

Napoli ha una storia antica di lotta e impegno per la pace. Di apertura e di accoglienza che ha retto prove durissime nel corso di lunghi secoli. Quando se non ora, viene da dire, rilanciare una tradizione così forte e tutt’ora sentita?
Si facciano sentire tutte le nostre Istituzioni: si convochino d’urgenza intanto il Consiglio Comunale di Napoli e il Consiglio Regionale. Si levi forte una voce di pace.
Non ci giriamo intorno: siamo di fronte ad una guerra. E siamo ad un passo dall’esservi trascinati mentre già ne paghiamo conseguenze gravi da tutti i punti di vista.
USA e Israele contro l’Iran e, di nuovo, con l’invasione del Libano, stanno dando corso ad una azione illegale; contraria ad ogni norma e principio di diritto internazionale. Scatenata al di fuori di ogni riferimento degli organismi internazionali, a cominciare dall’ONU totalmente esautorato.
Una guerra apertamente contraria alla nostra Costituzione: anche questo va detto con una chiarezza che si stenta a sentire nel panorama politico del nostro paese.
Il fatto che in dissociazione da essa in Europa poche per quanto autorevoli voci si siano levate, dal Papa al Presidente del Governo spagnolo, nulla toglie all’esigenza che cresca una spinta forte in questa direzione. Anzi, la rende ancora più pressante e urgente.
Ecco perché è fondamentale che a tutti i livelli si levi la richiesta di netta dissociazione dell’Italia dalla guerra. E si richieda l’assunzione in tutte le sedi istituzionali internazionali di una iniziativa attiva per la sua fine.
La contrarietà alla guerra non può esprimersi che insieme alla condanna più netta del regime iraniano che, nella sua follia, è giunto a massacrare il proprio stesso popolo. Questa posizione di solidarietà con il popolo iraniano in nessun modo può coprire però il fatto inaccettabile che, in nome della sua liberazione (presunta ), lo si bombardi con una potenza di fuoco inaudita. Addirittura, il ministro della guerra degli Usa, vantandosene, l’ha definita del tutto senza pietà.
In questo momento sta emergendo la insostenibilità democratica di un Governo che sta trascinando, di fatto, in guerra l’Italia e sta nascondendo al Paese la verità delle sue intenzioni. Un Governo pavido nel tutelare gli interessi nazionali che non possono mai essere disgiunti da quelli della comunità internazionale, dei suoi organismi democraticamente riconosciuti e da una politica di sicurezza nella pace.
E’ venuto anche il momento che le opposizioni sappiano superare divisioni e tatticismi; dicano una parola chiara di impegno e di speranza e lancino unitariamente una mobilitazione di popolo capace di far sentire la propria voce in Italia e in tutta Europa.
Di fronte alle scene di distruzione a cui assistiamo, così come capita sempre in occasioni del genere; così come è capitato e capita tutt’ora di fronte alla sofferenza senza fine del popolo Palestinese, lo scoramento e il senso di impotenza corrono il rischio di prevalere.
La storia invece ci dice che, checché sostengano i potenti, la voce dei popoli, quando è forte, non lascia mai le cose come stanno. Conta.
E allora, perché non partire proprio da Napoli nel rilanciarla alta e forte?
Gianfranco Nappi


Condivido il richiamo alla nostra Costituzione e la preoccupazione per il rischio che l’Italia venga trascinata dentro una guerra che contraddice i principi su cui la nostra Repubblica è fondata. Da Napoli, città che nella sua storia ha conosciuto la guerra ma anche la forza civile della pace, questo richiamo pesa ancora di più.
È giusto provare a ricreare le condizioni di un movimento per la pace, capace di mobilitare le coscienze e di far sentire una voce pubblica forte. Ma credo che questo movimento debba partire anche da un’altra dimensione, più umana e quotidiana: le relazioni tra le persone, la reciprocità tra i popoli, la capacità di riconoscersi nell’altro.
Nella mia esperienza allo Sfizzicariello, lavorando ogni giorno con persone fragili, ho imparato che la pace non è soltanto un equilibrio tra Stati. È prima di tutto un modo di stare al mondo insieme agli altri.
Perché in ogni guerra, oltre alle strategie e agli eserciti, ci sono sempre le stesse vittime: i civili, i bambini, gli anziani, le persone più vulnerabili. Quelle che non fanno notizia e che spesso non hanno nemmeno una voce.
Se vogliamo davvero rilanciare una cultura della pace, non possiamo dimenticare proprio loro. Sono le vite più fragili che ci ricordano, ogni volta, quanto la guerra sia sempre una sconfitta per tutti.