Un famosa canzone di Renato Carosone si intitolava “tu vo fa l’americano”. E allora, perché meravigliarsi che il latino “virus” diventi “vairus” all’americana? Anche Alberto Sordi ha brillantemente rappresentato l’italiano che voleva apparire americano, credendo che fosse sufficiente dare tonalità americana a sillabe messe insieme alla rinfusa, per parole inesistenti. Se questo lo fa un rappresentante ufficiale del governo, la cosa non è più così divertente. Mi viene in mente una conoscente, che da signorina, molto tempo fa, volendo darsi aria di persona colta, sentendo tutti i compagni dire che facevano, la notte, le ore piccole, lei esclamò:” Anche io faccio le orine”. Come non darle ragione!
Il coronavirus, che tanto panico sta portando e tante vittime sta mietendo, mi ha spinto a rileggere un libro di un medico e studioso di storia della scienza, scomparso venti anni fa, Mirko Grmek, di origine croata ma vissuto in Francia. Egli pubblico nel 1983 ( la traduzione italiana è del 1985) “Le malattie all’alba della civiltà occidentale”. Il Grmek utilizza anche le fonti letterarie, in particolare i poemi di Omero. Chi avrebbe mai sospettato che gli eroi dell’Iliade e dell’Odissea sarebbero passati per l’ obitorio, in attesa di esame necroscopico!
“ Per Omero -scrive il nostro autore- la malattia è fuori della natura, totalmente estranea all’uomo e dipendente solo dai capricci degli dei, essa sfugge all’ordine naturale”.
E la morte? “Nel mondo omerico -dice Grmek- se ne distinguono chiaramente quattro classi: morte per violenza evidente (battaglia, incidente, sacrificio); morte in seguito a una malattia da sfinimento; morte improvvisa senza causa esterna visibile; morte di dolore…la morte improvvisa si frappone tra la morte violenta e la morte naturale per malattia: per Omero questa morte piuttosto subitanea, priva di causa esterna, visibile (vale a dire per i moderni, la morte naturale per un’acuta malattia interna), non altro che una morte violenta dovuta all’intervento divino… Se la pestilenza infierisce nell’esercito acheo davanti a Troia, secondo Omero la causa è da ricondurre al corruccio di Apollo che scaglia i suoi dardi sui muli, sui cani e, infine, sugli uomini. Dunque la morte improvvisa sarebbe un segno della collera divina, tuttavia su questo punto la tradizione epica non è priva di ambivalenza. L’epiteto consueto, consacrato, di queste frecce mortali è dolce, in questo mondo arcaico una lunga sofferenza è ben più terribile di una morte rapida. Per i semplici mortali gli interventi di Apollo e di Artemide non appartenevano al regno del visibile.. E’ ben vero che il poeta chiama malattia cattiva la pestilenza scatenata dalle frecce di Apollo che decima l’esercito acheo, fin dalla più remota antichità, e soprattutto a proposito delle malattie pestilenziali, una particolare nozione esplicativa, che comporta l’impurità o la trasgressione di un tabù, coesiste con la nozione di origine divina sia della morte, sia della malattia cronica”.
Evidentemente dire “coronavairus” il coronavirus è dargli una patina esotica. Che poi sia provenienza complottista o “divina”, come in Omero, fa poca differenza. E’ qualcosa che ci piove addosso da nubi che non vediamo, ma che giuriamo esistano. Avevano ragione i Ciclopi (Odissea IX,410-12) quando risposero a Polifemo:” Se nessuno ti fa violenza, e tu sei solo, allora è una malattia che ti viene dal grande Zeus e alla quale è impossibile sfuggire”.

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3 commenti

  1. Grazie….quasi quasi, per alleggerire ” le giornate del coronavirus”ritorno ad Omero…. cerco di trovare pure qualche canzone di Carosone!

  2. Riscoprire, reinterpretare Omero, un viaggio da intraprendere, in questo tempo di …nostalgia del ritorno…

  3. Riscoprire, reinterpretare Omero, un viaggio da intraprendere, in questi tempi di …nostalgia del ritorno …

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