È un bel libro inchiesta questo Il Monarca, curato da Massimiliano Amato e Luciana Libero. In quest’epoca di conformismo culturale mettere in fila fatti documentati che aiutano la comprensione di quello che è diventato un sistema di potere politico-istituzionale ha un grande valore.  Un sistema che segna, a mio modo di vedere, una innovazione profonda nella vicenda della sinistra: la costituzione della dimensione del governo in soggettività politica compiuta, autonoma anche rispetto al proprio partito; organizzatrice della rappresentanza alle elezioni con la promozione di liste di candidati da essa direttamente sollecitati, selezionati e assemblati.

L’idea del governo, del potere che assorbe tutte le funzioni, che schiaccia quella della rappresentanza democratica, che si assolutizza. 

In questo quadro, il partito politico, il P D nel caso, già in crisi, viene letteralmente seppellito, svuotato, ridicolizzato. E, il partito a sua volta, deprivato ormai di ogni costituzione di spessore politico-ideale, si acconcia, come mera federazione di persone-partito, passivamente in questo quadro, ad aspirare a brandelli di potere e di sottopotere. Se ne bea. Gli è sufficiente.

Un libro didattico quindi, che aiuta a conoscere, capire, valutare. 

Ciò invece su cui nutriamo qualche dubbio di fondo è il tenore delle analisi e delle conclusioni che alcuni tra un nutrito e autorevole gruppo di intellettuali e, nel caso di Isaia Sales, con robusta esperienza politica, svolgono sul caso all’interno del libro.

C’è nelle loro riflessioni una radicalità di critica, morale anche, che non può non essere condivisa: come l’intensa la riflessione che propone Pino Cantillo.

Nel complesso invece alcuni di essi sembrano sfuggire alla domanda fondamentale che bisognerebbe porsi: ma il Monarca, rappresenta una eccezione, una esasperazione, una patologia rispetto ad una politica sostanzialmente ‘sana’?

Qui credo si incorra in errore.

Del resto, i nostri, già autori della famosa Lettera a Letta proprio da Letta hanno ricevuto la risposta più netta: la contrattazione diretta compiuta con quel Monarca su cui si doveva intervenire, di una quota di rappresentanza parlamentare nelle prossime elezioni che per dimensione vale di più di quella di un partito. Altro che…me ne occuperò! 

Il tema dunque lo afferriamo se vediamo il Monarca non come espressione di una patologia personale ma come espressione invece, esasperata certo, peculiare anche, ma tutta interna al sistema di quel che è oggi la politica in Italia. In questo De Luca non è meno PD, pur diversi loro, di Letta o di Orlando e Franceschini. E se patologia c’è, e caspita se c’è, non è di una persona sola. Siamo di fronte invece ad una crisi sistemica che coinvolge l’intero sistema politico fino a palesare una vera e propria crisi democratica, partiti compresi. E se essa affonda le radici nei cambiamenti profondi affermatisi su scala globale nei trenta anni ultimi è ben vero che sul piano politico essa risulta accentuata a sinistra dalla risposta fondamentale che ad essi è venuta  con la affermazione  della personalizzazione estrema della politica che ha ulteriormente passivizzato la società che infatti risponde con il non voto; dall’azzeramento della funzione di rappresentanza sociale in favore della deriva governista; dall’azzeramento di ogni dimensione ideale e progettuale del partito politico; dall’azzeramento di ogni dimensione critica nei confronti dello stato di cose presenti da parte del partito politico della sinistra.

In una parola omologazione. Tanto più foriera di conseguenze negative in un Mezzogiorno dove il bisogno di protezione sociale della parte più debole della società è fortissimo e dove a fronte di una sana e intelligente classe imprenditrice si nota la presenza di una non meno diffusa classe economica ‘prenditrice’ invece, in debito con mance e prebende pubbliche ma prontissima a fornire consensi sdebitanti e, in tanti casi, corrompenti…

Qui le cause. Da qui nascono i Monarca.

Sarebbe il caso dunque di ripensare per intero le risposte politiche date alla crisi dell’89 vedendo quel che ne è derivato. 

Ed anche magari con un pizzico di autocritica, che non guasta e che non tocca solo i politici. Capita anche ad altri di sbagliare analisi. Non è peccato. Ammetterlo però è misura di saggezza.

Gianfranco Nappi

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