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Pubblichiamo in anteprima la recensione del Romanzo fatta da Enzo Rega per il nuovo numero di Infinitimondi, il 15/16 2020

Lettere da un altro tempo. Il romanzo di Piero Bevilacqua tra guerra e pandemia 

   “Siamo stati la prima città che ha mandato a casa l’invasore, che si è liberata da sola. Napoli, la città dove si canta nei vicoli e si passeggia al sole, Napoli sempre per strada, Napoli teatro in piazza, Napoli tranquilla e filosofa, Napoli lazzarona ha tirato fuori il suo grande cuore, ha mostrato di che è capace” (p. 117). In queste poche righe Bice, una delle due protagoniste del romanzo di Piero Bevilacqua, Lettere da un altro tempo (Castelvecchi, Roma 2020, pp. 124, € 15,00), sintetizza nel suo diario, alla data del 2 ottobre 1943, ultima delle Quattro giornate di Napoli, il carattere di una città, tra svagatezza e capacità di rispondere alle chiamate della storia. Microstoria e grande storia s’intrecciano in queste pagine nel sovrapporsi di epoche diverse, e nell’identificazione di una donna, la nipote Francesca, nell’altra, la nonna Bice. Da storico che si fa scrittore (ma che non è nuovo nel campo letterario, con altre prove narrative e un testo teatrale dedicato a Giordano Bruno), l’autore, specialista del nostro Mezzogiorno, ma non solo, filtra attraverso gli occhi delle due protagoniste gli eventi degli ultimi anni del fascismo e della guerra e quelli recenti della pandemia, cronaca che a distanza di pochi mesi sembra farsi già storia: come immagini consegnate ormai alla storia scorrono sotto i nostri occhi le file di bare dei morti, la teoria dei carri militari a Bergamo, i barboni ammucchiati ma distanziati in un parcheggio a Las Vegas, l’omelia solitaria del papa sotto la pioggia (e questo libro stesso si fa testimonianza storica).

   Francesca, nei giorni del confinamento (quello che in inglese ci siamo abituati a chiamare lockdown), scopre una lettera della nonna – missiva occultata dalla madre che è una sorta di terzo incomodo tra le due donne divise da una generazione intermedia – che le vuole affidare un suo tesoro personale, una “scatola magica” che contiene un malloppo di lettere dei suoi amanti o corteggiatori che hanno lusingato una sensualità mai sopita neanche nella tarda età: la nonna non accetta le convenzioni che vorrebbero spenti i sensi per affermare, ancora, “io mi ribello” – e questo romanzo appare anche come un libro sui diritti della vecchiaia. Da Roma in cui vive Francesca compie, sfidando le severe restrizioni sugli spostamenti, un’escursione a Napoli dove si è spenta la nonna d’origine calabrese, per recuperare le lettere insieme alle quali trova inaspettatamente anche un diario di pugno di Bice. Nella sospensione temporale determinata dall’epidemia in corso, in quel non-tempo, s’immerge in un altro tempo per ascoltare le “voci che salivano dal passato” (p. 49).

   Non nascosto è il gioco di Piero Bevilacqua di paragonare e quasi, in qualche modo, identificare, due eventi storici lontani e apparentemente diversi, due differenti guerre: quella palese delle armi e dei bombardamenti del secondo conflitto mondiale e quella contro un nemico invisibile e subdolo, due prove entrambe estreme. E la frase con cui si conclude una postilla del diario di Bice, che dalla guerra salta al 2018 (alle soglie della propria morte), rivela l’intento dell’autore che riporta una profetica considerazione della donna ormai giunta ai novantasette anni: “Solo un’inattesa catastrofe, un cataclisma più grande della guerra, un evento di terrore universale potrà indurre tutti a deporre le armi, a prendersi per mano contro il nuovo nemico. Ma io non ci sarò e forse questo mi duole” (p. 124). Una speranza, condivisa da molti, che la prova terribile della pandemia non ci restituisca alla precedente e ormai insostenibile normalità.

   La trama del libro è costituita dall’alternarsi delle storie che emergono dalle lettere e dal diario con i giorni vissuti da Francesca in città vuote e silenziose in modo angosciante: sia Napoli, in cui si recuperano le testimonianze della nonna, sia Roma nella quale Francesca, studiosa di letteratura francese, abbandona la sterminata bibliografia proustiana e le aride ricerche sul mobilio nei romanzi di Proust per compulsare invece le pagine di una vita vera che dal passato rivive in lei. E si rispecchiano anche due storie d’amore, pur diverse tra loro: la storia tra Bice e Nino – un antifascista di estrazione proletaria che porta dentro di sé il trauma della sorte del padre operaio incarcerato dagli sgherri del regime (il suo ricordo si intreccia con quello del padre di Bice, un medico socialista che cura gratuitamente i braccianti calabri) – e la storia tra Francesca e Gianni, un economista in quei giorni lontano da Roma. Se Bice e Nino discutono del fascismo indignati dal temporaneo avvicinamento tra la Germania nazista e l’Urss che appariva come il paese del nuovo esperimento, Francesca e Gianni invece parlano a lungo dell’incapacità della scienza economica e di quella medica a risolvere davvero i problemi nei rispettivi ambiti: per quest’ultima l’impotenza di fronte alla pandemia. Ma non viene risparmiata la critica alle spaventose sperequazioni sociali della nostra epoca.

   La nipote ripercorre l’avvicinamento della nonna all’impegno politico, prima con la partecipazione agli eventi delle Quattro giornate che la portano a scoprire la vita dei contadini nelle campagne, dove le donne si recano a racimolare cibo per la città affamata, e poi con l’adesione al partito comunista. E Francesca, in una ulteriore immedesimazione, sente di innamorarsi anche lei di Nino, la cui sorte cerca di conoscere consultando freneticamente quelle lettere giunte da un altro tempo, in una “inversione dei tempi”, nella quale al rapporto con la madre vecchia si alterna la scoperta della vita della nonna giovane. Un’inversione e sovrapposizione di tempi nella quale siamo condotti da una scrittura sapiente e da una ricostruzione accurata di fatti e questioni.

Enzo Rega

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