Uniti per la vita. Storie di simbiosi e cooperazione
Maurizio Casiraghi e Telmo Pievani
Biologia evoluzionistica
Il Mulino Bologna
2025
Pag. 213 euro 16

Terra. Dall’inizio della vita. I fattori biotici sono da sempre in relazione con altri
fattoti biotici, oltre che con fattori abiotici; il nostro pianeta è un organismo
unico, un sistema integrato. Circa un secolo e mezzo fa si è iniziato a definire
come “simbiosi” quel particolare diffusissimo fenomeno della “vita assieme” di
organismi cellulari tra loro dissimili (dapprincipio unicellulari procarioti), poi
appartenenti a specie differenti (non solo di batteri). In realtà, non esiste
organismo vivente che non viva in simbiosi con qualche altra forma di vita: nel
pregnante palcoscenico dell’evoluzione emerge un intrico di reti e di fusioni,
una ragnatela di connessioni (la cooperazione non è mai un dato garantito, va
mantenuta e difesa), più che una semplice esclusiva esaustiva lotta per
l’esistenza individuale. Lo si è capito a fatica, talora non ascoltando o non
capendo subito la voce di scienziati e scienziate (all’inizio fuori dal coro), come
il sordido russo Konstantin Sergejevič Merežkovskij (1885 – 1921) o la pugnace
statunitense Lynn Margulis (1938 – 2011). Grazie a loro si è cominciato a
comprendere che l’eucariogenesi (comparsa della cellula eucariote da
unicellulari procarioti) è dovuta alla simbiosi (fra 2,7 e 1,5 miliardi di anni fa);
che le specie nascono anche per convergenza (non solo per divergenza); che la
maggiore sorgente di variazione sono le fusioni orizzontali tra genomi, non le
mutazioni genetiche casuali. Le simbiosi sono ovunque e giocano un ruolo,
spesso nascosto, ma essenziale. Nel grande intreccio di cicli di regolazione
biochimici, i microbi che sopravvissero alle oscillazioni climatiche e poi il
fitoplancton crearono le condizioni che oggi ci mantengono in vita: hanno reso
la Terra abitabile per noi. La terra e la vita sulla Terra si sono trasformati a
vicenda, si sono coevoluti. Noi umani (e non solo) ospitiamo un intero
ecosistema di batteri nel nostro corpo, nell’intestino, sulla pelle, in bocca.
Come noto, conviviamo indissolubilmente con il microbiota, con i batteri, in
bilico tra collaborazione (interazione) e belligeranza (combattimento).
Due illustri docenti universitari e scienziati evoluzionisti quasi coetanei,
Maurizio Casiraghi (Milano, 7 luglio 1971) e Telmo Pievani (Gazzaniga,
Bergano, 6 ottobre 1970), si sono uniti per illustrare magnificamente
(attraverso sette interessantissimi capitoli) l’inevitabilità, la molteplicità e la
non linearità del concetto di simbiosi, il fenomeno che ha influenzato, influenza
e influenzerà l’evoluzione di tutti i viventi. Descrivono alcuni casi emblematici:
le innumerevoli simbiosi intracellulari, i batteri che vivono stabilmente nelle
cellule di un organismo eucariote; o le relazioni instaurate con parti di
organismi mantenute funzionali da uno dei partner della simbiosi; o le decine
di migliaia di specie di licheni, la cui mutualistica simbiosi garantisce al fungo la
fotosintesi dell’alga, all’alga le strutture di sostegno del fungo (determinando
una terza specie, unitaria e indissolubile); o varie relazioni obbligatorie per la
sopravvivenza “fuori” dalle cellule, teoricamente poco stabili; o le entità
parassitarie acellulari che definiamo “virus” (tra il vivo e il non vivo, non veri e
propri “individui”) che hanno instaurato simbiosi essenziali anche nella linea
evolutiva umana; alle incredibili tipologie di simbiosi che riguardano il mondo
vegetale, a partire dall’impollinazione; alla simbiosi di ogni organismo animale
con il proprio microbiota, innanzitutto per completare il proprio stesso sviluppo.
I viaggi, gli studi, le ipotesi, le sperimentazioni di Darwin tornano di continuo
nella narrazione, richiamando sempre altri singoli scienziati o opere nella storia
delle scienze di questi due secoli, per rimettere in discussione termini come
individuo, popolazioni, specie. Darwin intuì l’ecologia globale e il bricolage
biologico (exaptation): la vita sulla Terra si è espansa, ha colonizzato sempre
nuove nicchie ecologiche (anche grazie a inedite combinazioni e possibilità
permesse dalla simbiosi) e ha subito pesanti ridimensionamenti (le estinzioni di
massa); la biodiversità è comunque cresciuta nell’ultimo mezzo miliardo di
anni. Il nocciolo del programma di ricerca realmente praticato dai biologi
evoluzionisti è ancora darwiniano, con un aggiornato pluralismo a tutti i livelli:
le sorgenti di variazione, i processi selettivi, i livelli di selezione, le soluzioni di
compromesso tra strutture e funzioni, gli schemi macroevolutivi, le forme di
collaborazione intra e interspecifica. La natura non è un’autorità morale:
venendo quindi a noi (egoisti e/o altruisti), le cruciali ambiguità e ambivalenza
tra “dentro il gruppo” e “fuori dal gruppo” sono profondamente radicate nella
socialità umana. In fondo, la bibliografia essenziale, non l’indice dei nomi.
***
Con parole precise. Manuale di autodidesa civile
Gianrico Carofiglio
Politica, letteratura, scienza
Feltrinelli Milano
2025 (ed. nuova, con lo stesso titolo un precedente testo del 2015, Laterza)
Pag. 170 euro 17
Italia e mondo. Ultimi decenni soprattutto. Una comunità ha un primario
contratto sociale, la fiducia in un linguaggio condiviso, un impegno reciproco di
verità e di correttezza nei luoghi di comune cittadinanza, nel pronunciare o
redigere parole, discorsi, metafore. Si pensi e poi si scriva una sentenza, il
testo di una legge o un romanzo avremo dei destinatari, un “pubblico” che
dovrebbe imporci di “acquisire” parole usate responsabilmente per dire, in
forme e contesti diversi, una chiara verità, per quanto soggettiva e parziale.
Scrivere e parlare bene, in ogni campo, ha un’attinenza diretta con la qualità
del pensiero e del ragionamento. Implica chiarezza di idee da parte di chi
elabora un messaggio e può provocare una percezione di onestà (o meno) in
chi lo riceve. In particolare, nell’ultimo decennio abbiamo assistito, invece,
all’avvento micidiale dei populismi, alla crisi dei linguaggi istituzionali, all’abuso
consapevole della menzogna come tecnica politica. L’avventura politica di
Donald Trump ha segnato un drammatico punto di svolta, imponendo al mondo
intero una nuova grammatica della manipolazione. Una grammatica fatta di
slogan ripetuti fino all’ipnosi, di frasi costruite non per dire qualcosa ma per
scatenare reazioni emotive (pro o contro non importa) e disattivare
intelligenza, senso critico, capacità di reagire con efficacia. Tutto ciò ha reso
ancora più urgente il compito di difendere uno spazio pubblico fondato
sull’onestà comunicativa e sulla responsabilità semantica. Ovvero su un
insieme meditato di efficaci e democratiche parole precise (da cui il titolo) in
grado anche di proporre (a noi lettori e ai partecipanti di qualsiasi dimensione
collettiva) un manuale etico di lingua, scrittura e autodifesa civile (da cui il
sottotitolo). Dare il nome giusto alle cose può essere un gesto rivoluzionario.
Il grande intellettuale e karateka Gianrico Carofiglio (Bari, 1961), prima
magistrato poi senatore infine esclusivo scrittore e divulgatore, da ormai venti
anni è forse divenuto l’autore italiano più seguito e apprezzato (romanzi,
racconti e saggi di vari generi). Qui fa tesoro di tutte le proprie autorevoli
esperienze d’uso delle parole per insegnarci molto, con semplicità e acume,
anche rispetto all’attualità. Il testo riprende un breviario pubblicato dieci anni
fa: alcuni capitoli sono rimasti molto simili, altri sono stati riformulati in gran
parte, altri ancora sono del tutto nuovi. I capitoli sono diventati tredici (erano
undici); le parti sono rimaste due, ma la prima s’intitola adesso “politica e
verità”; inizia ancora col potere delle metafore (il contemporaneo discorso
politico “ricco di immagini e piuttosto povero di idee”) ma le esemplificazioni
sono soprattutto riferite a dirigenti di governo e di partito degli ultimi anni,
italiani e internazionali. Gli interi capitoli terzo e quarto sono dedicati agli “stati
alterati di democrazia” e alla necessità di “smontare trappole”, ovvero a come
valutare il presidente statunitense in carica. L’unico vero antidoto alla
semplificazione violenta dei populismi è la complessità accessibile e strategica.
La vera sfida è non imitare la comunicazione manipolatoria, non accettare i
suoi ritmi e le sue movenze, non inseguire. Cambiare gioco. L’autore offre
alcune regole teoriche e proprio diffusi consigli pratici, deliberatamente non
sistematici: per un ascoltatore e un lettore, o comunque per un interlocutore
consapevole, capire è un diritto e come tale va rivendicato. Lo verifichiamo
esaminando testi, citazioni specifiche, esempi concreti e suggerimenti sapienti
(una frase significativa in esergo a ogni capitolo), in modo di riuscire più
spesso a dirci e a “dire la verità”, lasciando ovviamente all’epilogo gli spunti su
cosa sia la verità, per concludere con aggiornate note e selettivi
approfondimenti bibliografici (nel testo 2025 non vi è più l’indice dei nomi,
presente nel 2015). L’obiettivo è diventare un buon comunicatore, non
un’efficace manipolatore. L’interessantissimo testo si collega così ai precedenti
recenti due volumi sulla gentilezza e il coraggio e sulla manomissione delle
parole, come terzo momento di una riflessione dedicata alla politica e (più in
generale) ai doveri civili intesi come metodo critico, come esercizio di rigore e
immaginazione, come pratica. In copertina, una bella illustrazione di Francesco
Carofiglio.
***
Il codice dei Wooster
P. G. Wodehouse
Romanzo
Traduzione e cura di Beatrice Masini
Nota introduttiva di Jonathan Coe (“Il Mozart della scrittura comica”, 2025)
Sellerio Palermo
2025 (1° ed. The code of the Woosters, 1938, varie edizioni e traduzioni italiane, la
prima già nel 1939 di Alberto Tedeschi, Mondadori)
Pag. 385 euro 16
Quasi un secolo fa. Londra e dintorni. Il romanzo “Il codice dei Wooster” è
l’ennesima perla del prolifico scrittore Pelham Grenville Wodehouse (Guildford, 15
ottobre 1881 – New York, 14 febbraio 1975), terzo romanzo della celeberrima serie,
narrata in prima al presente dal ricco e vanitoso Bertram Wilberforce Bertie
Wooster, sempre ben assistito dal mitico ingegnoso impareggiabile consigliere
valletto tuttofare, Jeeves. Tutto inizia con un nebbioso risveglio di Bertie dopo una
festa di addio al celibato: un telegramma dell’amico promesso sposo (allevatore di
tritoni) lo getta nel panico, vuole rompere la relazione, ma la promessa sposa è
Madeleine, sua attraente ex della quale non vuole più sapere. Che fare, visto che
risuona il codice etico familiare (per cui “Mai piantare in asso un amico”)? Fortuna
che esiste Jeeves! Battute continue e colpi di scena, zia Dahlia che vuole una lattiera
a forma di mucca, rischi di arresto e nascondigli nel bagno turco, magnifico humour
britannico.
***
L’Africa che dicono misteriosa
Georges Simenon
Traduzione di Francesca Scala e Maria Laura Vanorio
Nota finale di Ena Marchi
Adelphi Milano
2025 (formato tascabile)
Pag. 221 euro 16 (con album di 41 foto dell’autore)
Africa coloniale francese, quasi un secolo fa. Il grandissimo Georges Simenon
(Liegi, 1903 – Losanna, 1989) era di origine bretone, belga di nascita, francese
d’adozione; ebbe varie mogli, quattro figli, diecimila donne (secondo i propri stessi
vaghi ricordi), duecento pipe. Dopo aver scritto senza spostarsi un romanzo
“artificiale” sulla regione delle Cateratte (Ottentotti e Pigmei, fiori e animali
compresi), decide di andare laggiù davvero, 29enne. Compra un casco e s’imbarca
con la moglie Tigy a Marsiglia, sbarca a Il Cairo, raggiunge Assuan e prosegue verso
sud e poi verso ovest con aerei malandati. Dopo molti giorni riparte col piroscafo da
Matadi (Congo) e fa ancora qualche scalo sul continente “nero”, talora divertito o
disgustato. Vi scrive sopra gli immancabili interessanti pezzi solo una volta rientrato.
Ecco qui appunto raccolti i relativi articoli: “L’Africa che dicono misteriosa”:
raccoglie tre articoli usciti nel 1932 e nel 1933 su “Police et Reportage” e su “Voilà”.
***

