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I mesi successivi al referendum costituzionale hanno visto una preoccupante involuzione della vicenda politica. Se sulla destra la nuova sfida minacciosa, aggressiva e violenta di Vannacci mescola le carte, e produce una sconsiderata rincorsa estremista tra le forze della coalizione di governo, è sul fronte delle opposizioni che non si vede quella novità che, nel segreto delle urne del referendum, tante e tanti, senza partito, e soprattutto una nuova generazione avevano chiesto. Anche la festa dell’opposizione quando in Parlamento la maggioranza è stata battuta a voto segreto, trova il tempo che trova. Tutto è all’interno di uno schema nel quale bisognerà scegliere chi sarà la guida della coalizione.
Penso invece, in tutta sincerità, che lo schema politico del “campo largo” – che ha avuto un senso negli ultimi anni nell’avvicinare il Partito Democratico, Avs e i Cinque Stelle – non sia all’altezza della sfida di questo tempo. Occorre qualcosa di molto di più, più largo e più inclusivo. Un fronte costituzionale e democratico, senza preclusioni, che scelga come programma la realizzazione e l’inveramento dei princìpi e dei valori della prima parte della Carta Costituzionale. La nostra, ricordiamolo, è una Costituzione programmatica, in gran parte disattesa. Oggi sul piano globale – si pensi all’interventismo di Musk negli scenari nazionali, o a quello di Netanyahu in America Latina – si punta alla cancellazione di grandi strumenti democratici, come la nostra Costituzione, e a lasciare mano libera ai nuovi padroni del mondo e all’autoritarismo militarista, reazionario e tecnocratico che propugnano Curtis Yarvin e Peter Thiel. Non si fa fatica a comprendere che Vannacci oggi, come ieri Salvini e Meloni, hanno un know-how che viene dalla nuova internazionale reazionaria. Ma perché passi questo disegno occorre passare sui nostri corpi e sulle nostre vite. Ecco perché chiamare insieme posizioni costituzionali e democratiche, di diverso segno culturale, è un atto indispensabile, anche con la memoria della lezione delle divisioni a sinistra e nel fronte democratico negli anni Venti del secolo scorso.
Si tratta prima di tutto di fermare la degenerazione del linguaggio e dell’agire politico, che trova negli esponenti di Fn le punte emergenti di un fenomeno molto più largo, coltivato, soprattutto dalla Lega di Salvini e da FdI, e di contrapporre una nuova civiltà del rispetto dell’altro, di chi la pensa diversamente, dello straniero. Anzi, come scrive Ece Temelkuran, «siamo tutti stranieri su questa terra». La riabilitazione del fascismo e del nazismo, che le destre radicali stanno propugnando, va contrastata con la cultura, e con un’idea positiva del futuro. In secondo luogo occorre fermare la guerra e la violenza. L’Italia ripudia la guerra, e solo un fronte costituzionale e democratico può ridare un ruolo internazionale di pace a noi che stiamo nel cuore del Mediterraneo, sull’esempio della Spagna di Pedro Sanchez. In terzo luogo questo fronte si deve proporre di cambiare rotta sui salari, la giustizia sociale, fiscale e ambientale, il diritto al lavoro, la lotta ad ogni discriminazione, la salute e la scuola. E possiamo continuare. La grande assemblea No Kings di Genova, in occasione dei venticinque anni dal 200, va ascoltata, e le forze politiche si devono aprire al confronto con territori, movimenti, società civile. Siamo ancora in tempo. Ma occorre un radicale cambio di passo.


