di Gianfranco Nappi

Non so che impressione fanno a voi le notizie di questi giorni sui cambiamenti climatici: dal Rapporto recentissimo dell’ONU a quelle mappe da satellite che danno conto dei picchi di temperatura, ormai diffusi a livello planetario, con aria irrespirabile, incendi, morti. Dalla Yacuzia, sì proprio quella famosa nel Risiko…a tutta la fascia dell’Europa del Sud, al Nord Africa dove, tra gli altri paesi, brucia l’Algeria. E poi Americhe, Australia…Emerge il senso di una situazione che si avvia a diventare fuori controllo, che preannuncia cambiamenti gravi e irreversibili. Colpevole è stato sino ad ora, da lunghi anni, non avere dato il peso dovuto alle analisi di scienziati e di esperti. Con grave ritardo si aperto uno squarcio di consapevolezza. Ancora insufficiente, ma si è aperto. Ma ora, di fronte a tutte queste evidenze di fenomeni estremi che da rari si susseguono in modo sempre più ravvicinato e su aree sempre più estese del globo, sarebbe solo criminale non invertire rapidissimamente la rotta di uno sviluppo insostenibile.

E uno sviluppo insostenibile che genererà nuove spinte migratorie di fronte alle quali può l’Occidente continuare a voltare lo sguardo altrove o affidarsi alle ricette dei muri e dei fili spinati?

Ma si sta invertendo questa rotta?

Certo, non siamo a pochi anni fa, nonostante tutto si fanno strada sensibilità e provvedimenti significativi. C’è voluta una ragazzina dal cuore della Svezia per risvegliare coscienze e attenzione. E c’è voluta una Pandemia non ancora vinta per dirci quanto è solo insieme e tutti che si uscirà dal tunnel. Non c’è discorso di uomo politico o delle istituzioni che non faccia riferimento alla priorità climatica, all’urgenza…

E poi però, si dispiega la resistenza inerziale di quel che c’è, un modello di sviluppo fondato su petrolio e carbone. E si fa sentire la pressione di tutti gli interessi legati a questo modello di sviluppo che tende ad attenuare, frantumare, disperdere la spinta al cambiamento. E poi c’è la pressione di un modello economico che continua a fondarsi in modo esasperato, senza alcun rallentamento, sulla produzione sempre più intensa di cose; di cose spesso inutili; di cose buone per il tempo di un giorno e poi destinate ad essere sostituite da nuovi desideri e da nuovi consumi con nuove cose. E la rete e il flusso comunicativo nel quale siamo immersi anche quando dormiamo esalta tutto questo, induce scelte nostre coerenti con l’esigenza di produrre sempre di più a prescindere da tutto, ambiente e sfruttamento del lavoro in primis. E ha dovuto ricordarcelo proprio in queste ore il Papa venuto dalla fine del Mondo in questo che è un tempo di crisi prossima a punti di rottura. E’ il sistema del denaro che produce denaro e tutto piega a questa finalità assurta a regola del Mondo.

E’ in questo sistema e modello di sviluppo che risiede lo sfruttamento più grande del Pianeta e delle sue risorse: della sua terra, delle sue acque, della sua aria.

E allora, c’è l’urgenza: fare presto. Recuperare il tempo perduto. Ma devi fare anche bene. E non fai bene se non dispieghi strategia e azioni coerenti che quel modello e sistema di sviluppo mettano in radicale e urgente discussione.

Qui c’è la contraddizione della politica. Essa, massimamente quella democratica e progressista, dovrebbe su tutto questo fare controspinta, alternativa, sponda alle sensibilità nuove delle giovani e giovanissime generazioni.

Ma questo non c’è. E il tempo fugge.

L’Europa con il Next Generation EU ha battuto un colpo. Ma anch’esso al di sotto di quel che servirebbe e esposto alla spinta attiva di ‘ quel che c’è e comanda’.

In Italia, addirittura, una maggioranza politica, pur contraddittoria, ha fatto harakiri proprio nel momento di decidere come, chi e per cosa pianificare l’utilizzo di oltre 200 miliardi di euro e ha sostanzialmente detto: noi non possiamo. E avanti con Draghi e con il Governo di tutti insieme. E ne è venuto fuori un Governo e un PNRR che, possiamo dirlo con chiarezza? E’ totalmente al di sotto delle necessità ambientali e di sviluppo nuovo, della radicalità con cui si pongono le questioni oggi.

Mi faceva notare ad esempio il mio amico Nino Pascale, che è stato per anni Segretario nazionale di Slow Food, che nel PNRR, a fronte di una agricoltura intensiva che è responsabile di non meno di un quarto delle emissioni di gas climalteranti, è previsto, per l’agricoltura, l’utilizzo in senso contrario dello 0,98% del totale delle risorse disponibili…Mettere in discussione l’agricoltura intensiva significa contrastare interessi corposi, forze considerevoli, una delle componenti principali della base sociale della tecnocrazia e della politica europea. E allora, dovresti mettere in campo una strategia alternativa altissima per profilo progettuale e ideale, dovresti indicare uno sbocco a tutti quelli che nel nuovo modello di sviluppo non possono arrivare senza cambiare radicalmente il loro modo di fare economia, dovresti accompagnarli, essergli vicino, non lasciarli alla egemonia del sistema globale di produzione del cibo che cerca di portare dalla propria parte le vittime principali del suo agire: i contadini e i consumatori. C’è tutto un passaggio d’epoca da disegnare e nel quale ricollocare il lavoro, i lavori, quelli nuovi con lavoratori da coinvolgere e rendere protagonisti. E dovresti attivare e mobilitare tutta quella parte di società che invece spinge per il cambiamento, dalle giovani generazioni al mondo della ricerca, dei saperi, della cultura.

Quel mondo dei saperi che ci dice che invertendo la rotta, pur di fronte a cambiamenti negativi che diventeranno reversibili in un tempo lungo, è ancora possibile guadagnare un altro futuro per il Pianeta.

Insomma, dovresti avere una visione, una idea, una rotta che ti colloca non nel fortino assediato delle istituzioni e dell’uso delle leve del potere ma nel cuore di una società così esposta e costruire da lì le coordinate di un rinnovamento profondo e radicale che investa anche le istituzioni.

E allora, la vedi la consapevolezza di questa urgenza, di questo tempo che fugge nel dibattito politico quotidiano che inonda gli spazi comunicativi?

La vedi nella narrazione delle forze democratiche, progressiste che governano tutto a tutti i livelli?

La risposta è nelle cose. E questo ‘vuoto’, questa non capacità o volontà, questa non visione che perdura rappresenta una contraddizione ormai esplosiva.

Certo è che se il tempo fugge, non potrà mancare molto a che tutti coloro che avvertono questa urgenza, giovani e meno giovani, formati e in formazione, trovino il modo di far pesare in modo nuovo un orizzonte diverso, fondare su di esso un nuovo discorso politico, quello necessario, quello urgente.

E’ solo un auspicio?

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