Il più bel video della manifestazione pro Palestina di inizio settimana è la tangenziale di Roma invasa dai manifestanti mentre gli automobilisti o stavano col pugno alzato fuori il finestrino, o scendevano dalle auto applaudendo e nessuno strombazzava nervosamente o imprecava.
Un segnale di condivisione sociale e popolare di un sentimento politico di insofferenza verso lo stato delle cose!
Tutto ciò avviene oggi.
Ma nel nostro Paese e in tutto il mondo la sinistra, variamente interpretata, è in difficoltà e con essa il concetto di democrazia partecipata.
Oggi a fronte del dispiegamento politico e sociale del neoliberismo teso a cambiare le regole istituzionali dei singoli Paesi e dell’ordine mondiale (Onu e organismi sovranazionali) le molteplici formazioni politiche della sinistra europea stentano a formulare una politica di alternativa sociale e istituzionale, nonché culturale, rispetto al sovranismo razziale e all’individualismo proprietario perseguito dalle forze di destra.
E’ un vento che spira, rafforzandosi, dagli ultimi decenni del secolo scorso: Reagan e la Thatcher saldano l’asse angloamericano sulla libertà di impresa senza i vincoli delle democrazie liberali.
La ricerca dello sviluppo tecnologico si privatizzava assumendo il controllo esclusivo dei mezzi di produzione (informatica, quantistica, e device collegati) che si sostituivano, in quota, ai mezzi di produzione strutturali (fabbriche, Università, agroindustria, edilizia).


Il capitalismo è andato sviluppando con un espansione proprietaria e culturale, ha diviso i lavoratori in gruppi separati dai cicli produttivi, ha travalicato le mura delle fabbriche spostando nel territorio la fonte maggiore del plusvalore, ha ridotto le istituzioni locali e i governi a “governance” dei suoi processi avendoli di fatto privati della proprietà istituzionale del territorio.
Coniugando la libera iniziativa del capitale con lo straordinario sviluppo tecnologico dell’informatica, si è perseguita la sconfitta del movimento operaio che aveva posto il tema della partecipazione alla gestione e all’ organizzazione del lavoro nei luoghi produttivi, e della distribuzione del plus valore nelle società come fonte di processi sociali di riduzione delle diseguaglianze.
La sinistra si è trovata senza identità, la svolta della Bolognina evitò, volutamente, una riflessione sulla natura del comunismo italiano e sulle sue tensioni interne.
Accedere al corso della storia è stato il basso continuo della trasformazione del Pci in partito della società civile, azzerando il dibattito che animò il movimento comunista negli anni della rinascita economica del dopoguerra individuando nel ruolo del lavoro l’elemento di progresso dell’intera società. La svolta di Salerno voluta da Togliatti non fu un tatticismo. La lotta per una Costituzione della Repubblica che recasse libertà e progresso per tutta la società significò la trincea antifascista per il futuro del Paese, negli enti locali nelle istituzioni repubblicane il Pci portò le donne e gli uomini del mondo del lavoro per ancorarli al valore della democrazia partecipata, eppure nel partito convivevano posizioni insurrezionali mai represse ma dialetticamente unificate. L’unità delle forze popolari sia pur di diverse sensibilità è fu, si direbbe oggi, la piattaforma su cui costruire la Repubblica e il futuro condiviso del popolo.
Dopo il suicidio assistito dell’Urss e il dissolversi delle società del blocco sovietico, l’assunzione dell’orizzonte delineato che indicava nelle libertà individuali, libere da regole legaliste e animate da un IO autoreferenziale, ha costretto la sinistra italiana a chiudere ogni dibattitto sulla natura delle società contemporanee ritagliandosi il ruolo di garante dei diritti individuali costituzionalmente riconosciuti.
Coniugando tale ruolo con la teoria dell’autonomia della politica dal conflitto sociale, i temi dello sviluppo economico e delle implicazioni sul tessuto sociale sono stati assunti come “gestione” di tali processi e non più tesi al governo della società.


L’applicazione delle regole della governance neoliberista tesa alla realizzazione del massimo profitto, si è così imposta all’occidente come unica soluzione: caduto il “il Muro, suicidatosi l’impero del male” si è passati alla “civilizzazione” del pianeta.
Tecnocrazia e autocrazie sono state assunte dal neoliberismo come assett di dominio per dispiegare la capacità del capitale nella sua espansione totalizzante.
Il ruolo della sinistra democratica, socialista, comunista si è andato conformando, proponendo la difesa dei diritti fondamentali della democrazia costituzionale come contenimento dell’offensiva neoliberista e sovranista.
E’ su questo insieme di nodi che oggi occorre operare ricercando le forze sociali determinate dallo sviluppo neoliberista, rivedendo le analisi “tradizionali” sul lavoro per costruire, non ricostruire, una politica unificante del mondo produttivo individuando il tema centrale: chi comanda la tecnologia performante il ciclo di produzione della ricchezza, quale alienazione individuale e collettiva si è stratificata nel corpo vivo della società, quale orizzonte di alternativa materiale e immateriale si può produrre affrontando i temi esposti.
Un cambiamento di paradigmi e di strumenti occorre produrre per avviare la formazione “dei soggetti sociali” contemporanei in soggettività unificante per il superamento della condizione di subalternità in cui sono rinchiusi dall’espansione neoliberista.
Occorre uno sforzo politico di analisi e di dibattito che investa tutto il mondo della sinistra del Paese con un occhio anche fuori dai nostri confini.
Penso che questa opzione possa aprire la strada a una formazione politica a sinistra che superi gli attuali antagonismi tra partiti che assuma l’unità sociale per la trasformazione dei rapporti di potere che oggi opprimono la grande maggioranza delle donne e degli uomini.
Concludendo o si cambia pelle o si continua a frequentare estetisti per nascondere le rughe.
Nota a margine: il congresso regionale campano del Pd si è svolto con il rituale delle sezioni ridotte a seggi elettorali…. le si acuiscono.

Massimo Anselmo

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