Nei giorni scorsi il Quotidiano del Sud ha pubblicato questa interessante riflessione di Gianni Cerchia, Docente dell’Università del Molise, Storico e Presidente della nostra Associazione Infinitimondi.

di Gianni Cerchia

La recente tornata elettorale ha indicato con chiarezza le linee di tendenza politica del Paese, punendo molti avventurismi ed esasperazioni propagandistiche. Tanto per iniziare, il centrodestra vede ridefinite in modo estremanente chiaro le gerarchie al proprio interno, con il calo repentino della Lega, l’ineluttabile declino di Forza Italia e il sorgere della stella di Giorgia Meloni. Sull’altro versante, il Partito democratico batte un colpo e conquista nuove quote di consenso, beneficiando in molti frangenti perfino del suffragio in libera uscita dal Movimento Cinque Stelle, sintomo di un argine ormai frantumato in nome della comune esperienza di governo. I grillini, invece, quasi tracollano, vittime della contraddizione irrisolta tra il governismo balbettante di Di Maio e il radicalismo autistico di Di Battista, tanto da dover ricorrere al risultato referendario — intestandolo quasi in toto — per provare a nascondere una evidente liquefazione.
Altro dato macroscopico è la riconferma di tutti presidenti regionali uscenti, con un consenso addirittura superiore rispetto a cinque anni or sono. Anzi, in termini tali non poter essere spiegata con una chiave di lettura meramente territoriale: gli italiani non hanno scelto banalmente l’esistente — probabilmente ben altro sarebbe stato il responso per un Fontana, se la Lombardia fosse andata al voto senza sostituirlo — ma hanno premiato, a torto o a ragione, un certo genere di gestione dell’emergenza pandemica. Vale per Campania come per la Liguria, per la Puglia piuttosto che per il Veneto. Bisogna prenderne atto.
Meno positivo il bilancio della sinistra, ha ragione Gianfranco Nappi a ribadirlo ieri. Tutte le forze che, infatti, si sono collocate su quel lato dello schieramento e fuori dal PD non hanno eletto nemmeno un consigliere regionale, raccogliendo percentuali tutt’altro che lusinghiere. Anche qui è d’obbligo la presa d’atto dell’esaurimento un tentativo (assolutamente defaticante) di costruire una soggettività autonoma della sinistra che non si risolvesse nel magma indistinto del partito del Nazareno. Una corsa iniziata dall’esperienza di Sinistra Ecologia e Libertà, risoltasi prima nell’ Altra Europa per Tsipras, quindi in Sinistra Italiana, Articolo Uno, Possibile, infine nella confluenza nel cartello di LeU: la promessa di un partito unitario, mai mantenuta.


Tutto vero, ma quel che non mi convince nel ragionamento di Nappi è un certo schematismo dualistico della sua analisi: da una parte le sofferenze sociali non rappresentate, dall’altra l’inanità e l’afasia dei gruppi dirigenti incapaci di offrire una risposta politicamente credibile. Fosse solo questo, almeno si saprebbe dove iniziare a mettere mano. Il punto che mi sembra non essere stato compiutamente indagato è quello, invece, dell’oggettivo esaurimento di un’epoca, oltre che della stessa funzione di una generazione politica (sull’ultima questione, a dire il vero, Nappi dice cose molto nette e condivisibili). Potere al Popolo, Terra, Democratici e Progressisti perdono non perché (soltanto) divisi, ma perché irrimediabilmente tali, dato non gli era più possibile praticare nei fatti alcuna ipotesi unitaria. Tutti i nodi erano e sono ormai al pettine da tempo, rivelando una divergenza di fondo e non contingente: da una parte l’antagonismo di sistema (PaP), dall’altra un radicalismo identitario di Terra, fino all’aspirazione entrista dei Democratici e Progressisti di condizionare gli equilibri quella sorta di armata di Brancaleone onnicomprensiva che sosteneva De Luca. Non si tratta, in altri termini, di guardare al breve periodo, quanto di accendere i riflettori e tirare le somme su un lungo percorso incompiuto e perfino negato.
Quale convergenza sarebbe stato possibile costruire tra queste forze? La divisione non dipende dalle scelte di ieri, ma è figlia di un mancato coraggio politico di lunga lena. Lo stesso che ha impedito di chiarire nodi e definire fondamenti comuni, sacrificando tutto alle ragioni dell’emergenza elettorale: di cartello in cartello, di simbolo in simbolo (sempre diverso), senza mai preoccuparsi di costruire un sentire e un radicamento che parlasse alla società e agli interessi da rappresentare, che disegnasse una prospettiva credibile. Questa deriva è risultata particolamente drammatica per Articolo Uno e le sue aspirazioni, impedita nella presentazione di una propria lista ufficiale per le regionali sia dai veti del parlamentare in carica che dalle ambiguità del gruppo dirigente regionale, tanto da dover ricorrere all’ultimo momento all’ennesima, generosa quanto inutile soluzione d’emergenza.
Le urne hanno parlato. A sinistra del PD non c’è vita. Il dramma è che anche nel partito di Zingaretti manca il respiro, asfissiato da logiche notabiliari e correntizie che poco hanno a che fare con la politica. Almeno con quella alla quale molti di noi sono stati educati. Saremo vecchi e superati, ma se ci potessimo iscrivere a un partito e non un comitato elettorale sarebbe già un buon inizio del quale accontentarsi. E vale per tutti, non solo per il PD.

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