Leonardo Becchetti nell’editoriale di oggi di Avvenire con puntualità e intelligenza coglie alcuni aspetti di fondo della questione che si è aperta con l’offerta di acquisto di TIM ad opera del fonmdo di investimento americano KKR. Ora, a dire il vero, non è che la questione non fosse già aperta: solo una visione politica miope o soggiacente agli interessi di un certo capitalismo nostrano e ad una certa idea di mercato globale ha impedito di coglierla mentre ora essa si evidenzia ancor più nettamente e tutti sono costretti almeno a vederla.

Becchetti sottolinea due aspetti fondamentali :

Il primo:

L’offerta di Kkr tocca una questione dove aspetti tecnici molto complessi non consentono spesso di cogliere aspetti di assoluta rilevanza visto che l’accesso alla Rete è destinato a diventare un diritto fondamentale che potrebbe finire in Costituzione vista la sua importanza chiave nell’assicurare la realizzazione della seconda parte dell’art. 3 dove si parla di rimuovere «gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Tutto questo perché nell’Italia del presente e del futuro l’accesso alla Rete è e sarà fondamentale per la relazione con la Pubblica Amministrazione (si pensi allo Spid), per la longevità attiva, la formazione, la telemedicina (solo per citare alcuni esempi) e soprattutto per la possibilità di lavorare a distanza. In questa difficile stagione della pandemia abbiamo capito quanto siano importanti i servizi di rete e ci siamo accorti di quanto la qualità e la potenza della connessione siano fondamentali e determinino nuove forti diseguaglianze tra le diverse aree del Paese. Un servizio di Rete universale con le stesse caratteristiche di accesso nelle aree a maggior redditività per l’operatore privato (i grandi centri urbani) e quelle a minore o negativa redditività (molte delle aree interne) diventa fondamentale se veramente vogliamo realizzare la seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione e tutte quelle opportunità di valorizzazione e rilancio delle aree interne del nostro Paese al fine di riconciliare efficienza e bellezza.”

Il secondo:

Il tema, dunque, diventa se e come il bene pubblico dell’accesso universale di qualità alla rete delle telecomunicazioni si può conciliare con un’eventuale proprietà di un fondo di private equity che ha come obiettivo quello di massimizzare il rendimento del capitale a breve (e di conseguenza nessun interesse a investire per la qualità della rete in aree meno redditizie). Non a caso in nessun Paese industriale avanzato il controllo della rete di telecomunicazioni è in mano a un fondo di private equity.

I modi per riconciliare l’interesse pubblico con quello dell’operatore privato come sappiamo sono molteplici. Il golden power è la facoltà d’intervento del governo per tutelare interessi strategici in presenza di una guida privata delle società. La complessa regolamentazione del settore è finalizzata a conciliare i due obiettivi anche se troppo spesso il regolatore finisce per essere debole e ‘catturato’ dai regolati. La proprietà pubblica, o a controllo pubblico, è un’altra possibilità a disposizione.

Ecco il tema posto con grande chiarezza.

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