di Gianfranco Nappi

Si è discusso martedì 3 maggio all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici il nuovo impegnativo lavoro di Roberto Esposito che proprio su queste pagine abbiamo presentato nelle settimane scorse ( https://www.infinitimondi.eu/2022/02/23/a-proposito-di-immunita-comune-il-nuovo-lavoro-del-filosofo-roberto-esposito/ ). Ne hanno discusso Geminello Preterossi, Carlo Galli, Massimo Cacciari e l’Autore.

In modo particolare Cacciari ed Esposito si sono soffermati sul tema della pace e della guerra.

Il filosofo veneto si è soffermato su un aspetto: l’impossibilità di una comunità sicura, immune. La comunità per essere tale deve essere naturalmente costruttrice di relazioni, di incroci, di ricerca dell’altro. E questa ricerca espone quindi in nuce alla contaminazione, alla alterazione della sua identità originaria.

Parliamo quindi, quando ci riferiamo alla coincidenza tra comunità e immunità, tra comunità e sicurezza, di un obiettivo irrealizzabile. Ma il fatto che non sia realizzabile non vuol dire che noi non dobbiamo tendere verso esso con tutte le nostre forze ed energie: anzi a vedere bene questo da’ un senso alla nostra vita, sottraendola alla banalità dell’ovvio, della ripetitività, della passività. Ed è infatti in questa tensione che si generano le condizioni per dare una forma all’ineliminabile conflitto, dargli regole, uno sbocco positivo. Senza questo saremmo travolti dall’eccezione. L’esercizio democratico è questo, ricerca costante di costruzione di nuove forme e regole per immaginare espressioni di conflitto non distruttivo.

Ora, questa è l’analisi dura di Cacciari, viviamo una fase della storia nella quale questa capacità regolativa della democrazia, non di una astratta democrazia liberale ma di quella democrazia nata dopo la Seconda guerra mondiale, è saltata. Viviamo il tempo di un conflitto dissolutivo che evoca una spinta securitaria sempre più forte che esautora la democrazia: la tragedia di questa guerra cosa è se non questo?

E Roberto Esposito, si è posto sulla stessa scia aggiornando il suo lavoro con un intervento che ne ha quasi rappresentato un capitolo aggiuntivo, quello della guerra appunto.

Egli sostiene che siamo ad un passaggio che ha dimensioni storiche: dal tempo delle crisi al tempo delle catastrofi. Già la pandemia, con la sua imponderabilità, con la sua inaffrontabilità iniziale, con la possibilità del suo replicarsi in forme nuove e sconosciute nel futuro prossimo, aveva fatto saltare lo schema delle crisi che, ricomposte, consentono di riprendere il cammino. Non quindi una crisi classica ma una crisi catastrofica. che non prepara nuovo governo ma che genera invece ingovernabilità.

Osservo io: i cambiamenti climatici hanno esattamente questa portata.

E la guerra, questa guerra, sviluppa la sua riflessione Esposito, cosa è se non il collassare della possibilità di comprendere il moderno, di dargli una forma, di ordinarlo? L’ordine diventa indicibile, questo tempo appare inordinabile : non prevale dunque l’ombra del leviatano come minaccia ma quella di una guerra civile mondiale.

Siamo dunque oltre la pandemia perchè lì una strada per frenare una evoluzione incontrollata e distruttiva si è trovata, il vaccino rappresenta il katechon trovato, che trattiene, frena, imbriglia ( da Treccani:…..Paolo rivela l’esistenza di un misterioso ‛ katéchon ‘ (II Thess. 2, 1-11) che impedisce lo scatenamento delle forze infernali…). Quel vaccino dunque che contendendo il male dentro di se’ consente appunto di trattenerlo, contenerlo.

Con questa guerra siamo oltre : nulla trattiene al momento dal rischio della catastrofe. Il katechon contro la guerra non è stato ancora trovato.

La pandemia a un certo punto e seppur per un breve momento ha unito, lasciando poi lo spazio alla disunione dell’accesso diseguale al vaccino. Ma il tema che è solo insieme, come comunità mondiale, che ci si salva è vissuto e può trovare di nuovo spazio: questa guerra invece lacera, crea fratture difficilmente ricomponibili, frantuma, disintegra.

E allora, posto che i vecchi ordini, quelli nati dalla Seconda guerra mondiale appunto, sono travolti, in questo quadro, quale è il soggetto che può darsi alla costruzione di nuovi ordini? Chi è il katechon del nostro tempo?

E qui la risposta di Roberto Esposito è tanto netta quanto aperta sulla speranza: la politica. La politica può tornare a giocare una partita, può anzi tornare a rappresentare la carta da giocare. Una politica che però, aggiungiamo noi, che è essa stessa parte della caduta dei vecchio ordini e che quindi è chiamata a ripensare radicalmente se’ stessa. Ma la politica serve. Eccome.

Qui si è necessariamente fermato Roberto.

Chi, come, quando di una nuova politica allora?

Ci ripromettiamo di riprendere il discorso proprio con il filosofo napoletano a Belingueriana.

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