Non ho conoscenza nel dettaglio della situazione di Castellammare. Ho letto diverse riflessioni e opinioni. Conosco Luigi Vicinanza da una vita e so della sua integrità e del suo assoluto disinteresse personale. Lo penso e mi fa piacere testimoniarlo.
Ma questa vicenda, al di là dei fatti specifici che poi avranno sempre il loro peso determinante, e della peculiarità della storia di ogni città ( e la città stabiese ne ha una sua impegnativa con la quale si sono misurate problematicamente anche altre esperienze a sinistra, dal ’93 in qua, da Polito Catello a Ersilia Salvato a Salvatore Vozza. Anche una candidatura di Matteo Cosenza che lui stesso ricorda in un appassionato post di questi giorni), mette in luce a mio modo di vedere la crisi esplosiva di un assetto delle istituzioni locali che ha pensato di fare fronte alla crisi della politica e dei partiti aggirandola con una progressiva investitura sempre più accentuata nei confronti del vertice delle istituzioni: sindaco, presidente di Regione, maggioritario e premierato de facto nel governo del paese…
E così , nei comuni, il Sindaco nella sua elezione diretta si carica di poteri e valori simbolici generali.

All’inizio, per un periodo iniziale ha funzionato. Ma poi è cresciuta la contraddizione tra il sindaco persona perbene – altra cosa da vedere poi se con le competenze amministrative o se addirittura non è perbene – e il progressivo degradare della scomparsa dei partiti e delle loro liste in favore di un civismo personalistico, trasformisticamente vocato, di possessori di pacchetti di voti che tendono ad alimentare una zona grigia dove la lotta per il consenso si fa senza quartiere e senza regole. Tutti grosso modo coperti da un padrino superiore, di solito consigliere regionale che poi da’ il salto a parlamentare e pronti a riversare sul protettore, alle elezioni e ai congressi, i pacchetti di consenso da loro detenuti.
Ovviamente funziona anche in senso inverso: sindaci che si ritengono investiti di un potere superiore per i quali la procedura democratica del confronto e del dibattito pubblico si presenta come una fastidiosa perdita di tempo tanto che viene da chiedersi: ma a che serve oggi la sede della rappresentanza, il consiglio, se viene annullato dalla funzione di governo/ amministrazione?
Quante sono le amministrazioni entrate in crisi? Quante sono le raccolte di firme di consiglieri di maggioranza per sfiduciare i propri sindaci? Quante sono le amministrazioni locali sciolte per condizionamento camorristico? È tutto parte di un’unica crisi che macera senza soluzioni strutturali e avvita le istituzioni su se stesse in modo separato dalla società o che, quando l’incontra, tende a passivizzarla. Nessuno si sorprenda se al voto oggi va una consistente minoranza.
Per me Castellammare parla molto di questo. Ed è di questo che occorrerebbe discutere prospettando traiettorie di riforma radicale della politica e di costruzione nuova di soggettività politiche. Di nuove forme del politico e del sociale insieme.


Questa contraddizione cova fin dal suo formarsi anche nel nuovo Consiglio Regionale che ha iniziato proprio ieri i suoi lavori, non a caso, ancora senza Giunta. Ed è destinata a rappresentare tema potenzialmente frenante e/ o esplosivo.
Hanno niente da dire su questo, i partiti tutti, di maggioranza e di opposizione?
Forse però la vera domanda è: ma possono dire? È da essi che può venire una messa in discussione di sé stessi?
Mi pare difficile.
Nessuno ha veramente voglia di farlo. A tutti i livelli.
Nel frattempo Auguri. Anche al nostro stimato Gigi Vicinanza.

Gianfranco Nappi


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