Ringraziamo di cuore Nichi Vendola che ci ha fatto avere questo suo intervento pubblicato oggi dalla Gazzetta del Mezzogiorno

Berlinguer compie cento anni. Diciamo così: tutto un secolo che ci sta sulle spalle, ci pesa, ci insegue, ci interroga, talvolta ci minaccia. Il Novecento e il post Novecento in cui siamo, in questi nostri frivoli, torbidi e drammatici anni Venti. Un secolo in cui le attese palingenetiche riposte in quel “rosso straccio di speranza” di cui scrive Pasolini ne “Le ceneri di Gramsci” verranno travolte dalle guerre mondiali, sequestrate dal fascismo e dal nazismo, falsificate e svuotate di senso dai regimi del cosiddetto “socialismo reale” e dal loro crollo rovinoso. Cento anni eppure le “belle bandiere” del comunismo italiano continuano a sventolare nell’immaginario collettivo, non smettono di stimolare la ricerca storica e il dibattito, riemergono come una peculiare “nostalgia di futuro” dalle secche di un presente livido e orfano di passioni, raccontando una storia straordinaria e singolare che seppe appassionare tanta Italia e tanto mondo. Nonostante il “cupio dissolvi” degli eredi politici e nonostante l’anticomunismo d’ordinanza, resiste una suggestione, una narrazione, persino una mitologia, come fossero dei semi piantati sulla terra e che continuano e forse continueranno a dare germogli.   

Da Gramsci a Berlinguer, quella storia si è compiuta, la forma politica che ne fu forgiata si è esaurita, il loro “partito” è morto e non c’è resurrezione che non sia folclore: ma la loro “partita” no, è tutt’altro che chiusa o conclusa, direi anzi che è appena iniziata…

Enrico Berlinguer, questo sardo esile e tenace, il suo tempo lo ha attraversato, fin dagli anni della giovinezza e delle lotte per il pane, con una passione da totus politicus, con l’indole del “rivoluzionario di professione”, sperimentando l’asprezza di un dopoguerra in cui le proteste popolari venivano duramente represse dalle forze dell’ordine e da una magistratura culturalmente clerico-fascista. E a lui non mancò l’esperienza del carcere. Sarà uno dei giovani a cui Palmiro Togliatti affiderà la direzione del “partito nuovo”, cioè di un partito comunista non costruito come avanguardia pedagogica delle masse, ma come un soggetto politico fatto di popolo e ricchissimo di relazioni con i saperi e l’intellettualità del tempo. La mutazione sociale e persino antropologica indotta dalla fine del dopoguerra e dal boom economico, l’emergere dell’Italia industriale e dei moderni consumi di massa, provocheranno una dialettica forte e aspra nel partito comunista sulla natura del capitalismo italiano e sulle strategie politiche da adottare nel segno della “democrazia progressiva”: com’è noto, la destra comunista di Giorgio Amendola teorizzava la necessità di una modernizzazione del capitalismo italiano, liberandolo dalla sua arcaicità persino stracciona, e immaginava la riunificazione con il partito socialista; viceversa la sinistra di Pietro Ingrao vedeva la maturazione di contraddizioni che poi sarebbero esplose col Sessantotto e proponeva una critica radicale del modello di sviluppo, cercando una connessione operativa e teorica tra la classe operaia e le giovani generazioni. Il confronto fu particolarmente drammatico nell’undicesimo congresso del 1966, quello in cui Ingrao, rompendo la liturgia comunista dell’unità sacrale del partito, dissentì dalla linea prevalente e  disse: “non mi avete convinto”. Berlinguer si collocò in una posizione mediana. E da questa posizione guadagnò il ruolo di segretario generale del Pci, nel 1972. La sua leadership dovette fare i conti con le domande di radicalità ma anche con le spinte eversive degli anni Settanta, scontrandosi con la “doppiezza” di uno Stato nei cui gangli vitali erano nascoste le “uova di serpente” di ideatori di stragi, di golpisti in doppiopetto, di piduisti, di mafiosi. L’incontro “bello e impossibile” tra Berlinguer e Aldo Moro fu la spinta, dopo il colpo di stato in Cile, a mettere in campo quella proposta di “compromesso storico” che sarebbe stato stritolato dalle interferenze americane, dalle ostilità del Vaticano, dall’opposizione sovietica, e dalla tela di ragno di Andreotti che gelò le speranze dei comunisti con l’angustia dei governi di solidarietà nazionale. Le Brigate rosse fecero il lavoro sporco, sequestrando e uccidendo Aldo Moro, inconsapevoli di aver contribuito a tutelare i convergenti interessi delle due superpotenze, Usa e Urss, entrambe indisponibili ad accettare che l’Italia rompesse, con un accordo di governo tra Dc e Pci, la geopolitica disegnata a Yalta.

L’assassinio del leader democristiano fu una tragedia della democrazia e un trauma immenso per Berlinguer, e fu anche l’inizio della fine del disegno di “compromesso storico”. Il terremoto in Irpinia e l’orribile prova delle classi dirigenti dinanzi a quella immane catastrofe fu l’origine di una svolta radicale, che portò Berlinguer a guardare sempre più convintamente ai nuovi soggetti del cambiamento, alle donne e ai giovani, e a incrociare le questioni del pacifismo, dell’ecologismo, del modello di sviluppo, contrastando un’idea tutta tecnocratica della modernizzazione del Paese e mai separandosi, né teoricamente né politicamente, dal mondo del lavoro. Persino nello scontro più duro e più politicizzato, quello che segnerà l’egemonia conservatrice degli anni Ottanta, sarà sempre con la classe operaia, anche fisicamente davanti ai cancelli di Mirafiori, a costo di intestarsi poi una sconfitta bruciante. Nei tempi a venire tanta sinistra quei cancelli li varcherà per andare a omaggiare quelli che un tempo si chiamavano padroni. Ma scegliere da che parte stare non fu mai un gioco a nascondino per Berlinguer, come invece accadde poi a molti suoi eredi politici. Fu contro la guerra e i missili, contro la dittatura di qualsivoglia colore, contro la miseria mascherata da natura o fatalità, contro il maschilismo e la sua violenza costitutiva, contro la natura predatoria del capitalismo, contro l’immoralità teorizzata e praticata con le lottizzazioni, contro l’invadenza corruttrice dei partiti, contro la politica che trasmuta in affarismo o carrierismo.  Per questo quando Roberto Benigni lo prese in braccio fu come se milioni di persone lo prendessero in braccio: Gramsci la chiamava “connessione sentimentale”. Per questo quando su quel palco di Padova, nel suo ultimo comizio, quell’uomo fragile e testardo cominciò a morire, tutta l’Italia trattenne il fiato, trepidò, pregò: perché Enrico Berlinguer era il contrario della propaganda bugiarda o della retorica pomposa, lui era la nobiltà della politica, la “diversità” dal malaffare, dalla rassegnazione, dal cinismo, dall’egoismo predatorio.   

Per questo lo abbiamo amato. E ancora mi emoziona e mi commuove rivedere quella foto col volto al vento, sulla vela, con quel sorriso accennato: fu l’immagine scelta dal quotidiano “L’Unità” accompagnata dal titolo a caratteri cubitali che diceva “Addio”.  Per me e per tanti Berlinguer non è  un pezzo pregiato di antiquariato: certo è anche una grande nostalgia, ma soprattutto è il pro-memoria attuale della buona politica,  l’icona necessaria di un futuro più degno.

Nichi Vendola

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/editoriali/1343458/berlinguer-compie-100-anni-voleva-cambiare-il-paese-nel-segno-di-gramsci.html

E strisciarossa.it ha anticipato oggi questa storia di tanto tempo fa, tra due che si sfidarono a duello alla fine degli anni ’30 e poi divennero amici nell’Italia repubblicana: Mario Berlinguer, padre di Enrico e Francesco Saverio Siniscalchi, padre di Vincenzo. Legami inimmaginabili tra Napoli e Sassari. Di Gianfranco Nappi da Infinitimondi Speciale BERLINGUERIANA, il 23/2022.

https://www.strisciarossa.it/mario-berlinguer-e-francesco-siniscalchi-quel-duello-tra-i-principi-del-foro/

E BERLINGUERIANA sta per cominciare: il 2 giugno si avvicina. Tutte le informazioni necessarie per partecipare e per seguirla le trovate su https://www.facebook.com/events/536090491565164/?active_tab=discussion

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