Giorgio Amendola moriva a 73 anni il 5 giugno del 1980, logorato da una malattia che ne aveva scavato il volto e assottigliato la proverbiale mole. Il «grosso» era infatti diventato «lo smilzo», come si definiva auto-ironicamente in una corrispondenza con Salvatore Cacciapuoti. Non di meno, alla decadenza privata non corrispondeva affatto un calo delle passioni pubbliche. Anzi. «Dopo aver passato quaranta anni a parlare male e a sfotterci l’uno con l’altro», scriveva ancora a Cacciapuoti, «non è il caso di riprendere in questa occasione il gioco dei rimproveri più o meno fasulli […] Io credo che finché si hanno le forze bisogna fare quello che si crede di dover fare, anche se questo può costare qualche fastidio, ma non esageriamo. Nel partito ci vogliamo bene e ci stimiamo, e sappiamo che le lotte politiche sono ispirate non da ragioni di frazione e di vanità personale, ma dal desiderio di rendere sempre migliore questo nostro glorioso partito. Tempi brutti si avvicinano, sul piano internazionale e nazionale». Un paio d’anni prima era stato un affezionato Enzo Biagi a scrivergli d’averlo «visto in TV più magro, ma sempre tanto acuto, onesto e appassionato». D’altra parte, per Amendola la politica nasceva come una scelta di vita che non prevedeva pause, zone franche, diserzioni. Figlio di un ministro liberale rigoroso e inflessibile, Giorgio aveva dovuto fare i conti con la morte del padre per mano dei mazzieri fascisti e agire di conseguenza. L’adesione al comunismo nella Napoli del 1929 era motivata in primo luogo dal dolore e da questo sentimento di ribellione contro gli squadristi di Mussolini, tanto da spingerlo verso l’opzione più combattiva e militante. Il partito comunista fu infatti l’unica forza d’opposizione, fino alla nascita e allo sviluppo di Giustizia e libertà, a porsi il problema della cospirazione all’interno del paese, senza limitarsi a ricomporre le proprie file nella testimonianza dell’esilio. La scelta per il comunismo era anche, forse soprattutto, una decisione in favore di quello che appariva come l’opposizione più radicale e attiva. Il solo modo per vendicare il padre e onorarne la memoria.
Sarebbe ovviamente un errore ridurre tutta la vicenda umana e politica del figlio al rapporto con il genitore. Ma sarebbe altrettanto miope non considerare l’enorme peso esercitato dall’esempio e dal dramma di una grande personalità come Giovanni Amendola, nato a Sarno nel lontano 1882, sulle intransigenti decisioni del suo primogenito. Il comunismo e l’antifascismo furono per Giorgio un principio d’ordine, quindi una sorta di appendice vitale del padre perduto, una via d’uscita dal caos provocato dalle barbarie nelle quali il mondo sembrava precipitare con le dittature e la guerra. E questo al netto del fatto, come scriveva a più riprese, che la scissione di Livorno del 1921 fosse stata un errore: una divisione che nell’immediato favoriva le camice nere e la torsione autoritaria della politica nazionale. Tuttavia, con una paradossale e acrobatica inversione tra cause ed effetti, a suo dire «l’errore del ’21» ebbe comunque un valore provvidenziale, perché costruiva le condizioni per la riscossa, forgiando una generazione di militanti rivoluzionari «che si sentivano liberati dal peso della sconfitta, e che quindi si sono buttati allo sbaraglio, con il coraggio che hanno dimostrato di avere». Questa idiosincrasia quasi genetica per il disordine lo conduceva a una presa di distanza esplicita nei confronti della stagione dei movimenti del ’68 e, successivamente, a una netta contrapposizione contro i terrorismi, senza sconti né tentennamenti.

Celebre era la sua feroce polemica contro tutti gli intellettuali che teorizzavano posizioni mediane — né con lo Stato né con le BR — quando invece la Repubblica e la sua Costituzione andavano difese e protette a ogni costo. Un atteggiamento che spiega, a ben vedere, perfino la sua presunta opzione filosovietica di fronte ai fatti dell’Afganistan del 1979, che in realtà motivava in un a logica difensiva dell’ordine internazionale di Jalta che, pur con tante contraddizioni, aveva garantito quasi un quarantennio di pace mondiale.
Insomma, non c’era alcuna nostalgia per lo stato-guida sovietico. Giorgio fu stalinista come la quasi totalità dei comunisti, quanto meno fino alle rivelazioni del XX congresso del PCUS (ma lo stesso ragionamento potrebbe essere fatto per Pietro Nenni). Dopo di allora fu tra i più conseguenti fautori della via nazionale al socialismo. L’Urss non erano per lui una fonte di legittimazione e un simbolo d’appartenenza, ma il cardine di un equilibrio mondiale che sarebbe stato assai pericoloso rimettere in discussione. In questa luce, il fatto che i sovietici andassero per la propria strada non contraddiceva affatto la libertà del PCI, ma al contrario la fondava, giustificandone l’autonomia e il diritto di rompere schemi consolidati. Per questa ragione non amò mai l’eurocomunismo e la sfida di Berlinguer al PCUS, giudicandola come un’inopportuna invasione di campo. Per la stessa ragione non aveva avuto remore, nel 1964, a ipotizzare addirittura lo scioglimento e la trasformazione del proprio partito per dar vita a una nuova formazione unitaria della sinistra italiana.
Era Danilo Granchi, nel giugno del 1980, a dare di lui forse la definizione più suggestiva: «l’Amleto che ha scelto», l’erede inquieto di un grande padre che, a differenza del principe danese, non si accontentava di consumarsi nel dubbio e nel dolore, ma perseguiva le vie del combattimento, con la rudezza e le contraddizioni tipiche di una generazione cresciuta nel fuoco del fascismo trionfante e dell’ascesa del Terzo Reich.
«Fummo faziosi, ingiusti?», si chiedeva Pietro Ingrao al principio degli anni Novanta del secolo scorso. «Se proprio si vogliono adoperare queste parole, rispondo: è possibile. Era difficile dimenticare […] Noi siamo quelli del tempo delle camere a gas. No, non fummo gentili. Era difficile esserlo». Valeva anche per Amendola. Un atteggiamento messo alla prova al confino di Ponza e dietro le sbarre di Poggioreale, nella durissima esperienza partigiana — dalla decisione dell’attentato di via Rasella alla successiva attività come ispettore delle brigate Garibaldi, dalla rappresentanza del PCI nel CLN piemontese e alla liberazione di Torino — nella guida del movimento per la Rinascita del Mezzogiorno, fino all’assunzione d’importanti incarichi di direzione nazionale. Fu senza dubbio un uomo del suo tempo, un comunista atipico nella misura in cui lo fu tutto il partito nel quale militava, con orgoglio, per più di mezzo secolo.

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