La sinistra, oggi, non c’è dove il terreno di scontro la richiede. La sinistra non si rende conto, non conosce e non capisce che è arrivato il momento di cambiare e diventare finalmente contemporanea, consapevole dell’innovazione radicale prospettata dal web, una sinistra nel segno di un rinnovato cosmopolitismo contrassegnato dalla rete, che riesca a governare un’epoca quanto mai controversa e complessa come quella che stiamo vivendo. Serve restituire un significato aggiornato alle parole uguaglianza, libertà e giustizia, che restano la sostanza del nostro impegno collettivo. Dobbiamo riflettere su cosa significhi un’organizzazione politica nell’epoca della Rete e della digitalizzazione della realtà.

La sinistra ha pagato lo scotto della sua incapacità a formulare una narrazione e una identità nuove, costruire e adeguare il linguaggio alla scena politica e culturale del paese, con un’efficace comunicazione di simboli. La sfida può giocarsi nell’ambito dell’elaborazione di una cultura politica che riscopra il valore del cittadino come individuo e le sue aspettative, ma anche attraverso la presenza sul territorio e una maggiore attenzione alle nuove forme di comunicazione. Per comprendere una società in movimento è necessario, a parere di chi scrive, prendere in considerazione il crescente allontanamento dei cittadini da forme di coinvolgimento politico tradizionale: si pensi alla cosiddetta crisi dei partiti, ovvero alla diminuzione della partecipazione alle attività di militanza dei partiti di massa. Emerge in primo luogo il fenomeno della sua mediatizzazione: la sinistra deve adeguarsi alle regole, agli obiettivi, alle logiche di produzione dei media. I politici devono quindi negoziare con i media i tempi, i formati, i linguaggi e perfino i contenuti.

Infine, due ulteriori fattori devono essere considerati: la personalizzazione e la spettacolarizzazione. L’interazione dei fenomeni delineati in precedenza genera un nuovo scenario nel rapporto fra cittadini e politica. Da una parte troviamo un fruitore di politica sempre meno interessato e attento, sempre meno coinvolto dalle forme e dai linguaggi tradizionali che essa assume. Dall’altra ci sono mezzi di rappresentazione, la televisione innanzitutto, ma non solo, che privilegiano la semplificazione, la rapidità e l’immediatezza. Con la fine delle grandi narrazioni la sinistra ha perso la capacità di dare ordine al fluire caotico della realtà e di organizzare in un unicum intelligibile le proprie idee e la propria azione politica, che di conseguenza è apparsa ai cittadini sempre più distante e meno comprensibile. La sinistra deve trovare prassi nuove per interagire con il pubblico nuovo della politica. Deve individuare forme inedite per comunicare con un elettorato sempre meno coinvolto, attraverso i canali mediatici che non sono adatti all’espressione di ragionamenti complessi con linguaggi complessi. È necessario trovare modalità nuove che, pur conservando la validità politica e culturale del pensiero riformista, riescano a favorire il dialogo con una società radicalmente diversa rispetto a quella che ha visto l’affermazione dei partiti di massa. Nello scenario attuale bisogna ripartire dai problemi della società e da proposte tangibili per la loro soluzione, e allo stesso tempo essere capaci di definire un nuovo vocabolario della sinistra e nuove forme di comunicazione in linea con lo spirito del tempo. Occorre portare il cambiamento di paradigma fino in fondo, anche mitigando lo stile comunicativo complesso con l’utilizzo di linguaggi più adatti alle modalità di ricezione del pubblico.

La rivoluzione della Rete non consiste nell’apertura di un nuovo canale accanto a quelli dell’etere, del digitale terrestre, del cavo e del satellite; la novità del Web è aver introdotto una nuova configurazione della comunicazione, quella molti a molti, che trova nei social media la sua espressione più compiuta. Non giova demonizzare il nuovo linguaggio che si è creato con l’avvento dei social network, compresi i meme. I ricercatori studiano questo nuovo linguaggio anche per comprendere le esigenze degli elettori che ne fanno uso e che, attraverso di essi, formano le loro idee politiche. In Italia, invece, il fenomeno o è del tutto ignorato, oppure sottovalutato. La democrazia dipende sempre più dagli elettori che si impegnano sui social media. Se l’obiettivo è quello di costruire un movimento che sia efficace nell’opporsi agli attacchi agli ideali democratici e alla libertà di stampa, la sinistra non può essere troppo orgogliosa quando si parla di meme. Possiamo rammaricarci del fatto che il dibattito pubblico non abbia l’articolazione e la profondità che lo contraddistingueva in passato, ma la nostalgia per il tempo che fu non aiuterà la sinistra a ricostruire un dialogo con un elettorato che evidentemente non conoscono e di cui, circostanza ancora più grave, non comprendono il linguaggio. I meme sono un mezzo nato nei meandri più nascosti di internet, e ora entrato a pieno titolo nella cultura pop, che permette di parlare ad una grande platea di persone, soprattutto giovani. Un modo corretto di usare i meme potrebbe essere invece quello di dare brevi informazioni, verificate, e così indurre il pubblico ad approfondire un particolare tema, creando in questo modo anche una comunità. La retorica, i simboli e le storie sono strumenti per creare suggestioni, ma queste suggestioni vanno anche canalizzate ed è lì che entra in gioco la buona o la cattiva politica.
Umberto Riccio
Architetto, Presidente CasertaTurismo.it

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