachismo al maoismo, da Cuba all’Etiopia.
Ma in questo modo si è creata e ha messo radici un’Italia insoumise, un’Italia di sinistra dura e pura. Che forse nella Seconda Repubblica avrebbe finito per esaurirsi se a fornirle continuo alimento non fosse intervenuta una forte sinistra culturale, anch’essa in qualche modo erede di lontane stagioni.
Presente in ogni circuito mediatico e nell’editoria, popolarissima in tutto il mondo dello show business, questa sinistra culturale è sempre pronta ad accogliere e a fare da eco, grazie ai mezzi di cui dispone, ad ogni punto di vista, a ogni libro, a ogni spettacolo, a ogni prodotto intellettuale, a ogni protagonista, capace di presentarsi come «nuovo», «critico», «d’opposizione», «alternativo». Così come è sempre pronta a schierarsi dalla parte del «progresso», di qualunque cosa si presenti con questi panni, e quindi a farsi sostanzialmente beffa di ogni valore della tradizione, ad abbracciare la causa di ogni «diritto», di ogni protesta, di ogni rivendicazione, specie se ad avanzarla sono «i giovani» o il mondo non occidentale. Ma — si dirà — non è forse ciò quanto avviene di solito in ogni democrazia europea? È vero, ma da nessuna parte la suddetta sinistra è influente come in Italia, perché solo in Italia essa è priva di qualunque efficace contrappeso nel discorso pubblico a causa della storica debolezza da noi di una cultura liberale o conservatrice.
È per l’appunto questo vasto retroterra culturale, diffuso per mille tramiti e portato per sua natura al radicalismo, che funge da continuo serbatoio di rifornimento e insieme da cassa di risonanza per la postura ideologica dell’elettorato antagonista, che ne alimenta quotidianamente l’esistenza. Rispetto a questo retroterra culturale la sinistra di governo è sostanzialmente indifesa. Essa subisce in silenzio la sua opera erosiva, la sua delegittimazione strisciante, la sua egemonia di fatto. Nel Pci di una volta un Amendola avrebbe di certo levato contro quel radicalismo la sua voce ammonitrice: ma nel Pd attuale sembra davvero assai difficile aspettarsi da chiunque qualcosa del genere.

