La vita delle api ha interessato e ispirato molti filosofi dall’antichità ai nostri
giorni.
Da Aristotele, che, nella “Politica” definisce le api “animali politici”,
inserendole nella stessa categoria degli esseri umani per la loro capacità di
collaborare tra loro per raggiungere un obiettivo comune, a Seneca, a
Sant’Ambrogio che paragona la Chiesa a un alveare, a Francesco Bacone in età
moderna che nella sua opera principale “il Novum Organum”, utilizza le api per
descrivere il metodo scientifico ideale. Bacone infatti, divide i filosofi in 3
categorie: gli empirici (paragonati alle formiche, che accumulano solo i dati), i
teorici ( pargonati ai ragni, che traggono la tela da se stessi), e infine gli
scienziati della natura, paragonati alle api, che raccolgono la materia prima dai
fiori (esperienza), ma poi la trasformano e la digeriscono grazie a una loro
propria capacità (la ragione). Nell’ottecento Karl Marx nel primo libro del
“Capitale”, pur riconoscendo la differenza tra lavoro umano e lavoro animale,
considera l’ape più abile degli architetti umani e nel ‘900 Rudolf Steiner,
fondatore dell’antroposofia, considera l’alveare un modello sociale per il futuro
dell’umanità. E potremmo indicare molti altri esempi.
Dunque, la metafora dell’alveare ha attraversato l’intera storia del pensiero
occidentale e viene utilizzata da filosofi e scrittori politici per rappresentare lo
Stato ideale, la società perfettamente organizzata, la sottomissione all’ordine,
la divisione del lavoro e la collaborazione comunitaria verso la realizzazione di
un obiettivo.


Noi pero’ abbiamo scelto di soffermarci su un personaggio curioso che va
controcorrente, Bernard de Mandeville (1670 – 1733)
, filosofo, medico e
scrittore satirico, nato in Olanda nella seconda metà del 1600, ma vissuto
prevalentemente a Londra, in Inghilterra, fino alla morte. E’ considerato una
figura chiave del libertinismo filosofico del Settecento per il suo rifiuto radicale
delle morali religiose tradizionali, per la sua visione materialistica dell’uomo,
per il suo individualismo e per la sua provocatoria e unilaterale difesa delle
passioni umane, anche le più degradanti, tanto che i suoi contemporanei lo
considerano un sovvertitore dell’ordine e storipiano il suo nome in “Man-
Devil” (uomo-diavolo).
E’ l’autore di un poemetto satirico di circa 400 versi, che pubblica in una prima
versione nel 1705 e nella sua versione definitiva nel 1714, col titolo La favola
delle api
, e con un sottotitolo significativo: Vizi privati e pubbliche virtù,
un’espressione utilizzata poi correntemente ancora oggi, inventata proprio da
Mandeville.
Egli sceglie l’alveare come esempio, dato che la società delle api è il simbolo
tradizionale della cooperazione operosa e dell’ordine sociale. Si tratta dunque
di un simbolo perfetto per essere ribaltato in forma satirica e cinica, per
dimostrare una tesi economica e filosofica provocatoria: la prosperità collettiva
di una grande società moderna non nasce dalla virtu’ morale, ma dal
perseguimento dell’interesse personale e dai vizi individuali.
Lo scenario da cui parte la riflessione di Mandeville è l’Inghilterra tra il XVII e
XVIII secolo, una potenza commerciale in rapidissima espansione, che precorre
l’epoca capitalistica del mercato, ma che è segnata da profonde lacerazioni e
da una serie di contraddizioni, ne segnalo alcune:
la contraddizione tra prosperità economica e morale, dato che l’economia
nazionale prospera grazie alla diffusione di desideri considerati immorali come
l’orgoglio, l’invidia, la vanità e la ricerca del lusso;
le contraddizioni sociali e lo sfruttamento delle classi lavoratrici, segnato a sua
volta dallo sfruttamento minorile e dall’analfabetismo di una massa di poveri
sottopagati, sicché, mentre i mercanti e l’aristocrazia accumulano capitali
immensi, nei bassifondi di Londra si vive in condizioni igieniche e sociali
disastrose;
le contraddizioni politiche e istituzionali, con la lotta politica tra i Whigs (legati
alla finanza e al commerico) e i Tories (legati alla proprietà terriera), con la
corruzione elettorale e il cinismo del governo che utilizza la moralità come
strumento di controllo sociale per mantenere l’ordine, mentre coltiva la
corruzione e l’avidità al suo interno;
e infine la speculazione finanziaria, l’illusione della ricchezza (la bolla della
South Sea Company, culminata nel crollo catastrofico del 1720) e le scommesse
azionarie basate sull’avidità collettiva.
Questo è il contesto nel quale Mandeville scrive il suo poemetto satirico La
favola della api, che cerchero’ di raccontare qui brevemente.

In un alveare apparentemente felice vive uno sciame di api organizzato in una
società ordinata e regolata da leggi
, simile a quella degli uomini. Ma, non vi è
né tirannia né democrazia (che genera disordini): milioni di api lavorano a
produrre tutto cio’ che serve alla prosperità, di cui pero’ gode solo una piccola
parte dell’alveare, dato che il sistema presenta molte disparità sociali tra chi,
possedendo capitali, fa molti profitti e chi si guadagna il pane facendo mestieri
faticosi e sottopagati. Poi, ci sono i cosiddetti parassiti, che, non avendo capitali
da investire, ed essendo senza arte né parte, vivono nel lusso sfruttando gli
ingenui lavoratori; costoro sono i cavalieri d’industria, i giocatori, i mezzani i
ladri, falsari, i maghi e anche i preti. Le api, per difendersi da questi malfattori
cadono nelle mani di altri furfanti come gli avvocati, che, per impiguire il loro
onorario fanno in modo che le controversie non finiscano mai, invocando vari
cavilli e mandando in rovina i poveri clienti desiderosi di giustizia. Alla categoria
dei furfanti appartengono anche i medici, con una competenza scientifica
alquanto scarsa, i farmacisti e i preti, i quali vengono pagati per attirare la
benedizione di Giove sull’alveare e vivono nel lusso e nei vizi.
I soldati disertori, poi vengono trattati meglio di coloro che si sono sacrificati
per obbedienza militare, dato che quest’ultimi, avendo subito mutilizioni
durante i combattimenti, vengono messi da parte come inabili. I ministri del re
fanno i loro comodi, sono corrotti e corruttori, richiedono ingenti emolumenti e
esercitano varie malvessazioni sulle api, approfittando delle loro prerogative e
del loro potere.
Nell’alveare, la giustizia, anziché essere bendata, vede bene l’oro che la
corrompe e colpisce solo le api più povere e indifese, mentre la sua bilancia
pende dalla parte dei più forti, ricchi e potenti.


Una descrizione inquietante, potremmo dire, anche se non ci stupisce, perché
affiorano varie analogie
con la nostra attualità. Ma a questo punto del racconto
arriva la tesi centrale del pensiero di Mandeville: malgrado i vizi presenti in ogni
ceto, la nazione delle api gode di una felice prosperità, adulata in pace e
temuta in guerra, stimata presso gli stranieri, ha in mano l’equilibrio di tutti gli
altri alveari. In altri termini, “i vizi dei privati contribuivano alla felicità
pubblica…Le furberie dello stato conservavano la totalità, per quanto ogni
cittadino se ne lamentasse…cosi’ i membri di quella società, seguendo delle
strade assolutamente contrarie, si aiutavano quasi loro malgrado”.
Il popolo delle api pero’ non si rende conto di vivere nel migliore dei mondi
possibili e comincia a lagnarsi delle ingiustizie. Mercurio, Dio dei ladroni, ride
della sua ingenuità, mentre Giove, adirato e stufo delle sue lamentele, decide
di accontentare le api, diffondendo l’onestà e la giustizia per tutto l’alveare.
Avviene dunque una rivoluzione, la rivoluzione dei probi!
«Ma, per Dio, quale costernazione! Quale improvviso cambiamento! In meno di
un’ora il prezzo delle derrate diminuì ovunque… Da questo momento il
tribunale fu spopolato. I debitori saldavano di propria iniziativa i loro debiti…
Nessuno poteva più accumulare ricchezze. La virtù e l’onestà regnavano
nell’alveare.»
E cosi’ queste virtù provocano l’inutilità di molte professioni:
gli avvocati si ritirano dalla professione, i carcerieri e i fabbri, addetti alle
catene e alle serrature, rimangono senza lavoro. La dea della giustizia, divenuta
rigida e inflessibile, se ne va a dimorare sulle nuvole allontanandosi dalle
miserie umane, seguita dal fedele boia con i suoi strumenti, l’ascia e la corda.
Nell’alveare rimangono solo i medici veramente abili nella loro professione che
sentono come loro dovere di curare i malati, servendosi solo delle medicine che
la bontà degli dei dà agli uomini attraverso la natura. Dei preti rimangono solo i
pochi che credono nella loro missione. Alla religione ora basta la cura
del pontefice, che bada solo agli affari dell’anima, lasciando allo stato le
questioni politiche. I ministri diminuiscono drasticamente di numero poiché
una sola persona puo’ coprire le funzioni che prima, per molti, erano solo
occasioni di malvessazioni. Niente più eserciti per incutere rispetto agli stati
stranieri: si sarebbe combattuto solo per difendersi.
Ma tutto questo segna la fine dell’alveare.


Le api senza lavoro cominciano ad abbandonare l’alveare, che viene attaccato
dai nemici.
Le api soldato combattono valorosamente e vincono, ma a caro
prezzo, con la morte di parecchie migliaia di loro. Quelle rimaste, sfiancate dal
duro ma onesto lavoro e dalla guerra, non volendo più vivere in un alveare
dove rischia di rinascere il lusso e l’ingiustizia, se ne vanno ad abitare nel cavo
di un albero «dove a loro non resta altro, della loro antica felicità, che la
contentatura dell’onestà.»
La triste sorte dell’alveare dunque insegna una volta per tutte che:
«Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria
per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una
nazione celebre e gloriosa.»
Ma è veramente cosi’?
La favola di Mandeville suscita una reazione enorme in tutti gli ambienti
dell’epoca; la sua tesi viene gudicata immorale e impraticabile. Tuttavia questa
tesi influenza coloro che cominciano a ragionare sull’avvento del sistema
capitalistico, della necessità dei profitti e dell’economia del mercato. Uno per
tutti Adam Smith, noto filosofo ed economista, che, pur criticando Mandeville,
da lui trae ispirazione per la sua teoria della “mano invisibile”, secondo la quale
in un libero mercato, le persone, agendo per il loro interesse personale ed
egoistico, finiscono per portare, senza volerlo, benefici e benessere all’intera
società, dato che il mercato si regola da solo tramite la domanda e l’offerta,
senza bisogno che lo Stato controlli le sue specifiche azioni. Sappiamo bene,
tuttavia che questa teoria ha mostrato forti limiti e che il liberismo estremo nel
quale siamo oggi precipitati, porta davvero pochi vantaggi alle società.
E allora sorgono spontanee alcune domande:
– E’ vero che per far funzionare una società dobbiamo accettare i vizi
privati e la corruzione dei pochi, i loro capricci e le loro azioni criminali?
– E’ vero che i ricchi corrotti e bulimici del potere creano ricchezza e
benessere per tutti?
– E se questo sistema dovesse crollare, davvero saremmo perduti, non
esistono alternative?
– E se il mondo, essendo una realtà duale, non potesse escludere né vizi né
virtù e avesse bisogno di una politica saggia e meno scellerata?
Molti dunque gli interrogativi e le riflessioni che il “libertino” Mandeville suscita
in noi contemporanei.


Tuttavia non possiamo fare a meno di notare che esistono sorprendenti
analogie tra la favola di Mandeville e l’attuale capitalismo tecnologico e
digitale.
Tali analogie si rivelano straordinariamente profonde.
Il meccanismo identificato da Mandeville – la trasformazione degli impulsi
egoistici e dei “vizi” individuali in motori di ricchezza e innovazione collettiva –
trova oggi la sua massima espressione nell’economia dei dati, dei social media e
delle grandi piattaforme (Big Tech).
Uno di questi meccanismi è la monetizzazione dell’Invidia e della Vanità
nell’economia dei Social Media.
Per Mandeville l’invidia e l’orgoglio muovono l’economia del lusso
Oggi, piattaforme come Instagram e TikTok prosperano precisamente sulla
mercificazione di questi due sentimenti.
Il bisogno egocentrico di approvazione, la vanità dei “like” e l’invidia per lo stile
di vita altrui, rappresentano il motore per il beneficio pubblico (economico). Si
crea cosi’ un circuito emotivo che alimenta la cosiddetta Creator Economy.
Questa genera miliardi di dollari in pubblicità, sostiene il mercato degli
smartphone e dell’e-commerce, creando milioni di posti di lavoro.

Un altro meccanismo è la cosiddetta gamification , volta a creare la dipendenza
dagli algoritmi.

Nel Settecento, Mandeville includeva il gioco d’azzardo e l’incontinenza tra i vizi
utili a far circolare il denaro.
Il capitalismo tecnologico ha istituzionalizzato questi impulsi attraverso la
gamification, che utilizza elementi e meccaniche tipiche dei giochi in contesti
che non sono di gioco, con lo scopo di coinvolgere gli utenti e motivarli a
raggiungere determinati obiettivi. Sfrutta dinamiche psicologiche legate alla
sfida, alla competizione e alla ricompensa. Pensate per esempio ai cosiddetti
Programmi fedeltà (come la raccolta punti dei supermercati o delle compagnie
aeree). Il meccanismo è semplice: si raccolgono i punti, ma poi per avere i
cosiddetti premi, messi a disposizione da aziende famose, bisogna pagarli di
fatto, perché i punti non bastano a entrare in possesso dell’oggetto.
Il vizio che muove questo meccanismo è la ricerca compulsiva di gratificazione
istantanea. Mentre l’uso compulsivo dei video pubblicitari, di quelli dedicati alla
salute, o alle ricette da cucina, ecc. con la richiesta di like, creano dipendenza
dallo schermo; senza contare la dipendenza dai videogiochi che dalla prima
infanzia ormai nutrono il cervello di noi umani.
Qual’è il beneficio pubblico di questo meccanismo?
Gli utenti cedono gratuitamente il proprio tempo e i propri dati personali, che
sono diventati il “petrolio” del XXI secolo
, permettendo lo sviluppo di
intelligenze artificiali avanzatissime e l’arricchimento delle aziende a più alta
capitalizzazione del mondo.
Ma dall’alveare descritto da Mandeville si ricava un’altra analogia: la
frammentazione estrema della divisione del lavoro. L’alveare funziona per una
fitta rete di api operaie iperspecializzate, senza le quali la produzione del miele
non puo’ essere garantita.
Il capitalismo digitale ha spinto questo concetto all’estremo con la cosiddetta
Gig Economy e il lavoro algoritmico. Con questo modello economico, basato sul
lavoro occasionale, temporaneo e a chiamata, mal pagato e gestito tramite
piattaforme digitali e varie applicazioni dette “app”, si è raggiunta la massima
frammentarietà lavorativa, con un minimo di vantaggi ( flessibilità e possibilità
di gestire il tempo di lavoro in autonomia) e il massimo di criticità, dato che
questi lavoratori mancano di tutela e risentono di mancanza di garanzie tipiche
del lavoro dipendente come ferie, malattia o salari minimi stabili.

Si pensi per esempio ai rider di Deliveroo, ai driver di Uber o ai lavoratori della
moderazione dei contenuti che etichettano dati per le IA nei paesi in via di
sviluppo. Ognuno compie una frazione minima e standardizzata di un compito
gestito da un algoritmo centralizzato, replicando la formidabile ma cieca
efficienza dell’alveare.
Infine si segnala il meccanismo del consumismo dell’obsolescenza
programmata
Mandeville sostiene che se i beni durassero per sempre, l’economia
collasserebbe; la distruzione e il consumo rapido creano lavoro, produzione e
profitti. Il capitalismo tecnologico si regge esattamente su questo paradosso
attraverso l’obsolescenza (tecnica o psicologica) dei dispositivi.
In genere, uno smartphone perfettamente funzionante viene sostituito ogni
due anni solo per avere l’ultimo modello. Questo, in termini mandevilliani, è un
“vizio” (spreco e vanità) che però tiene in piedi intere catene di
approvvigionamento globali, dalla Silicon Valley alle fabbriche manifatturiere
asiatiche.
Ma non possiamo tacere di un’illusione ormai diffusa: la cosiddetta “eticità” del
sistema voluta da alcune multinazionali tecnologiche che arriva fino
all’invenzione, a mio avviso anch’essa illusoria, dell’”algoretica”, che sarebbe
“l’etica dell’algoritmo” e dovrebbe includere l’etica della responsabilità.
Il momento più drammatico della Favola delle api si verifica quando l’alveare,
colto da un sussulto di moralismo ipocrita, chiede e ottiene la virtù assoluta,
finendo per collassare economicamente.
Oggi assistiamo alla promozione di campagne etiche e sostenibili promosse da
alcune multinazionali tecnologiche, che pero’ finiscono per nutrire ancora una
volta il sistema. Tuttavia, è evidente che la struttura profonda del sistema non
può permettersi una reale “decrescita felice” o una rinuncia al profitto: se la
società smettesse improvvisamente di consumare tecnologia e dati in modo
bulimico, l’intero sistema finanziario globale crollerebbe, esattamente come
l’alveare di Mandeville.
E allora? Quali possibilità abbiamo di mantenere vivo l’alveare, senza cadere
nei meccanismi distruttivi dei vizi privati e cercando di salvare le pubbliche
virtù?
Maria Donzelli


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