Graziella Pagano ci ha lasciati. Ci stringiamo a Lorenzo e a Gloria. La ricordiamo con questo intervento di Michele Mezza che ringraziamo.


Non è facile scrivere a ciglia asciutte per me di Graziella.
Una storia di amore di qualche anno, ma soprattutto una lunga costante e non scalfibile solidarietà culturale ed emotiva.
La sua scomparsa colpisce me e anche la mia famiglia, mia moglie Cinzia i miei figli, che hanno imparato a canzonarmi per lo scatto che mi vedeva compiere ogni volta che mi chiamava.
L’ho conosciuta in quella lunga stagione del suo splendore fisico e intellettuale.
Graziella è stata una delle pochissime donne capaci di esibire la propria bellezza come sfida culturale e politica, distrattamente.
Un ingaggio permanente, quello che imponeva, inesauribile, spietato. Dinanzi a tale irridente e provocatoria esuberanza non potevi essere ordinario, usuale, banale.
Poco prima del terremoto , dopo un’esperienza di insegnamento che le veniva da un duro tirocinio filosofico con Aldo Masullo, Graziella si tuffa nella politica. Quella vera, di strada.
A Napoli non ci sono mezze misure, soprattutto alla fine degli anni 70, con Il PCI, il suo partito, assediato a sinistra da minacce terroriste e comunque pressioni estremiste, a destra dal continuo tallonamento del regime democristiano che a Napoli aveva il volto, ambiguo e ammiccante, di Gava e Scotti.


Graziella abitava al Vomero, ma come usi e costumi del tempo, proprio perché intellettuale cercava il suo vero battesimo politico nella parte popolare della città . Napoli è ancora una metropoli dove popolo ed elites vivono in promiscuità, si guardano, si incontrano, si invidiano, ma convivono.
Allora ancora di più. Dallo stadio Collana bastava fare qualche passo per trovarsi nel vicoletto della sezione di Case Puntellate, al confine con il pianeta proletario di Soccavo. Un pezzo di disagio storico, irrobustito da una lunga tradizione di lotte per la casa che portò il PCI ad avere oltre 400 iscritti, più di quanto oggi se ne contino in tutta la città. Ovviamente i locali della sezione erano di proprietà del partito, comprati con le quote delle tessere e le feste dell’Unità che allora si facevano per finanziare l’organizzazione, non per pura visibilità
Graziella, come le dicevo fra il serio e il faceto, saliva sulla sedie e arringava il suo popolo che letteralmente andava in visibilio per quel dialetto selvatico che però faceva intravvedere le ore di tavolino che aveva alle spalle. Poi nel novembre dell’80 il terremoto sconvolse tutto, ma non Graziella, che sembrava nuotare come un pesce nell’acqua in quel marasma.
Il dissesto immobiliare seguiva ovviamente la geografia sociale: le zone povere erano da sfollare quelle ricche con pochi problemi. Allora le case dovevano essere requisite, o occupate: un dualismo che Graziella lasciava all’amministrazione risolvere. Lei era pronta per entrambe le opzioni. Furono pochi a dormire all’addiaccio a Case Puntellate. La tigre era in campo.
Io vivevo in quegli anni prima ad Aosta, dove ero stato assunto dalla Rai proprio perchè residente a Napoli, poi a Milano, dove ero cresciuto, infine nel 1984 mi trasferisco a Roma. Anni di fuoco e di cenere, per dirla con Gustav Mahler, uno dei suoi più raffinati amori musicali. Il mio pendolarismo con il Vomero era frenetico e ogni volta trovavo la tigre che correva nella giungla. Lei sempre indomita, io sempre insicuro e permaloso, per non dire geloso. Ma la sua ferocia politica diventava impagabile tenerezza quando si acquattava ad ascoltare. Devo rivelare a chi ne ha una conoscenza superficiale che Graziella era una delle più attenti, rigorose e golose ascoltatrici perfino con me. Aveva il gusto tipico della studiosa, l’ansia di imparare, di scegliere, di combinare quanto percepiva , di rubarlo sfrontatamente, ripensandolo e ricreandolo. Passavamo ore a rileggere i suoi interventi, a integrarli con le mie prime turbolenze tecnologiche che proprio la segretaria della sezione di Case Puntellate valorizzava, accogliendole nelle sue scalette per le riunioni in federazione. Un giorno tornò raggiante da una riunione con Alfredo Reichlin che dopo aver arricciato il naso dinanzi ad una digressione sociologica , avevo insistito perché la inserisse nel suo intervento, nella conclusioni la citò come uno dei pochi dirigenti che “leggeva il territorio “.


La sua candidatura al consiglio comunale era il naturale coronamento di una militanza sudata e patita. La sua bellezza semmai ne frenò il ritmo. Chi la doveva proporre era frenato dall’ipocrisia del grande partito che ancora non aveva metabolizzato la differenza di genere. Graziella gliela spiegò a modo suo, rimanendo libera, ma sempre attenta a non usare il suo vantaggio come privilegio.
La nostra storia cambiò natura e senso. Graziella incontrò uno straordinario compagno, Enzo Crea, che riempì con passione e sagacia la sua ansia di crescere. Poi arrivò Lorenzo, il suo vero capolavoro, che rese la Tigre solitaria una leonessa con il suo cucciolo, ancora più calda e dolce. Con Lorenzo, fin dalla prima ecografia, Graziella cambiò, divenne ancora più matura, , ma senza perdere l’istinto mediterraneo. La sua carriera politica la portò a Bruxelles e poi ripetutamente alla Camera e al Senato.
Parallelamente viveva da protagonista il cambio di pelle della comunità politica di cui si sentiva organicamente parte. La Bolognina, la battaglia sul nome, la scelta di governo. Riprendemmo a sentirci con un doppio livello, una doppiezza togliattiana che Graziella praticava con la sua sorridente leggerezza. Eravamo su fronti opposti: lei con la componente rifomista, la destra come la definivo provocatoriamente, mentre io cercavo una radicalità tecnologica a sinistra di Occhetto. Ma rimaneva sempre aperto il canale dell’affiatamento telepatico. La matrice sociologica dei nostri interventi, seppur su sponde opposte, ci univa: volevamo capire come e cosa stessa cambiando nella società non solo nelle istituzioni, non solo in Italia ma in tutto il mondo in cui la sinistra iniziava ad annaspare.
Graziella mi incalzava, mi dava i compiti, mi dava spesso anche la linea. E mi chiedeva informazioni, sensazioni. Io stavo a Mosca, poi a Pechino. Ti occupi di fallimenti mi prendeva in giro. Ma poi scavava nei miei appunti traendone spesso conclusioni che non avevo colto nemmeno io.
La sua ansia di militanza, la sua voglia di sudore e polvere, che aveva sublimato durante il terremoto, la rinnovò nella lotta politica, nello scontro di corrente. La leonessa tornò tigre, senza mezze misure: i suoi andavano difesi sempre, gli avversari non potevano permettersi leggerezze. Un decennio di combattimento, di qualche delusione, Di molta soddisfazione per se e per Lorenzo che ritrovava leoncino a casa quando si stringeva a lei, ma leopardo nel mestiere che si è scelto di giornalista e impresario di informazione a Napoli. L’ultima sua esperienza amministrativa, l’assessorato al turismo nella giunta comunale con la Jervolino, le diede la certezza di come fosse mutato il mondo e la città. Ma anche di quanto comunque si potesse fare e lei provò a farlo, come sempre, con eleganza e passione. Poi le avvisaglie della malattia, dopo la perdita di Enzo che lasciò un buco incolmabile attorno a lei, che solo l’incombenza di Lorenzo riusciva a lenire. Aveva già perso il padre, una roccia che le diede sempre sicurezza e stabilità. Con Gloria, la sorella che vive a Padova condivise poi anche la perdita della delicata madre, una signora maltese che sembra sempre di passaggio a Napoli ma che dava timbro a tutta la famiglia.


Nel labirinto del mieloma Graziella giocò la sua ultima partita, decidendo, istintivamente, senza nemmeno soffermarsi a valutare possibili alternative, senza condividere le conseguenze con chi comunque le sarebbe stato vicino, di attraversarlo a cavallo, a testa alta, senza dare alcuna chance alla malattia di usarla o umiliarla.
Sotto i nostri occhi, sui social, Graziella cadenzava le tappe della sua tormentata e faticosa terapia rendendola uno spazio pubblico, un luogo di formazione per tutti. Alti e bassi, che solo Gloria può oggi ricostruire avendoli vissuti, secondo per secondo in simbiosi. Va meglio, no siamo fermi, c’è una recidiva, bisogna cambiare protocollo.
Lei non era paziente, nel senso tecnico, era co-responsabile della cura.
L’equipe che provava a gestirla subito si adeguò a consultarla, in ogni singola fase. Per questo nulla poteva sorprenderla o sgomentarla: tutto era razionalizzato e programmato. Anche il modo con cui se ne è andata. A Cavallo, da candidata, lanciando strali a chi osava scalfire l’immagine dei suoi compagni, dei suoi cuccioli, di Lorenzo.
Mi innamorai di una comunista alla fine degli anni 70, oggi celebro una straordinaria donna che non è mai scesa dalla sedia della sezione di Case Puntellate su cui si arrampicava per arringare il suo popolo. Come ultima provocazione, che userà ovunque sia per regolare i suoi conti anche con me, posso dire, che, a differenza di molti che lo proclamano, oggi se ne è andata , a sua insaputa, una vera comunista di testa e di cuore .Di rabbia e di passione, di critica e di amore.

Michele Mezza


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3 commenti

  1. Grazie, mi hai restituito la Graziella che ho conosciuto. In anni successivi ai tuoi, ma sempre comunista di testa e di cuore. E generosa di se.

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