Ci sono vicende che hanno la forza di disvelare la natura reale delle cose, di squarciare quel velo di ideologia che le circonda e che è costruito proprio per impedire di vedere o, meglio ancora, di far vedere quel che non c’è. La natura forse più peculiare del capitalismo di oggi è proprio questa : la capacità di utilizzare al massimo gli apparati di costruzione di egemonia, il lavoro sulle idee, sui desideri e sulle speranze dell’umanità non in quanto elementi da valorizzare ma in quanto risorse da porre al servizio delle strategie del proprio onnivoro sviluppo.

La cronaca, o storia recente se volte, ci presenta un susseguirsi di disvelamenti : la Pandemia, i Cambiamenti climatici, le drammatiche vicende dei migranti di mare e di terra, le decisioni di Fondi di Investimento globali che con un tratto di penna decidono di chiudere stabilimenti, di distruggere lavoro e valore, e in Italia c’è una densità preoccupante di casi del genere.

Ora, ritorna il tormento delle telecomunicazioni o, per meglio dire, del cuore delle reti di comunicazione digitale italiane con TIM, con quello che rappresenta questa infrastruttura davvero vitale per il paese.

La storia è lunga. Meriterebbe di essere raccontata per intero. E riandando a quel lontano 1997, quando in capo al Governo Prodi si compì la privatizzazione dell’allora Stet-Sip con il meglio ( si fa per dire ), del capitalismo italiano che da allora si è succeduto nel controllo – da Fiat a Olivetti a Tronchetti Provera-Pirelli a Benetton, Banche sempre pronte e prodighe di crediti a lorsignori…. con il corredo di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite – fino alla loro resa senza vanti ai soggetti esteri, da ultimo Vivandi francese, viene da riflettere su quanto, per imboccare strade nuove sia necessario sottoporre a critica le vecchie seguite. Ora, poichè questo non è lo sport preferito dalla politica italiana, nè , meno che mai, della sinistra o similtale, si sta correndo verso un nuovo giro di quell’esproprio di sovranità che il paese e la democrazia patiscono in più di un campo.

Dovrebbe far riflettere o no che addirittura ora un operatore finanziario, il fondo di investimento americano KKR voglia rilevare l’intera proprietà TIM? Per sua natura un Fondo di investimento è interessato solo alla valorizzazione del proprio investimento, alla redistribuzione ai suoi soci e investitori di un minimo di utili all’anno ( 10,15%?), costi quel che costi. Nessun interesse alla dimensione produttiva se non finalizzata a quella finanziaria. E non è che non lo si sa questo. E’ già scritto.

E allora, perchè il Governo si mostra compiaciuto dell’offerta KKR e si precipita a dichiarare che nulla farà per alterare le sacre regole del mercato che ha il diritto di decidere…? E’ in passaggi del genere che si capisce meglio il senso vero di una politica o di un indirizzo di Governo: più chiaro di così con la compagine di Draghi è difficile immaginarlo.

Amaramente, ma questo non sorprende. Sorprende invece la assoluta inanità dei soggetti politici, del PD e di quel poco di sinistra che vi si accompagna al Governo.

Ma come, oggi, quando sono cadute le illusioni, per chi le ha coltivate, sulle promesse di un capitalismo scintillante che in quel tornante degli anni novanta del secolo scorso e per un buon ventennio abbacinò destra e manca; oggi di fronte a quel po’ po’ che è successo dal 2007/2008 in qua, fino a pandemia, populismo, sconquassi economico-sociali, pianeta al limite, senza colpo ferire si continuano a battere le strade del passato, quelle delle privatizzazioni senza strategia , salvo poi lamentarsi di un paese più ‘piccolo’, più ridimensionato dal quale, per la ristrettezza dl un patrimonio industriale e di servizio avanzato, i giovani più bravi sono costretti ad emigrare, sì, usiamola questa parola?

E la cultura di governo del PD che ha da dire? E quella delle residue forze di Sinistra critica? E il Sindacato, ma davvero il problema è solo quello di evitare lo spezzatino?

E allora forse le questioni che furono poste tra il 1995 e il 1997 quando si stava andando alla privatizzazione della Stet non solo non erano proprio peregrine, anzi, a vedere il peso strategico che le telecomunicazioni hanno assunto nei decenni successivi ( dobbiamo ricordare da ultimo lo scontro USA-CINA sul 5g? ), potrebbero tornare utili se solo vi fosse una lungimirante visione politica.

Mi riferisco al binomio che allora si propose – in una battaglia di minoranza che però con una buona dose di testardaggine pure meritoriamente si diede e che oggi tornerebbe di estrema attualità – di rete infrastrutturale pubblica e di massima liberalizzazione invece di servizi e operatori . Del resto, anche la privatizzazione più spinta non ha potuto negare al pubblico, proprio per il carattere strategico delle reti di telecomunicazione, il potere di decisione di ultima istanza che lo Stato ha voluto conservare a se’ con il Golden Power, cioè la possibilità di bloccare evoluzioni societarie contrarie agli interessi nazionali.

Ecco, è da qui che si potrebbe ripartire ancora. A volerlo.

Gianfranco Nappi

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