Omicidi Srl
Alessandro Robecchi
Noir
Sellerio Palermo
2026
Pag. 382 euro 17

Milano. Ormai primavera. Non sappiamo come si chiamano quei due, il nome
dei documenti e l’aspetto si adattano di continuo alle situazioni, fanno i killer
professionisti per chi paga. Li conosciamo come il Biondo e L’uomo con la
cravatta, effettivamente abbastanza diversi. Il primo è sotto i quaranta e non è
sposato, ha delle fidanzate tattiche e intercambiabili che non fanno domande
(da tre volte c’è un certo affezionamento per una splendida sex worker); ha il
sangue freddo di un cobra, usa il coltello da marine e possiede una mira
micidiale, può staccarti il lobo di un orecchio da 150 metri. Il secondo è meno
giovane e ha studiato economia; lui usa due Glock ed è sposato con Marta, che
crede sia un venditore di strumenti meccanici di precisione, quello che le
aziende chiamano all’improvviso per guasti e problemi da risolvere; questa
volta però lei si fa i capelli biondi corti e s’insospettisce, una sera addirittura lo
segue di nascosto; hanno un figlio 17enne, l’adolescente Mattia. Il penultimo
contratto era stato una manna dal cielo, a sorpresa ne era uscito un extra
incredibile, roba di milioni. Il loro primo comandamento riguarda la sicurezza e,
certo, potrebbero pure smettere. Ora comunque hanno appena ucciso la
vittima contro cui erano stati indirizzati, il “suicidio” dell’ingegner Gradani
imprenditore 71enne, sollecitati dal figlio maggiore, incarico facile
all’apparenza; ricevono il saldo, centocinquantamila euro prima, altri
duecentomila dopo; purtroppo le trasmissioni trash di prima serata indagano
su presunte incongruenze. Tramite il loro sistema ordinario (pagina Necrologi
del Corsera) l’anziano gallerista e collezionista d’arte Antonio Tossini De Collier
chiede di far scomparire il nipote Gianguido prima che compia 21 anni
(rilevante negli Usa); vale un milione di euro ma sembra complicato; finiscono
per coinvolgere la solitaria collega killer già sperimentata, lei di ritorno dai
monti dell’Alto Adige, da dove ha fatto cadere un professore esperto di fauna
delle Dolomiti. Cenano insieme e collaborano per qualche mese, ma il caso
Gradani si riapre in tv e l’ottimo ragazzo sembra difficile da eliminare.
Il giornalista (spesso argutamente radicale e satirico), autore televisivo (con
Crozza dal 2007) e affermato scrittore Alessandro Robecchi (Milano, 1960)
dedica una consecutiva godibile esclusiva opera ai killer già comparsi nella
precedente (e nel primo romanzo della serie Monterossi nel 2014), oltre che in
alcuni racconti. In esergo Walter Matthau, la battuta da film: “L’omicidio è
facile. È il parcheggio che è difficile” (da cui il titolo). I due hanno chiamato la
loro ditta Snap srl, eseguono omicidi dal 2013, ripensano spesso ai casi del
passato, come esempio e monito. La narrazione è in terza persona al presente,
allegramente tragicamente “noir”, fissa su loro o sulla terza collega: quando
sono insieme, quando lavorano separati, quando fanno le loro altre vite;
coperti da fantasiosi travestimenti o scoperti nei continui dialoghi fra loro, acuti
e scarni; nessuno dei tre è “ignorante”, piuttosto competenti artigiani di alta
qualità con specifiche passioni artistiche e sociali; trentaquattro palpitanti
imprevedibili capitoli, niente prologo o epilogo o ulteriori titoletti. Milano è il
cuore, zone e quartieri meditati; girano molto, comunque, soprattutto verso i
laghi lombardi o la costa ligure. Come nella lunga serie Monterossi, emergono i
pervasivi eccessi dei programmi televisivi serali che si occupano di delitti:
intervistano testimoni, inventano moventi, scovano nuove fantasiose piste per i
misteri rimasti insoluti, scavano nel torbido di ciascuno, danno suggerimenti
agli inquirenti, chiedono a gran voce di riaprire casi. Fra di loro ovviamente si
richiama pure il più sentimentale Crazy Love (inventato da Monterossi e ancora
gestito da Flora D Pisis). Spesso whisky, ma pure Pigato a Genova. Molto jazz
appassiona soprattutto la killer: affaticata in hotel s’immerge nella schiuma e
sceglie il Köln Concert di Keith Jarrett; poi si regala un live di Ornette
Coleman; per il successivo agosto cerca festival jazz; ma pure Il Biondo
riconosce subito dall’amica le note della colonna sonora di Miles Davis.
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Una lingua per cantare. Gli scrittori italiani e la musica leggera
Giulio Carlo Pantalei
Filologia italiana
Einaudi Torino
Pag. 310 euro 24
2025
Italia. 1950 – 1980, circa. Pasolini, Calvino, Caproni, Fortini, Roversi, Flaiano,
Parise, Arbasino, Moravia, alcuni dei massimi autori (di romanzi e liriche) del
secondo Novecento italiano hanno realizzato anche versi pensati per la musica,
contribuendo in modo decisivo alla nascita del cantautorato e della canzone
impegnata nel nostro paese. Ciascuno di loro si poneva la questione storica,
ideologica e artistica della parola cantata, emanando poi una potente influenza
sulle nuove generazioni che negli anni seguenti erano quelle di De André,
Guccini, Dalla, Tenco, Endrigo, Marini, De Gregori, Margot, Gaber, Vanoni,
Jannacci, Battiato, Branduardi, Pietrangeli. Soprattutto dal dopoguerra fino
all’inizio della nuova stagione della televisione a colori (1975-77), sia in Francia
che in Italia (forse prima là che qui), sono esistite specifiche classi di artisti
aperte alla contaminazione fra i registri accanto a classi di operatori preparati
con competenze trasversali, prima della progressiva trasformazione
dell’industria culturale in industria dell’entertainment. Si può ormai disegnare il
ritratto di gruppo di una generazione di scrittori animati da una curiosità per le
altre forme d’arte, senza invasioni di campo oppure steccati rigidi, cercando
invece un uditorio più ampio per la letteratura. Cimentandosi con la scrittura
per musica, alcuni storici letterati (poeti o narratori) del secondo Novecento
hanno dimostrato di poter essere a tutti gli effetti “parolieri”, di poter così
sperimentare a modo loro contenuti politici di sinistra e novità pertinenti di
forme letterarie, conferendo un ulteriore strato di profondità alla colonna
sonora di una stagione irripetibile, forse irrecuperabile, che continua però a
parlarci in quella presente e viva.
Il giovane italianista e scrittore, musicista e cantautore Giulio Carlo Pantalei
(Roma, 1990), con un’accurata ricerca anche d’archivio e competenze
musicologiche, mette a fuoco il nesso spesso sottovalutato fra letteratura
“pesante” e musica “leggera” nei primi decenni dell’Italia repubblicana. La
narrazione, ricca di particolari e aneddoti, è scandita da otto capitoli, incentrati
sui singoli scrittori (anche) di versi per canzoni, sulle motivazioni e sulle
dinamiche delle singole opere, sugli influssi immediati e di lungo periodo.
S’inizia con il grande poeta “partigiano e seminale” Giorgio Caproni (Livorno, 7
gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990), coinvolto in vario modo con il
Festival di Sanremo dal 1955, sottolineando che lo chansonnier Jacques
Prévert era l’interlocutore privilegiato di quella generazione. Si prosegue con gli
anni di Torino (1958-60) contrassegnati dal fermento culturale intorno al
gruppo dei Cantacronache e ai circoli intellettuali della città: letteratura,
musica, politica, arti visive. Poi il terzo capitolo e il quarto capitolo sono
dedicati a due dei torinesi più attivi e “nazionali”, al potere evocativo, eversivo
quasi, della parola cantata, sollecitato da Italo Calvino (Santiago de Las Vegas
de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985) e Franco Fortini
Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994). Negli anni
successivi ci spostiamo a Roma (1960-63), il momento di passaggio sarebbe
già giunto al Teatro dei Satiri il 23 maggio 1958 dove arriva il Neorealismo in
formato canzone guidato da Calvino; in prima fila Moravia, Bassani, Flaiano,
Silone e, soprattutto, Pasolini accanto all’effervescente amica Laura Betti, che
allestirà dal gennaio 1960 una vera e propria tournée con grande riscontro di
critica e di pubblico. I capitoli sesto e settimo (il più lungo) sono dedicati ai
“romani”, dopo il fondamentale Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 –
Ostia, 2 novembre 1975) sono trattati insieme Alberto Moravia, Goffredo
Parise, Ennio Flaiano e Alberto Arbasino. L’ottavo e ultimo capitolo riguarda gli
anni di Bologna (1973-75) e Roberto Roversi. Oltre quaranta pagine di
minuziose note bibliografiche e una ricca bibliografia (senza indice dei nomi)
concludono la pregevole opera.
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Le specie Lazzaro Storie di estinzioni e riscoperte
Nicola Anaclerio
Scienza
Prefazione di Marco Di Domenico
Dedalo Bari
Pag. 142 euro 16,50
2026
Pianeta biodiverso. Tempi diacronici. L’effetto Lazzaro riguarda quelle specie
dei vari regni che ritenevamo estinte e che inaspettatamente rispuntano fuori
in periodi successivi, lasciandoci di sasso. Magari hanno continuato a vivere in
ambienti quasi inesplorati o che conosciamo poco (come gli abissi marini),
oppure sono costituite da pochissimi individui sopravvissuti in habitat remoti
oppure l’estinzione era solo supposta in base a errori di classificazione. Grazie
alla tenacia di alcuni biologi e naturalisti vi è stata una “riscoperta” e vanno via
via aggiornate l’evoluzione e la geografia delle vite sulla Terra. L’esempio più
noto e clamoroso è quello del celacanto, la Latimera chalumnae, un pesce di
cui conoscevamo solo i reperti fossili (risalenti e 350 – 80 milioni di anni fa) e
che si riteneva, quindi, estinto nel Cretaceo (all’epoca dei dinosauri, per capirsi
meglio). Fu, invece, pescato casualmente al largo delle coste del Sudafrica (nei
pressi di East London) alla fine del 1938, la scoperta zoologica del secolo di
una creatura “giurassica”; per poi essere riavvistato a fine 1952 presso le isole
Comore nel bacino oceanico Indiano occidentale e, successivamente, ancora lì
e altrove; addirittura filmato nel suo habitat naturale da una squadra di
National Geographic. Le forme attuali sono differenti da quelle fossili: corpo
massiccio e robusto, coperto di squame dure; pinne lobate, uniche per la loro
struttura simile a un arto; lunghezza anche di poco meno di due metri e peso
fino a novanta chili; acque profonde e vita notturna per nutrirsi; ovoviviparo,
raggiunge talora oltre i sessant’anni di età. Oggi non sappiamo bene quanti
celacanti sopravvivano nei mari, si ipotizza che siano tra cinquecento e mille
esemplari, resta un animale raro e prezioso: la IUCN (Unione Internazionale
per la Conservazione della Natura) lo ha inserito nella lista rossa delle specie in
pericolo critico. Non è l’unica specie Lazzaro (da cui il titolo).
Il naturalista Nicola Anaclerio, cresciuto a Bari e docente in Toscana, è un
esperto di piante carnivore e da quasi un decennio scrive spesso per la
divulgazione scientifica, dedicando ora un sintetico volume allo “specifico”
argomento degli organismi ritenuti estinti e inaspettatamente riscoperti, che
contano oltre 300 casi solo circa negli ultimi 120 anni. La narrazione è distinta
in dieci capitoli, ognuno dedicato a una singola specie (con relativa scheda
d’identikit); prevalentemente ma non solo, perché l’autore coglie lo spunto per
trattare teorie o personalità della biologia evoluzionistica, per accennare ad
altre specie e segnalare notizie curiose connesse. Dopo il celacanto, il capitolo
secondo tratta l’animale mammifero Thylacinus cynocephalus, partendo però
da Alfred Russel Wallace e dalla “linea” di biogeografia cui fu dato il suo nome.
Il terzo di Wollemia nobilis, un albero dell’Australia sudorientale. Il quarto di
una delle piante carnivore di cui l’autore si era già occupato: Utricularia
albiflora. Il quinto di un grande insetto: Dryocecelus australis, oceano Pacifico
a sudest dell’Australia. Il sesto di Darwin e della tartaruga Chelonoidis
phantasticus, isole Galapagos. Il settimo di un grande mollusco predatore,
Architeuthis dux, a grandi profondità negli oceani di tutto il mondo. L’ottavo di
uno stridulo pappagallo, Pterodroma cahow, isole Bermuda. Il nono dei virus,
anche di quelli che si stanno “risvegliando” in seguito allo scioglimento del
permafrost: Pithovirus sibericum, Siberia, innocuo per la nostra specie. Il
decimo della biodiversità italiana, in particolare dell’albero sempreverde Abies
nebrodensis, Monti Nebrodi in Sicilia. Come si vede, quasi in ogni capitolo si fa
riferimento a isole, forse poteva essere un poco organicamente affrontata la
questione della specificità di quegli ecosistemi terrestri “isolati” (talora usati da
noi anche come carceri, isolamento detentivo, inflitto o scelto) e degli studi
comparati, pure raffinati e statistici, della biogeografia insulare.
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Un lungo cammino dall’inferno
Patricia Highsmith
Noir
Casagrande Bellinzona
2026 (A Long Walk from Hell. A story out of the Old Ticino, orig. 29 luglio 1988, Le
Nouvel Observateur, 1° edizione 1993)
Traduzione di Maurizia Balmelli (Locarno, 1970)
Postfazione di Daniele Cuffaro (Mendrisio, 1981)
Sette xilografie di Giovanni Bianconi (Minusio, 1891 – 1981)
Pag. 51 euro 14,50
Riato (Lodano), Vallemaggia (sponda destra, finisce nel Lago Maggiore), Ticino.
Anni Ottanta. Il 40enne Luigi Barta è un tipo robusto dal grosso naso, con la moglie
Maria hanno nove figli (uno morì piccolo), da generazioni produce vino (come il
resto degli abitanti del paese), bottiglie per sé e da regalare. Il parroco Don Nicola gli
dice d’improvviso che la striscia di terra (3 metri per 50) lungo il margine superiore è
proprietà ecclesiastica. Nasce un problema delicato. Come noto, la misantropa
eccentrica Mary Patricia Plangman ( Fort Worth Texas, 19 gennaio 1921 – Aurigeno ,
4 febbraio 1995 ), molto ben conosciuta come Patricia Highsmith, una delle più
straordinarie scrittrici del Novecento, visse gli ultimi decenni con amati gatti nella
Svizzera italiana, primi approcci e soggiorni nell’estate 1975, trasferimento dalla
Francia a fine 1980. “Un lungo cammino dall’inferno” costituisce l’unico racconto
ambientato in Ticino, scritto su impulso del più importante settimanale francese.
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Confini e conflitti. Dall’Impero romano all’Ucraina
Fabrizio Noli
Geopolitica storica
Vallecchi Firenze
2025
Pag. 354 euro 20
Stanzialità umana. Da millenni. I conflitti fra individui e gruppi della nostra specie
c’erano anche prima; da quando lentamente e contraddittoriamente ci si è stanziati su
un territorio ci siamo divisi e abbiamo litigato di più per il superamento di quelle
linee (da dentro o da fuori), a volte immaginarie, a volte no. L’esperto giornalista
Fabrizio Noli (Roma, 1965) in “Confini e conflitti” scandaglia in profondità i
principali esempi di confini come fonti di tensioni, iniziando dal Limes Renano fra 9
e 407 dopo Cristo. I capitoli sono 17, spesso accompagnati da commenti di esperti.
Largo spazio a vari casi storici fino al Muro di Berlino e alla ex-Jugoslavia, per poi
affrontare vicende ancora attuali, per quanto non sempre ora fumanti: Cipro, Irlanda,
Kaliningrad e, soprattutto, l’Ucraina, prima e dopo l’invasione russa. In appendice
cartine colorate di geografia politica per ciascun esempio. Conclusioni di Giacomo
Marramao, bibliografia essenziale, nessun indice di nomi o luoghi.

