L’empatia è politica. Regole sociali e biologia dei sentimenti
Samah Karaki
Traduzione di Chiara Bongiovanni e Magda Redaelli
Neuroscienze
Add Torino
Pag. 237 euro 18
2026 (orig. francese 2024)


Umani sapiens. Da decine di migliaia di anni. Empatia è una parola molto usata
soprattutto
negli alcuni decenni, tanto nelle sedi pubbliche quanto nelle
conversazioni private, negli scritti e sui social. Le ricerche sull’empatia
coinvolgono discipline sia filosofiche che psicologiche ed esiste un forte
disaccordo sulla relazione tra empatia e azione morale. Forse ne
sopravvalutiamo il ruolo (non solo morale). Forse non è una qualità umana
universale, né un ponte affettivo fra individui, culture e società. Forse si tratta
di una capacità dalle risorse limitate, certo distribuita in base al carico mentale
e fisico di ogni individuo, alle sue predisposizioni genetiche e alla prossimità
sociale, geografica, culturale e affettiva con l’altro. Hannah Arendt mostrò che
la nostra percezione del bene e del male si orienta in base a ciò che le
circostanze definiscono normale, banale, maggioritario e non problematico. Le
neuroscienze e la sociologia hanno confermato la parzialità dell’empatia: forme
primitive di empatia sono state osservate anche negli animali non umani; noi
esseri umani abbiamo certo sviluppato un sistema neuronale che permette di
provare empatia nei confronti di altre creature e, in particolare, favorisce un
legame intenso con i propri simili; siamo biologicamente predisposti a
identificarci di più con le esperienze dei nostri cari, dei nostri vicini e dei nostri
alleati; la selettività è conseguenza di un sistema di segregazione che ci
classifica in categorie su scala gerarchica; gli ambivalenti sentimenti empatici
sono condizionati nella loro esistenza o nella loro modalità di espressione dalle
contestuali condizioni politiche, sociali e culturali; l’empatia non è pienamente
adatta e affidabile a fungere da bussola morale.

La biologa e psicologa franco-libanese specializzata in neuroscienze Samah
Karaki (Dubai, 1984), è cresciuta e si è laureata a Beirut (originaria della
comunità degli sciiti libanesi), ha poi studiato e insegna in Francia, molto
impegnata per promuovere la giustizia sociale e ambientale. Qui “smonta”
qualche fraintendimento e una diffusa sopravvalutazione relativi all’empatia. Fa
continui esempi di attualità e riferisce di centinaia di studi scientifici (spesso di
neuroimaging). Il sistema dei media svolge un ruolo cruciale, viene data
un’evidenza molto diversa a notizie simili (simili per esempio come quantità di
morti e disagi) sulla base di molteplici “pesi” etnorazziali (prossimità,
comunanza, imprevedibilità), che di fatto colpiscono le minoranze etniche,
religiose e sessuali, a causa delle diverse forme di oppressione cui sono
sottoposte e dei processi di reificazione di cui sono oggetto. Dopo
l’introduzione (“L’empatia ha le sue ragioni che la ragione ignora”) scansiona la
narrazione attraverso paragrafi tematici inseriti in cinque lunghi documentati
capitoli: Una lunga e faticosa genealogia; Chi è l’Altro; Che cosa determina il
valore di una vita; Troppa empatia uccide l’empatia; Contro lo sguardo
empatico. L’autrice è consapevole che non esiste una definizione unica di
empatia e passa in rassegna alcuni elementi chiave che le vengono associati
(mimetismo, contagio emotivo, empatia cognitiva, preoccupazione empatica,
simpatia, compassione), suggerendo infine: “l’unione di un contagio emotivo
primitivo e automatico davanti all’emozione altrui, e di un’assunzione di
prospettiva lenta, deliberata e consapevole”; emozione e ragione agirebbero
insieme attivandosi rappresentazioni neuronali (come in uno specchio); il fatto
è, tuttavia, che entrambe sono costruite attraverso pregiudizi e stereotipi.
Occorre guardarli in faccia onestamente, Karaki espone con lucidità e
precisione chirurgica come l’empatia risulti un fenomeno selettivo, capriccioso
e parziale. Non possiamo fidarcene sul piano morale. Certo, forse può essere
“riparata”, non sembrerebbe dalle argomentazioni ma magari ne è possibile
una “pratica” che pone domande invece di imporre soluzioni, che si interessa al
dissenso più che cercare affinità, che si fa carico della storia dell’altro e che lo
incontra poi davvero a partire da una verità non propria ed esclusiva. Chissà.

***

Tutte le ragazze mentono
Piergiorgio Pulixi
Noir
Rizzoli Milano
2026
Pag. 190 euro 16

Saruxi, Ogliastra, Sardegna. Un dicembre recente. A quattro mesi dalla morte
dell’appena
17enne bionda Denise Foxi (le è finito addosso un treno), gli
investigatori e il magistrato decidono di archiviare il caso come suicidio,
indagine chiusa. “Stronzate” sussurra a sé stessa Melissa Sissy, la sorella
minore (solo un anno e mezzo di differenza) è convinta che sia stato, invece,
un omicidio. Non sa chi e come, ma pensa che la colpevole vada cercata tra
quelle bugiarde delle quattro migliori amiche di Deni: Emma, Sofia, Aurora,
Vera. La sorella era positiva e raggiante, fidanzata con l’atletico e patentato
Thomas, non aveva motivi per togliersi la vita. Sissy si sente una timida e
impacciata sedicenne, sospetta qualcosa e decide di investigare
riservatamente, scrivendo un diario, raccogliendo materiale, facendo
sopralluoghi e coinvolgendo la sua di migliore amica, Dafne, sorella minore di
Vera. Fra l’altro Loris, il bellissimo fidanzato biondo di Vera (di cui anche lei era
infantilmente innamorata), cinque mesi prima (un mese dopo la morte di
Denise) era volato nel vuoto giù da un dirupo sul Monte Pardu, il cadavere
trovato tra le canne e le sterpaglie sulla sponda del fiume. Le arriva a casa una
busta anonima, sul fronte il suo nome stampato al computer, all’interno la foto
recente a colori di Thomas ed Emma che si baciano con passione. Chissà se la
loro storia era iniziata quando ancora Denise era viva e perché lo fanno ora
sapere a lei? I suicidi tra gli adolescenti non sono certo una novità a Saruxi, in
sardo significa “la croce”, un paese condannato dal proprio stesso nome, il
disagio giovanile è grande, vi è un’incredibile frequenza di incidenti stradali
(che li coinvolgono), si cresce perlopiù sperando di andarsene presto da lì.
Sissy si sente seguita e controllata, affronta sospetti e crimini, scopre segreti,
drammi e alcune verità.

L’autore e sceneggiatore Piergiorgio Pulixi (Cagliari, 1982) si è affermato con
acume e coraggio come uno dei più bravi scrittori italiani sulla scena letteraria
europea. Dopo aver partecipato giovanissimo al Collettivo Sabot (animato da
Massimo Carlotto), dopo apprezzate prove hard-boiled, spy-story, giallo, noir e
thriller, speso ambientate a Milano e nella ricca Lombardia, è infine tornato con
efficacia nella natia mitica Sardegna e ha vinto il Premio Scerbanenco 2019 con
“L’isola delle anime”, proseguendo attraverso quella serie sarda (cagliaritana)
con le stesse solitarie protagoniste. Qui racconta il mondo (pure criminale) dei
ragazzi e delle ragazze, ricco di relazioni e menzogne (da cui il titolo) in un
azzeccato paesino dell’interno, zona industriale dimessa. La narrazione è in
prima al presente, tutto è filtrato dallo sguardo sensibile di un’adolescente
“strana”, fissata con i manga, il Giappone, i film horror e i videogiochi violenti.
Sissy è svuotata, privata della sorella “adulta”, solare e apparentemente
apprezzata in ogni ambito, destinata a grandi cose. I genitori sono proprio
disperati e non riescono a scuotersi dopo la terribile perdita. Ogni amica viene
valutata e giudicata per scoprire il possibile colpevole: Emma, occhi di un
azzurro glaciale; Vera slanciata e sinuosa, fisico peccaminoso; Sofia,
obbediente; Aurora, alta e curata, meno benestante, profilo su OnlyFans. Quel
che prevale non può che essere la dinamica relazionale e sociale, invidie
rivalità tradimenti. Servono prove da portare al comandante della caserma dei
carabinieri. La ragazza continua a riguardare l’immagine di gruppo, quella
scattata soltanto sette mesi prima al Ritual per il compleanno della felice
sorella; ora resteranno solo anniversari e ricordi. Per spezzare il silenzio ci
sono le playlist: Love Will Tear Us Apart, versione di Nerina Pallot; Cruel
Summer di Taylor Swift; Lonely is the Muse di Halsey; She di Harry Styles,
cose così.

***

La Niña de Oro
Pablo Maurette
Traduzione di Gina Maneri
Noir
Sellerio Palermo
Pag. 290 euro 15
2026

Buenos Aires. Luglio (inverno) 1999. Il 16 un adolescente innamorato incrocia
in autobus
un uomo sulla quarantina col nasino all’insù (ex pugile?), lo urta e
viene minacciato, scende impaurito, lo rivede entrare nel suo palazzo, s’infila in
un bar. Un paio di settimane dopo viene trovato un cadavere in quel palazzo
(ma ovviamente non emerge subito alcun collegamento): Aníbal Doliner,
quarantotto anni, solitario misantropo professore di biologia al Siglo de las
Lucas (istituto superiore privato), seduto a mani legate, segni di manesca
tortura (mandibola rotta, setto nasale spappolato), proiettile a bruciapelo in
fronte, ormai putrefatto. A indagare è la sostituta procuratrice Silvia Rey,
coadiuvata dal prudente scettico viceispettore Osvaldo Carrucci. Silvia da poco
più di un anno dopo il divorzio si è trasferita in un comodo piccolo
appartamento moderno e luminoso davanti al cimitero della Chacarita; fa ogni
mattina colazione col vedovo padre Francisco alla Niña de Oro, un bar nella
zona delle vecchie scuderie; sta per compiere 40 anni e aveva organizzato di
partire in vacanza; riesce a rinviare ferie e viaggio di qualche mese; si butta a
testa bassa sul nuovo oscuro caso. Fatica a emergere qualcosa di significativo:
Doliner viveva appartato e faceva ricerche su albini, ibridi e biologia evolutiva
(lui poco seguace di Darwin); un albino lo aveva davvero trovato ma risulta
introvabile; si tratta del giovane femmineo Adán Fernández Copito, nato a
Licópolis (provincia di La Rioja, ai piedi dei Nevados del Famatina). Poi a
novembre (estate) per caso legge una vecchia notizia sulla scomparsa di un
ragazzino albino, Nicolás Nico Gonzáles, sembra proprio lui. Forse gli albini
sono vittime designate, forse gli omicidi sono più d’uno, forse c’è un traffico di
esseri umani, forse c’entra qualche reprensibile poliziotto corrotto. Forse.

Il secondo romanzo tradotto del filosofo scrittore argentino Pablo Maurette
(Buones Aires, 1979) è un bel noir plurivalente, temi e crimini sono di natura
inquieta e diversa, la chimera è il movente, gli ingranaggi appaiono fofisticati e
paralleli, sia causali che casuali (e ben presto riappare l’uomo col nasino
all’insù). Il professore era dedito a discutibile teratologia, anomalie e
deformazioni corporee, lui sostanzialmente non malvagio dentro malvagie
vicende. Nella seconda di copertina si fa riferimento al soprannome dell’albino
Copito (bello e delicato “come un fiocco di nove”), chiamato Niña de Oro (nome
del bar dove si vedono padre e figlia e titolo del romanzo), fatto probabile di
cui risultano scarse tracce nel testo. Compaiono di continuo riferimenti a
stregonerie, talismani, giocolieri, magie nere, pozioni, amuleti, unguenti,
trifogli, non è detto che c’entrino con gli omicidi ma Silvia ne è certamente
frastornata e colpita. La narrazione è in terza varia al passato, lei è la
protagonista: legge P. D. James, s’accompagna raramente con maschi,
saggiamente diffida, testardamente va oltre i confini della metropoli e
s’ingegna fino a Capodanno (estate). Ha vari loop a casa e in autoradio, prima
Paloma, poi altro, le forniscono compagnia o ispirazione. Capisce qualcosa
quando incontra la prostituta nana Alcira Esmeralda Gachalá, nata pure a
Licópolis (paese di trecento abitanti), sinceramente affezionata all’albino (dieci
anni più vecchia). Nell’indagine si va spesso indietro nel tempo e lontano nello
spazio, pare sia tristemente diffusa la caccia ad albini o a pezzi del loro corpo,
pure in Africa. Si bevono sidro e birra, whisky e vino, dipende da interlocutori e
situazioni; utili le due bottiglie di Don Valentín Lacrado alla cena con l’amico
biologo dell’ex marito.

***

Schiava di Malaparte. Memorie di passione e sottomissione
Autobiografia
Arduino Sacco Editore
Note iniziali di Arduino Sacco, Enzo Giannelli, Davide Lajolo, Giancarlo Vigorelli
2026 (1° ed. Edicoop 1980)
Pag. 121 euro 12

Roma e Forte dei Marmi. 1947 – 1952. L’attrice italiana Bianca Maria Fabbri
(Milano, 1931
– Grosseto, 1994) fu per quasi cinque anni compagna del poliedrico
giornalista toscano, militare e scrittore, Curt Erich Suckert (Prato, 1898 – Roma,
1957), in arte Curzio Malaparte; oltre trent’anni di differenza quando si conobbero;
lui celebre e raffinato, gelosissimo e tiranno, lei appena maggiorenne e splendida; un
rapporto contraddittorio e totalizzante. Lo lasciò alla fine del 1952 “con un gettone
del telefono in tasca e una valigia in mano, odiandolo con tutte le mie forze. Come si
cambia! Oggi non lo lascerei, lo capirei e lo amerei”, scriverà decenni dopo,
definendosi come “Schiava di Malaparte” in una sorta di autobiografia. Apparve poi
in molti film fra il 1953 e il 1957, con regie anche di Majano, Steno, Gassman e Rosi.
In appendice una parte delle loro foto d’epoca, in compagna con illustri personaggi
che appaiono talora anche nella narrazione (da Silvana Mangano a Oriana Fallaci).

***

Laboriose inezie
Giorgio Manganelli
Articoli sulla letteratura italiana
Adelphi Milano
2026 (1° ed. Garzanti 1986)
Pag. 352 euro 22

Italia. 1970 – 1985. Partigiano, laureato in scienze politiche, traduttore, il grande
scrittore
Giorgio Manganelli (Milano, 1922 – Roma, 1990) dal 1953 si trasferì nella
capitale, continuando a parlare di letteratura o arte italiana sull’Espresso e l’Europeo,
Il Giorno e Il Corriere della Sera. Nella raccolta significativamente intitolata alle
“Laboriose inezie” troviamo una novantina di articoli, recensioni e saggi critici usciti
su tali settimanali e quotidiani, alcuni molto brevi (Ovidio). Si comincia con i
classici, la biblioteca ideale e Omero, si finisce con Pinocchio e Carlo Collodi (Carlo
Lorenzini, nel 2026 celebriamo il bicentenario della nascita), in mezzo di tutto e di
più: Marco Polo e Giacomo Leopardi (un paio a testa, ma poi anche il padre Monaldo
e l’amico Antonio del secondo), Manzoni e De Sanctis, Capuana e Artusi, Aretino e
Imbriani. In premessa “il firmatario” del volume ringrazia Ebe Flamini e Graziella
Pulce per aver recuperato, ordinato, trascelto i testi.

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