E’ emersa nel collettivo della Redazione di Infinitimondi l’esigenza di provare a concorrere al confronto in vista delle prossime elezioni amministrative a Napoli. Lo facciamo a partire dal Documento che pubblichiamo e sul quale apriamo una discussione pubblica.

Documento di Posizione
NAPOLI FINO IN FONDO


Tornate tra la gente,
parlate con la città.

(Gerardo Chiaromonte ai compagni del suo partito. Aprile 1993 )




Intendiamo contribuire allo sviluppo di un confronto sul tema cruciale delle forme di partecipazione alla vita pubblica della città, alle scelte del suo governo, alla definizione dei suoi obiettivi strategici.
Sappiamo per esperienza che su questo scoglio si è arenata più di una esperienza riformatrice e che nel momento in cui il flusso partecipativo non trova più canali per alimentarsi ed esprimersi il segno stesso di una esperienza di governo muta, arretra, si ridisloca su un terreno lontano dai suoi principi ispiratori.
Il Governo della città mai come in questa fase tutto è tranne che neutro. La città, il suo territorio, le sue funzioni sono state assorbite in modo inedito all’interno del circuito di produzione di valore mercantile che da tutto tende ad estrarre e ad appropriarsi di ricchezza: perfino in modo più forte e totalizzante della stessa città industriale del XX secolo.
E’ così con l’immersione totale delle nostre vite nei circuiti della rete che estraggono dati che poi, elaborati, si trasformano in strumenti di controllo e di ulteriore estrazione di ricchezza nelle mani di pochi: la città, la metropoli diventa il luogo privilegiato di queste dinamiche per la sua densità abitativa e per la stessa densità delle funzioni che vi si concentrano.
La città quindi come grande ‘fabbrica’ che produce dati di cui reimpossessarsi socialmente e il cui utilizzo in questa direzione va finalizzato.
E già in questo viene un grande obiettivo del Governo di una Metropoli.
E’ così per la fruizione e valorizzazione del suo patrimonio storico, artistico, culturale, letterario, musicale; del suo immaginario e del suo artigianato; dei suoi spazi simbolici e catalizzatori di tutto questo.
I tratti di unicità di Napoli sono stati anch’essi posti al centro di processi di valorizzazione che nei fatti la escludono, la configurano come un pieno vuoto.
Lo vediamo nella difficoltà di consolidare un sistema di produzione culturale oltre le eccellenze di tanti singoli ma che si affermi appunto come tale, sistema, moderno distretto produttivo di sapere e di conoscenza, capace di disseminarle, di contaminare nel profondo il tessuto sociale.
Lo vediamo nella difficoltà dei grandi attrattori culturali, pur nel successo dei loro numeri, di generare nuovi sistemi produttivi e di allargare il campo della fruizione culturale proprio nella città ospitante.
E un discorso non dissimile investe anche il sistema dell’alta formazione e della ricerca su cui andrebbe aperta una riflessione di fondo coinvolgendo i suoi stessi protagonisti: c’è da affermare una nuova e diversa idea di innovazione che dissemini la società napoletana con inediti profili lavorativi qualificati e c’è bisogno che il sociale segni profondamente processi innovativi che vanno fortemente orientati in chiave di sviluppo.
Lo vediamo in questi mesi di Pandemia quando il blocco degli spostamenti e delle attività ci ha presentato la realtà di un Centro storico ed antico che da ‘inattraversabile’ per dodici mesi all’anno per la mole di presenze turistiche e l’esplosione di sistemi di accoglienza come AirB&B che hanno svuotato il suo tessuto connettivo e di attività ( su cui invece andava investito ), alla realtà di oggi quando, come forse non era accaduto neanche nel periodo del terremoto dell’80, quel pieno si è totalmente svuotato lasciando dietro di se’ un aspetto di desolazione sociale.
E anche qui c’è uno straordinario e nuovo terreno di azione di Governo per nuove regolazioni, per segnare nuove scale di priorità e nuove gerarchie nell’uso di un territorio, nella definizione delle sue funzioni da sottrarre alla logica della rendita.
Lo vediamo, a proposito di Pandemia, in modo clamoroso nella condizione del sistema socio-sanitario. L’idea di una medicina sociale, di strutture e di occasioni di contatto e di assunzione dei cittadini e delle loro comunità in una rete di presa in carico preventiva capace di sviluppare un discorso integrale di salute e ben-essere non limitato alla medicalizzazione e alla ospedalizzazione ha ceduto il passo alle logiche della sanità-azienda e della privatizzazione. E il di più di sofferenza che si è aggiunto agli effetti del virus è stato determinato proprio dalla realtà di un sistema sanitario pubblico fiaccato e colpito. Qui c’è una traccia di lavoro per il futuro, quanto mai urgente, per rilanciare questa dimensione pubblica e di un sociale che sia effettivamente tale. E anche qui quel che si reclama è un di più di capacità di Governo, di scelta, di selezione di priorità e di interessi da tutelare e promuovere.
E sempre con la Pandemia, lo abbiamo visto nel settore tra i più colpiti: la Scuola. Qui davvero si tratta di mettere mano ad un’opera riformatrice profonda. Occorre partire da alcuni dati: il livello di abbandono dell’obbligo scolastico deve essere considerato insopportabile dal punto di vista civile; la presenza di un tempo pieno irrisorio deve provocare scandalo; l’assenza di mense scolastiche deve scandalizzare non meno così come ci vuole un vero obbligo per assicurare sempre il meglio del vitto possibile e non quello più economico.
E’ nella scuola pubblica che occorre investire, incentivando anche forme nuove di apprendimento, stimolando tutti i protagonisti del suo mondo, sollecitandoli, accompagnandoli ad una fase inedita di apertura al territorio: nessun privato sociale e nessuna Scuola aperta potrà mai sostituirsi alla centralità della scuola pubblica.
Con una più forte Scuola pubblica lo stesso privato sociale selezionerà il meglio delle sue esperienze per sviluppare il suo ruolo non meno importante.
E lo vediamo nel sistema di mobilità pubblica, ridotto allo stremo con effetti enormi dal punto di vista dell’inquinamento e del tempo-vita consumato letteralmente, in tutta l’atea metropolitana in una mobilità congestionata. E anche qui si impone un radicale ripensamento per porre al centro di investimenti e riorganizzazioni poderose l’intero sistema della mobilità pubblica.
Potremmo continuare ancora. E occorrerà, nel prosieguo di un lavoro di elaborazione e di confronto, continuare per davvero su tanti altri tracciati di sviluppo.
Nessuna delle questioni seppur sinteticamente rappresentate, e che ben condensano a nostro avviso un preciso ordine di priorità, reclama un semplice buongoverno.
Non c’è aspetto delle scelte di Governo di una grande realtà quale Napoli è che non implichi visione e selezione di priorità di interlocutori sociali.
Questo vuol dire che nessuna scelta può immaginarsi come non produttrice di resistenze, di opposizioni.
E dunque ogni scelta deve saper far emergere i mondi sociali interessati e saper tenderli protagonisti attivi: condizione ineliminabile questa per vincere resistenze e opposizioni conservatrici.

Due esempi concreti che delineano anche due grandi priorità.
La nuova Amministrazione dovrà essere quella del compimento della transizione ecologica e della città che vuole abbattere le sue emissioni prodotte in modo tanto significativo da rappresentare un modello di riferimento e, quindi, dovrà ripensare globalmente l’organizzazione e il funzionamento suo e della sua area metropolitana, aprendo lo spazio alla priorità radicale dei bisogni pubblici e sociali in alternativa a quelli speculativi e mercantili.
La nuova Amministrazione dovrà essere quella del lavoro, della sua qualità, della sua dignità, della sua opportunità al centro di una iniziativa volta a creare tutte le migliori condizioni per l’affermarsi di questa scala di obiettivi.
E dovrà essere quella che guarda alla città come fatta davvero da donne e uomini.
Tutti questi grandi obiettivi di sintesi rimandano a loro volta, insieme a tutti gli altri già individuati, alla apertura di una fase segnata nei prossimi anni dalla iniziativa straordinaria e inedita dell’attuazione del Recovery Plan da immaginare come opportunità da giocare in chiave radicalmente Meridionalistica.
Ecco allora tutto intero il tema della partecipazione restituitoci come condizione essenziale per Pensare il Governo: non separazione ma intima connessione.
Se è vero, come è vero, che il Governo di una grande città ed area metropolitana si confronta con attori che si muovono anche su una scala globale e con i relativi interessi e capacità di aggregare blocchi speculativi con radici profonde nel tessuto sociale cittadino, mai quel Governo, se vorrà essere Riformatore, se vorrà scegliere la priorità degli interessi popolari e generali, potrà ridursi all’azione di una cerchia ristretta o alla tecnocrazia: cerchia ristretta e tecnocrazia significa direttamente o essere più deboli di fronte alla forza di grandi interessi costituiti o più semplicemente diventarne alleati o addirittura strumenti più o meno consapevoli.
E’ su questo terreno dunque, che non è un classico contenuto programmatico ma senza il quale nessun programma vero e con forte impronta sociale vive che occorre segnare in termini innovativi una esperienza di Governo della città che voglia guardare avanti.
E nello sviluppo di una inedita trama partecipativa c’è anche uno degli antidoti più grandi per frenare e sconfiggere l’influenza della camorra e delle organizzazioni criminali nel vivo della società.
In tutto il primo tempo della Repubblica questa partecipazione è stata largamente assicurata dall’azione dei Partiti e soprattutto da quelli di massa che vivevano in intima connessione con la società e le sue articolazioni più vitali proiettando nelle istituzioni pulsioni ed esigenze diffuse.
La svolta del 1975 a Napoli fu il frutto di una grande spinta partecipativa. Quelle Assemblee in piazza con I cittadini domandano l’Amministrazione risponde , con Maurizio Valenzi e i suoi Assessori, cosa erano se non il tentativo di farla vivere quella spinta anche ‘dopo’?
E la stagione di Antonio Bassolino del 1993 nacque anch’essa sulla spinta di un risveglio della città, delle sue energie, con i partiti in piena crisi e con un rivolgersi direttamente alla società da parte degli eletti: la personalizzazione della politica più spinta come condizione, in un momento di grave crisi, per ricostruire la fiducia nelle istituzioni e riaccendere una spinta sociale partecipativa.
Poi, quella spinta non seppe darsi forme e sedi, canali di partecipazione strutturata, anche per la non risolta crisi dei partiti.
E in assenza di un processo di riforma della politica in Italia quella personalizzazione estrema si presentò come un aggiramento del problema riconsegnandocelo in forme sempre più acute nel tempo.
La seconda esperienza amministrativa di Rosa Russo Iervolino Sindaco, dopo le incertezze della conclusione della sua prima esperienza, fu spinta in modo straordinario da una ampia fase di ascolto della città che il Sindaco promosse e che la portò ad incontrare, ascoltare, coinvolgere, centinaia esperienze associative.
Poi quello sforzo non proseguì ‘dopo’, anche sotto l’urgenza di una crisi dei rifiuti devastante.
Si arriva così a Luigi De Magistris che sa interpretare nella crisi verticale del PD che raggiunge un punto estremo, un bisogno di cambiamento e di radicalità partecipativa che ne segna in modo determinante il successo.
La prima fase della sue esperienza è segnata positivamente da una elaborazione di contenuti di Governo e di azione riformatrice profonda: nel campo della gestione dei servizi pubblici, a cominciare dalla riforma della gestione dell’acqua pubblica, dopo il Referendum, con Acqua Bene Comune; in quello proprio dei Beni Comuni e della socializzazione di spazi della città da sottrarre alle mire speculative e da riconsegnare ad un prioritario uso sociale; in quello della politica culturale della città con lo spazio dato a tutto un mondo associativo e culturale che anima territori e quartieri in modo diffuso; in quello della individuazione di prime forme di partecipazione strutturata alla vita amministrativa.
Poi, in modo altrettanto repentino, l’estrema personalizzazione e l’assenza di costruzioni politiche nuove e stabili, determinano la crisi di queste stesse sperimentazioni, affossate nei fatti dallo stesso promotore.
A questo ha contribuito in modo non secondario poi lo scontro, e anche qui siamo sul terreno della personalizzazione deteriore, che ha impegnato negli ultimi lunghi sei anni i vertici della Regione e del Comune.
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E allora è da questo nodo che vuole partire la nostra sollecitazione che a nostro avviso deve vivere già ora e non va rinviata ad un dopo voto.
Primo nucleo di domande : Come si costruisce il Programma per la Città? Chi ne è protagonista? Quali forze coinvolge? Attraverso quali tappe?
Secondo nucleo: Quali forme permanenti di partecipazione vengono individuate, costruite come, con quali poteri definiti per l’azione amministrativa?
Terzo nucleo: Quale visione dei Servizi pubblici e sociali cittadini, della loro gestione, del loro rapporto con gli ‘utenti’ e del ‘potere’ degli ‘utenti’ nei loro confronti?

Intorno a questi tre nuclei tematici pensiamo di sviluppare il necessario approfondimento e confronto provando a riconnettere sia il meglio di tutte le esperienze amministrative sin qui realizzate ( quel che di buono è stato fatto va raccolto come materiale prezioso, messo a frutto e sviluppato ulteriormente nello scenario nuovo ), sia volgendo lo sguardo ad altre esperienze su scala italiana e internazionale che si sono mosse in modo originale su questi medesimi terreni con originalità e creatività.
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Il dato di fondo che vogliamo sottolineare è che a nostro avviso occorre rientrare da stagioni intere di personalizzazione della politica, che hanno prodotto in conclusione una crisi più acuta della democrazia e delle sue istituzioni, con elementi di vera patologia democratica come nel caso della Campania, e cominciare a praticare un terreno nuovo nel quale la giusta assunzione di responsabilità personale di chi esercita funzioni pubbliche sia inserita in un tessuto di strumenti e di norme che definiscano il territorio di un potere collettivo democraticamente esercitato.
A questo fine risulterà decisivo l’avvio di una fase di Politica Costituente di nuove forme e soggettività politiche che interpretino in modo originale l’allargamento degli spazi di partecipazione alla vita pubblica ampliando le stesse basi sociali rappresentative della democrazia.
Se è vero che in sua assenza le stesse sperimentazioni su scala partecipativa amministrativa corrono il rischio di rifluire o di burocratizzarsi, è anche vero che queste ultime possono essere da spinta anche per procedere sul terreno costitutivo delle prime.

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Comincia così il nostro confronto con l’ipotesi di candidatura di Antonio Bassolino.
Non sappiamo se essa si confermerà.
Ma vogliamo discutere con lui di tutto questo.

Siamo convinti che anche per la sua proposta non c’è un dicebamus da riprendere ma che occorre muoversi su un territorio effettivamente nuovo che dovrà essere segnato da protagonisti altrettanto nuovi.
In questo senso, proprio per il cambio di fase che questo voto obiettivamente segna, per le condizioni della città da un lato e per lo scenario aperto del con e dopo la Pandemia, si tratta di immaginare aggregazioni che vadano oltre il classico formulario politico e si caratterizzino per un forte impianto largo e civico.
In questo senso riteniamo che la sua storia e la sua personalità possano essere giocate per aprire la strada, qui ed ora, a nuove generazioni competenti e desiderose di segnare con le proprie idee e le proprie energie il futuro della città.
E aprire un varco di passaggio dove invece la crisi dei partiti, il loro abbarbicarsi in logiche correntizie e di potere, il prevalere di una subalternità alla rendita e a poteri economici consistenti, la personalizzazione vuota della politica ha lasciato esposti settori ampi di società alle influenze di un populismo deteriore, ostacolato il consolidarsi di nuove forme partecipative, rappresentato un blocco impenetrabile.
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L’immagine in evidenza è un’opera di Maurizio Valenzi, da fondazionevalenzi.it .

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