di Pasquale Iorio
In questi giorni alcuni atti di violenza (incendi e danni vari) hanno riproposto alla attenzione della cronaca il tema dei beni confiscati alla camorra. Nella lotta per la legalità democratica Terra di Lavoro negli ultimi anni si è distinta nella gestione e riuso dei beni confiscati alla camorra. Grazie ad una collaborazione virtuosa tra istituzioni, enti ed associazioni del terzo settore in alcune delle terre che venivano definite di Gomorra si sono realizzate alcune esperienze e buone pratiche che hanno visto quei beni “liberati” dal dominio dei clan, con la costruzione di nuove imprese (in particolare nel settore agro-alimentare), di nuovi servizi di accoglienza, di cura e di formazione dei soggetti più colpiti (come i bambini, le donne vittime di violenza ed i migranti). Da un poco di tempo sembra che vi sia una inversione di tendenza negativa, che quello slancio vitale si sia affievolito, o perlomeno ci appare che il tema dei beni confiscati sembra finito in un cono d’ombra. Nessuno ne parla. Lo stesso Consorzio Agrorinasce – finora riconosciuto come una delle esperienze più avanzate di cooperazione tra istituzioni ed associazioni – è alle prese con un laborioso e defatigante iter di riassesto. Anzi, vi è qualche caso di abbandono come quello del comune di Casal di Principe, dove l’amministrazione ha deciso di fuoriuscire con motivazioni per noi incomprensibili. Per non parlare del caso di S. Maria La Fossa che sta operando un vero e proprio boicottaggio nei confronti di progetti già finanziati, come si evidenzia in un appello di Nero e non solo.


Ci troviamo in una fase di calo della tensione e dell’attenzione, anche dell’impegno civile intorno a questo tema. Come emerge dalla ultima relazione della Agenzia Nazionale nella nostra provincia si registra un dato preoccupante: su 324 beni assegnati ai comuni solo 110 sono stati accettati, con una media di appena il 24% rispetto a quella regionale anch’essa bassa sul 36% del totale. Va detto che in Terra di Lavoro si registra uno dei tassi più alti di beni sequestrati e confiscati, molti dei quali rimangono per decenni riutilizzati finiscono per essere vandalizzati dagli stessi soggetti a cui erano stato sottratti dopo lunghe ed accurate indagini, dopo vari processi e condanne.
Dati. Nell’ultimo censimento dell’Agenzia BC sono risultati 571 beni immobili, tra questi 324 risultano definitivamente confiscati (di cui ben 85 solo nella città domiziana). Se passiamo alle aziende, abbiamo questo quadro: 138 aziende sono in gestione mentre 63 di esse sono destinate. Per un totale di 709 beni confiscati, oltre il 40% a fronte del totale campano di 1797. Con questi dati Caserta risulta essere la sesta provincia italiana, subito dopo Palermo, Reggio Calabria, Napoli, Catania e Milano, per numero di beni sottratti alle criminalità organizzate. Sul totale di 709, 571 riguardano beni immobili, mentre 138 sono le aziende. Un patrimonio ingente di migliaia e migliaia di euro quello confiscato alla camorra e distribuito su 42 comuni dei 104 della provincia di Caserta.
Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio tesoro (fatto di beni immobili e di imprese), che troppo spesso, per molteplici problematiche, viene lasciato a marcire, oppure non si riesce a reimpiegarlo in maniera ottimale.

In questo contesto il comune di Castel Volturno si caratterizza per il gran
numero di beni confiscati alla camorra: un vero e proprio record nazionale. Se ne contano oltre 120, la maggior parte dei quali sono ancora in disuso, appaiono come dei veri e propri beni “fantasma”,vedi il caso dei 2 Lidi Nettuno e Passerotto nella zona di Ischitella. Per la verità in questo territorio si trovano tanti beni ed imprese sottratte ai vati clan: in pratica qui ha investito ed imperversato il ghota dei cosiddetti “casalesi”. A cui oggi si aggiunge un’altra presenza inquietante, quella della “mafia nera” dei nigeriani con le loro “connection house” disseminate su tutto il litorale, dove imperversano le cosiddette maman che crescono ed educano i bambini e le bambine ad un futuro di tristezza e di violenza: quello del traffico di droga, della tratta delle donne e della prostituzione, del vendita a famiglie senza figli, o peggio ancora del traffico degli organi umani. Anche su questo nuovo inquietante scenario occorrerebbe un intervento più mirato e deciso delle forze dell’ordine.


D’altro canto va segnalato l’impegno delle associazioni del terzo settore e del volontariato, che spesso in solitudine rispetto alle istituzioni locali, da anni cercano di trasformare questi beni in nuove opportunità per creare servizi, centri di accoglienza e di socialità, in primo nuove imprese per una economia sociale come emblemi di riscatto di queste comunità. In sei comuni dell’hinterland aversano ciò avviene grazie al supporto del consorzio pubblico Agrorinasce, ora presieduto da un valente e combattivo manager Gianni Allucci, in una fase delicata di riorganizzazione.
Nella costiera domiziana, nonostante tutto, vi sono alcune buone pratiche di riuso di “beni liberati” dalla criminalità: come ad esempio la Coop sociale Esperanto (guidata da Alessandro Buffardi e Katia Bassolino), che opera con giovani divenuti bravi contadini con la produzione di frutta ed ortaggi di prima qualità. Inoltre, va segnalata una delle esperienze storiche come la sartoria sociale, in cui sono protagoniste le donne immigrate, spesso vittime di violenza ed emarginazione. Anche se tra mille difficoltà burocratiche stanno partendo altri 3 progetti significativi: due gestiti dall’Arci Gay e da Legambiente nel parco Faber, per realizzare due centri dedicati alla musica ed al cinema. La terza villetta è in fase di ristrutturazione nella zona di Baia Verde e dovrebbe essere destinata alla realizzazione di una cucina didattica e multietnica (sul modello della NCO uno dei simboli del riscatto di queste terre), anche per attività di formazione in collegamento con l’Istituto Alberghiero. Infine, va ricordata la realtà consolidata del bene nei pressi di Villaggio Coppola sede del Comitato Antiracket e del FAI di Tano Grasso e quella divenuta oramai storica delle Terre di don Peppe Diana, con annesso allevamento di bufale e di produzione di mozzarella DOP, oramai affermate nell’ambito della rete distributiva del sistema lega Coop e Conad.
Infine, bisogna riprendere l’iniziativa sul piano culturale ed educativo, come ci insegna il nuovo ricco saggio curato da Gianni Cerchia “Tra accoglienza e pregiudizio. Emigrazione e immigrazione nella storia dell’ultimo secolo: da Sacco e Vanzetti a JE Masslo”ed il volume scritto a più mani, curato da A.Colletti, e Goffredo Fofi (a cura) “Terra di Lavoro. Esperienze e riflessioni dei paesi di don Diana”, Edizioni dell’Asino 2020. Di fronte agli atti di violenza ed incendi, bisogna reagire, in quanto appare evidente che si tratta di una strategia mafiosa, vecchia quanto la mafia stessa: mostrare i muscoli per rinfrescare la memoria di quanti credono che il clan dei Casalesi non esista più” (scritto su Fanpage da R. Capacchione). A tal fine come rete di associazioni ci impegneremo per organizzare il 1 ottobre 2020 un convegno pubblico, con il coinvolgimento delle istituzioni e di buone pratiche di gestione degli stessi beni “liberati”


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