Un ringraziamento particolare a tutti gli intervenuti, a Paolo Grassi; Luca, Monica ed Ermanno Simeone; a Sergio Locoratolo, Coordinatore delle Politiche culturali del Comune di Napoli, per la disponibilità e il contributo offerto alla discussione.

L’intervento di Matteo Cosenza

Sessantadue anni fa entrai nella redazione dell’Unità a via Cervantes 55 per consegnare la mia prima corrispondenza da Castellammare. Non ricordo chi fossero i presenti ma un po’ alla volta, grazie ad altri articoli, li conobbi tutti e così presero corpo le firme che ben conoscevo perché a casa mia entravano tutti i prodotti editoriali del Pci, ed erano tanti, e ovviamente l’Unità di cui, peraltro, mio padre diffondeva in fabbrica ogni giorno 15 copie e poi in città 50 la domenica e 100 nelle diffusioni straordinarie. Da poco, direttore Mario Alicata, era arrivato da Roma a dirigerla Ennio Simeone.
Vado a memoria e senza alcun ordine di gerarchia: Felice Piemontese, autorevole intellettuale, scrittore e poeta; Lina Tamburrino, con lo sguardo lungo che la proietterà su scenari planetari; Franco De Arcangelis, cronista rigoroso; Geppino Mariconda, irpino come Simeone; Sergio Gallo, un signore che a suo rischio e pericolo firmò da direttore responsabile il nostro giornale stabiese potendolo vedere solo stampato; Giulio Formato di cui ricordo sempre il volto tumefatto per le botte prese dalla polizia mentre seguiva per il giornale un corteo di lavoratori; Mario Riccio con la fotografia sempre in canna; Franco Feliciotti, prezioso in ogni settore;
Nora Puntillo…Cronista infaticabile, napoletana doc, l’orecchio sempre attento a quello che accadeva in città, un mix di mestiere, passione, impegno e cultura che la facevano sembrare un inviato capace di legare la cronaca al racconto, i particolari al contesto. Per questo la sua firma era la più presente e di fatto una delle più note nelle pagine nazionali.
Riprenderò tra poco il filo di questo racconto ma prima mi sembra utile allargare il quadro e ricordare che dietro questo fervore c’era un partito, il partito comunista napoletano, che stava raccogliendo le migliori energie per candidarsi a giocare un ruolo di primo piano che lo vedrà alla guida della città con Valenzi prima e poi con Bassolino dopo una lunga crisi (Percy Allum, di casa in via Cervantes 55, aveva squadernato il sistema di potere dominante con un libro entrato nella storia della città).
E qui vengo a Ennio Simeone non senza aver ricordato il cazziatone, il primo e ultimo per la verità, che mi aveva fatto a proposito di una delle prime corrispondenze da Castellammare nella quale avevo maltrattato una parte (allora non si parlava di correnti) del locale gruppo dirigente del partito. Gridando mi ricordò che il giornale era una cosa seria e la correttezza il primo comandamento.
Dunque, Abdon Alinovi, segretario regionale del Pci, dopo aver visto che in Piemonte il partito aveva realizzato un quindicinale, “Nuova Società”, affidandone la direzione a Diego Novelli, chiese a Ennio: “Ma possiamo farlo anche noi in Campania?”. Da poco erano nate le Regioni e l’operazione andò in porto. La cosa mi riguarda da vicino e la racconto perché fotografa quel mondo che non c’è più. Dunque, mi chiama Gennaro Pinto, pilastro dell’editoria del Pci per decenni, e mi invita a una riunione alla Lega delle Cooperative senza dirmi per fare cosa. Vado e mi ritrovo nel consiglio di amministrazione della Gecer, la cooperativa che gestirà “La Voce della Campania”. Ennio, direttore e sempre capo della redazione dell’Unità, mi coinvolge alla sua maniera. Ed ecco la prima sinergia editoriale in via Cervantes 55 dapprima con la distanza di un piano poi di nove perché la Voce passò dal primo all’undicesimo piano.
I redattori dell’Unità furono firme ambite e tutte memorabili ricordo gli articoli di Nora sul colera, da incorniciare il pezzo di Mariconda che raccontò il viaggio avventuroso durante un’epica nevicata in Irpinia. Intanto alla Voce cresceva una nuova generazione di giornalisti, l’elenco sarebbe lungo, mi piace ricordare un gigante che non è più tra noi, Peppe D’Avanzo: quando dalla “Voce” lo feci venire a Paese Sera fece un’inchiesta sul Banco di Napoli, e nel giro di qualche giorno la sua scrivania non riusciva a contenere la montagna di documenti che gli arrivavano: stava facendo tremare il palazzo di via Toledo quasi come si era temuto con l’acquisto di Jeppson. Cosa siano state, dunque, l’Unità e la Voce della Campania credo sia noto a molti dei presenti. E, ripescando nella memoria, c’è da dire che molti giovani collaboratori del quindicinale che venivano alla tipografia Boccia di Pontecagnano per correggere le bozze della “Voce della Campania” furono intercettati e integrati nella redazione dell’Unità e diventeranno nel tempo giornalisti noti, direttori di giornali e sindaci. M piace ricordare per tutti una persona straordinaria che non è più tra noi, Rocco Di Blasi.
A questo quadro, inevitabilmente sintetizzato e incompleto, vorrei aggiungere un tassello. Ennio mi invita a un pranzo da “Sbrescia”: indimenticabile perché accanto a me c’erano lui e Gennaro Pinto e di fronte un monumento del giornalismo italiano, Arrigo Benedetti, che Berlinguer aveva voluto alla direzione di Paese Sera per tentare di bloccare la crisi in cui il quotidiano stava precipitando. Perché io a quel pranzo? Credo sia stata una genialata della coppia indissolubile Simeone-Pinto al lavoro per far nascere la redazione napoletana di Paese Sera, perché occorreva farmi stare calmo nel momento in cui avrebbero prosciugato la redazione della Voce. E ci riuscirono con un esito memorabile: l’Unità, la Voce della Campania, Paese Sera, nel panorama napoletano e regionale si passò da due a tre stelle.
Qualche anno dopo anche io andai a Paese Sera in coppia con Nora Puntillo mentre Ennio era già tornato a Roma. E io e Nora fummo, non senza qualche problema, capi della redazione, prima lei, poi io e di nuovo lei quando lasciai il giornale.
E Ennio? Lui farà un giro largo in Italia, da Napoli a Roma, a Bologna, a Bolzano, a Livorno, infine a Cosenza al Quotidiano della Calabria. Nella primavera del 2006 mi telefona: “Lo sai che faccio un giornale in Calabria? Perché non vieni a vederlo?”. Andai e ci sono rimasto sette anni.
Oggi, guardandomi intorno, mi chiedo: abbiamo davvero vissuto quelle esperienze o abbiamo sognato?”. E soprattutto una domanda con la quale chiudo: “Ma che è successo?”. E non lo chiedo a Riccardo Pazzaglia, buonanima.
Matteo Cosenza
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Le immagini della mattinata













