Grazie agli amici del Corriere Del Mezzogiorno e al Direttore Paolo Grassi per avere aperto questa finestra di confronto pubblico.

13 marzo

Caro Direttore, mi consentirai questa lettera dopo l’intervento del Professore Bruno Discepolo in confronto con un inciso della riflessione mia di qualche giorno fa. Il mio professore di matematica di liceo, il glorioso Carducci di Nola, Mario Rionero, lo voglio ricordare perché i buoni maestri vivono negli insegnamenti e nell’esempio che hanno lasciato, usava dire che quando un Napoletano, impegnato in un confronto dialettico con un altro Napoletano, finisce gli argomenti e non sa più cosa dire per difendere le sue ragioni lancia l’anatema indiscutibile, di fronte al quale cade ogni possibile difesa dell’avversario che rimane infatti senza parole. Tiene ‘e corn’!

E così Bruno Discepolo, rispondendo all’inciso mio, lancia contro di me l’accusa che in punta di argomento è inconfutabile e lascia, similmente come quella dei Napoletani del mio Professore,  senza possibile risposta: sei ideologico.

E come rispondi ad una accusa del genere con il pragmatismo chedetta legge?

Mai come ora infatti siamo in un tempo tanto ideologico che viviamo dominati da una ideologia unica – mercato e profitto –  che, dichiarando tutto ciò che non le appartiene come ideologico, ha sancito la fine di tutte le altre per affermare il proprio solitario dominio.

E quindi, ben vengano le ideologie. Altre.

Per rimanere al punto invece.

C’è un elemento di visione che tendo ad affermare, questo sì ideologico se si vuole e cioè, mai come al tempo della crisi climatica, il suolo non può essere considerato come cosa sterile da consumare come si vuole: è in questo suo mal-uso che nasce non poco proprio della crisi climatica.  Tanto più grave se, come per la Campania, quello mal-usato è uno dei suoli più fertili d’Europa in una Regione che è ai primi posti per problemi di dissesto idrogeologico, abbandono dell’Appennino, senza volerci aggiungere anche Vulcani, terremoti e bradisisma.

Un’idea di sviluppo che valorizza questo suolo solo in chiave di rendita e per alimentare il circuito economico più energivoro e più onnivoro, il ciclo di cemento armato-asfalto-impermeabilizzazione-cave estrattive- grandi opere con dovizia di sub,sub,sub appalti e influenza della camorra e di sfruttamento del lavoro, è l’opposto di quel che serve al tempo della crisi climatica, e quindi, al futuro della Campania.

E, assumendo proprio questa visione alternativa, il Movimento Rigenera – del quale con il concorso della Rivista Infinitimondi faccio parte insieme ad altre 100 tra Associazioni e singole personalità –  ha elaborato una strategia alternativa e organica fatta di concretissime cose, condensate in una pragmatica Proposta di Legge di Iniziativa Popolare Regionale, cui il Prof. Sandro Dal Piaz ha portato il suo contributo decisivo in quella che è stata l’ultima sua battaglia: contro il consumo  di suolo e per una riorganizzazione ecologica, fondata sul recupero urbano, sul rammendo e sulla valorizzazione della biodiversità  del suolo agricolo e di collina e montagna.

Questa proposta di legge, ha raccolto oltre 13.000 firme, è stata fatta propria da oltre 20 Consigli Comunali ed è arrivata oltre due anni fa ad un Consiglio Regionale che avrebbe dovuto esaminarla nei sei mesi successivi alla sua presentazione. Nulla di tutto questo è successo.

Mentre, caro Discepolo – ecco la contraddizione palese con l’idea di Sirena  – la Campania nell’ultimo decennio è diventata la terza regione d’Italia per consumo di suolo ( dati ISPRA ):  siamo avanti perfino all’Emilia Romagna che ha passato e passa quel che sappiamo. Anche grazie alle nuove norme regionali con le quali del resto lo stesso Comune di Napoli si sta trovando…benissimo  bisogna dire mentre il centro-destra in più di una occasione ha nei fatti lasciato fare quando non anche applaudito.

E sarà proprio questo uno dei terreni fondamentali, a cominciare dalla messa all’ordine del giorno del Consiglio Regionale proprio della Proposta Rigenera, come lo Statuto Regionale impone ancora, su cui si misurerà la volontà-possibilità del nuovo Governo Regionale di segnare una netta e necessaria discontinuità con il passato.

Ad ogni modo credo il Movimento Rigenera sarà lieto di poter avere con il Prof. Discepolo un confronto pubblico su questi temi: quel confronto richiesto e mai concesso negli anni di sua carica nel governo regionale potrà svolgersi ora?

Gianfranco Nappi

12 marzo

11 marzo

Negli anni ’80 Napoli era davvero in ginocchio. Il terremoto dell’80. La difficile navigazione della Giunta Valenzi, priva di maggioranza autonoma in Consiglio. Fino alla sua caduta nel 1983 e all’affermarsi del pentapartito più sfrontato. Anni difficili. Di chiusura della città in se’ stessa. Il centro storico per ampie zone invivibile. Una larga e diffusa presenza condizionante della camorra. Nei confronti di questa Napoli la stagione dei Sindaci si presentò come davvero un’opportunità.  Alcune scelte furono immediate.

La riconquista fisica di pezzi di città, a cominciare proprio da quel centro storico soffocato dal degrado sociale e urbanistico; il Progetto Sirena per la sua riqualificazione secondo una ispirazione purtroppo largamente dimenticata e contraddetta dal suo ispiratore, Bruno Discepolo, quando ha diretto poi la politica urbanistica regionale degli ultimi 10 anni.

E a continuare, la liberazione di piazze e strade dalla presenza dilagante delle auto e del loro parcheggiare, di cui Piazza Plebiscito divenne simbolo: spazio liberato per la città, per i suoi cittadini, per momenti artistici di alta intensità.

Turismo e cultura, coppia formidabile di rilancio di speranze.

Una intuizione sull’idea di città poi tradotta in Strumenti urbanistici e Piani iniziati con Vezio De Lucia-Marone-Bassolino e completati con Tino Santangelo-Iervolino: l’ultimo tentativo delle istituzioni per guidare il mercato e di non lasciarsene guidare.

E il turismo è tornata risorsa grande per Napoli. Turismo uguale apertura. Fiducia in se’ stessi. Anche rilancio economico per ceti e porzioni di città.

Poi, da un certo punto in poi, come se questo processo avesse disegnato una curva, una parabola, non siamo tornati al punto di partenza, questo non accade mai, ma ci ritroviamo in una situazione nuovamente critica ( quando la parabola ha cominciato a scendere?): il Centro Storico è diventato nuovamente invivibile per il puzzo di fritto che ti accompagna in ogni dove; per il fatto che devi destreggiarti tra dehors debordanti che occupano tutti i marciapiedi e, dove questi non ci sono, direttamente le strade. Gli abitanti originari ne sono allontanati da fitti insostenibili e da sfratti crescenti, con il dilagare sregolato di BeB. Napoli si sta rapidamente omologando ad altre città turistiche. Cresce un lavoro povero, ipersfruttato.  L’allusione alla Napoli dell’artigianato artistico, della cultura, della stamperia, degli strumenti musicali, della cucina popolare è rimasta di nuovo largamente tale, allusione appunto. Non ci sono più i tubi innocenti del dopo terremoto, ma c’è una omologazione dilagante che soffoca tutto e tutto traduce in rendita fondiaria. La città turistica è diventata direttamente città merce. E Piazza Plebiscito è diventata spazio commerciale occupato per concerti e spettacoli, rassegne e rassegnine, al di fuori di ogni logica di politica culturale della città, che la sequestrano non meno delle auto di trenta anni fa.

E porzioni di suo territorio, nel circuito della città-merce, diventano prede ambite delle filiere globali del valore finanziario: Bagnoli, diciamocelo, è diventata questo.

Ma come, non vuoi un Grande Evento? Ma come non vuoi il turismo?

Io direi: No, a questo punto va posto un limite. O si reputa possibile una crescita infinita?

La vita, il lavoro, lo sviluppo per questa città possono essere altro.

E se invece è SI, almeno risparmiamoci le lacrime sull’assenza di domanda di lavoro ricco di saperi e saper fare e sulle intelligenze che se ne vanno; sulla movida infinita; sul mare negato; sulla invivibilità delle periferie; sulla condizione di giovani a cui non siamo capaci di garantire neanche il tempo pieno a scuola…

C’è chi sostiene che l’oggi è solo lo snodarsi delle conseguenze di quella apertura iniziale dopo la crisi drammatica degli anni ’80. Io non lo credo. Credo in una città forte e aperta. Forte appunto, che non si lascia dettare le regole da un mercato sregolato. Perché alla fine, il mercato, ti occupa la vita. E lascia il deserto dietro di se’.

Gianfranco Nappi

Vuoi ricevere un avviso sulle novità del nostro sito web?
Iscriviti alla nostra newsletter!

Termini e Condizioni

1 commento

  1. Un tema molto attuale che merita un confronto aperto e rispettoso. È positivo vedere un invito al dialogo su questioni così complesse e rilevanti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *