Vogliamo ricordare Carlo Franco , figura tra le più importanti del giornalismo e della cultura napoletana, scomparso ieri, rieditando un suo contributo per Infinitimondi. Nello specifico l’articolo che ci inviò per il numero del dicembre 2018 dedicato alla storia dell’accoglienza dei bambini napoletani in Emilia romagna nell’immediato dopoguerra. In quel pezzo ci parlò di Gaetano Macchiaroli, protagonista anche di quella esperienza straordinaria.

GAETANO MACCHIAROLI        

A questo articolo su Gaetano Macchiaroli che considero un atto dovuto dopo aver posto in un canto – a beneficio di chi o di che? – una delle figure più rappresentative della cultura e della sinistra italiana, raro esempio di fermezza e di militanza attiva, ho cominciato a pensare immediatamente dopo che il cronista del tg3 aveva dato conto della risposta positiva del popolo dem alla manifestazione di protesta contro il governo giallo-verde organizzata dal Pd in piazza del Popolo. Tantissima gente, tutte le Italie presenti, ma poca anima; tanti slogan ma nessun progetto. Ascoltare quella cronaca e recuperare, come antidoto, il percorso politico culturale e manageriale dell’ultimo illuminista, dunque, non è un rigurgito nostalgico, ma una esigenza di ritornare alle buone pratiche (dimenticate) dell’opposizione intransigente e costruttiva e recuperare quel minimo di iniziativa politica che consenta di serrare le fila e di spazzare via la coalizione di sprovveduti improvvisati governanti ma sorretti esclusivamente da smania di protagonismo e sete di potere.

 La situazione di oggi richiama, non v’è dubbio, quella della lunga e appassionata stagione politica dell’editore artigiano impostata sul rigore e sulla fedeltà ai valori della democrazia. Anche se oggi, a differenza di allora, l’Italia è più povera e più isolata e qui torna alla mente la sontuosa accoglienza riservata a Pablo Neruda che rientrava dal Congresso per la pace mondiale tenutosi a Parigi e fu ospitato, tra gli altri, da Gaetano Macchiaroli e da Paolo Ricci. L’editore-artigiano, come amava definirsi, ha combattuto mille battaglie, molte volte da solo. Anche contro tutti. Questione di carattere, si è sempre detto: un carattere ispido e poco disponibile, ma i fatti quasi sempre gli hanno dato ragione.  Altri tempi,  ma è vero fino ad un certo punto visto che oggi siamo ripiombati nel baratro e per giunta mostriamo di non avere alcuna intenzione di porre fine alle lacerazioni. Si temeva un flop in piazza del Popolo e, addirittura, si paventava un’azione di sabotaggio per screditare l’iniziativa, ma la risposta dei militanti, accorsi da tutte le regioni, ha dimostrato ancora una volta che la base è più pronta e disponibile della classe dirigente. Sfarinata e, quindi, non adatta al ruolo. Una singolare e imprevista coincidenza, dunque,  che ha immediatamente innescato un’altra domanda, ben più impegnativa: don Gaetano avrebbe risposto positivamente alla chiamata alle armi giunta, però, a tempo probabilmente scaduto? Dilemma cornuto; seguendo le ragioni del cuore saremmo tentati di rispondere affermativamente (sarebbe andato a Roma, cioè), ma conoscendo la sua fermezza siamo portati a credere che non avrebbe aderito. Negli ultimi tempi aveva scelto di rinchiudersi progressivamente in sé stesso e non <sentiva> più il bisogno di accettare o lanciare sfide. Per un vecchio irriducibile combattente dell’ideale questa, si capisce, è la condizione peggiore. Lui l’ha vissuta con dignità, senza mai arretrare di un metro, nelle sue fortezze, il Castello di Teggiano, l’appartamento-studio di via Michetti, i suoi libri, le sue riviste autorevoli e frequentate dai massimi esponenti della cultura.  Acropoli, Cronache meridionali con Mario Alicata, Giorgio Amendola e Francesco De Martino. Contese la leadership del dibattito con Nord e Sud di Compagna e la sfida spesso raggiunse toni epici, ma venne giocata sempre nel rispetto delle regole del contraddittorio civile. Che spesso portava i contendenti a chiudere il confronto in pizzeria. Poi vennero altri titoli che hanno lasciato il segno: La parola del passato, le Cronache ercolanesi ed ancora altro. Nelle pause la casa editrice nel 1944, la prima libreria a Salerno cinque anni dopo e nel 1954 la seconda in via Carducci chiusa trentadue anni dopo.

Le sue erano accoglienti  <boutiques> culturali – le definì in questo modo Gampaolo Rugarli – ed avevano frequentatori illustri, da  Adolfo Omodeo a Giovanni Pugliese Carratelli, Marcello Gigante e tanti altri. Macchiaroli, dunque, fu un protagonista, scomodo magari, incapace di scendere a compromessi ma capace di far pesare il suo dissenso, all’interno del Pci, ma anche nelle poche cariche pubbliche nelle quali si impegnò. Come gli  accadde nel Teatro San Carlo – fece parte del Consiglio di amministrazione e venne posto in minoranza – nella Biblioteca Naziuonale, nel Conservatorio e nel Palazzo Reale. Si deve a lui, però, l’organizzazione della straordinaria mostra dei manoscritti di Giacomo Leopardi che fu portata in giro per il mondo raccogliendo dovunque grandissimi consensi. E qui vale il suo dna <dianese> che lo aveva temprato alla dialettica silenziosa ma pungente, puntuale e efficace. Potremmo riportare tantissimi episodi, ma scegliamo due citazioni che riteniamo esemplari.  La prima risale al 1938 quando, studente appena diciassettenne del Sannazzaro, si fece promotore di una mobilitazione in difesa della sua insegnante ebrea, Titta del Valle, docente della scuola vomerese vergognosamente discriminata. L’unica sua colpa era essere ebrea ma fu sufficiente al preside che la sospese dallo stipendio e dall’insegnamento prima che fosse stata pronunciata una sentenza. Eccesso di servilismo: un <reato> che Macchiaroli considerava infamante. Furono giorni aspri quelli seguiti alla promulgazione delle leggi per la difesa della razza ariana, ma Gaetano – come attestato da Giorgio Amendola in “Una scelta di vita” – non ebbe esitazioni, organizzò un volantinaggio antifascista seguita da una manifestazione di protesta e da una raccolta di fondi che consentì di raggranellare ottomila lire, una cifra considerevole per quei tempi, con i quali potette fornire alla professoressa, nel frattempo messa fuori dalla scuola, una assistenza in qualche modo soddisfacente. L’idea risolutiva scaturì da un incontro tra Macchiaroli e l’editore Casella i quali decisero di acquistare tutte le copie di una raccolta di poesie della professoressa consentendole di far fronte alla prima emergenza.

Il secondo episodio esemplare, ventisei anni dopo (1964), fu decisivo per salvare la maestosa bellezza di Palazzo Roccella, oggi sede del Pan e austera sentinella di cultura , che con ardire criminale stava per essere violata e violentata dalle mire espansionistiche di Ottiero Ottieri un volgare palazzinaro (lo stesso del <mostro> di piazza Mercato che ancora grida vendetta e della orrenda colata di cemento che incombe sul Vomero e ne soffoca la vita) che intendeva trasformare la dimora di Francesco Di Sangro principe di Sansevero poi donata a Vincenzo Carafa, in una mega bottega anticipatrice delle tendenze commerciali oggi dominanti. L’intervento di Gaetano Macchiaroli fu straordinario per tempestività e risolutezza: il piano ordito dai barbari era scattato di notte e il piccone demolitore aveva già fatto notevoli danni. Se non si fosse intervenuto in tempo la <missione> sarebbe stata portata termine in pochi giorni. Nell’assordante silenzio della città addormentata e complice.  Macchiaroli, sua moglie Inge e Alfredo Profeta, grafico raffinato e uomo di grandissima cultura che ha dedicato al <maestro> un libro esemplare, se ne resero conto tirando su la serranda della libreria via Carducci, proprio di fronte a Palazzo Roccella. Insieme alla iniziativa in difesa dei bambini napoletani questa è una pagina di cittadinanza esemplare e Macchiaroli la portò a termine utilizzando una strategia molto simile a quella sperimentata per difendere la professoressa ebrea ingiustamente espulsa dalla scuola. Quella volta l’editore-artigiano chiese ed ottenne la collaborazione degli studenti del Sannazzaro e, forte di quella positiva esperienza,  contro Ottieri, scatenò la civile reazione dei ragazzi dell’Umberto che fu immediata e incisiva. Insieme al contributo di alcuni esponenti della sinistra cittadina che fecero la loro parte. Una  vittoria della democrazia partecipata: il palazzinaro se la filò con la coda tra le gambe e qui si può dire che il suo fallimento – nel 1976 – è in larga parte <figlio> di quella clamorosa sconfitta. La vicenda, tra l’altro, ebbe ripercussioni positive anche sull’umore della città anche allora, manco a dirlo, in crisi di identità. Macchiaroli, infatti, non fu solo, ma chiese ed ottenne la partecipazione attiva di altri centri culturali in prima linea nelle battaglie per la difesa del patrimonio storico napoletano e del paesaggio: Italia Nostra che era diretta da Roberto Pane e il Centro di specializzazione di Ecomnomia Agraria di Portici fondato da Manlio Rossi Doria. I tre <tenori> saremmo tentati di dire e la definizione non sarebbe arbitraria perché di un bel concerto si trattò.

 Tiriamo le somme e riprendiamo da dove eravamo partiti: oggi il vecchio indomito Gaetano come si sarebbe comportato? Sarebbe andato a Roma per dare supporto ad una reazione non strategica ma di pancia improvvisata per tenere buona la base? L’interrogativo non è banale e solleva il coperchio dell’attenzione su uno dei motivi di dissenso che più hanno dilaniato e dilaniano la sinistra. Le cose, sostanzialmente, non sono cambiate e il pessimismo di Gaetano Macchiaroli sembra essere ancora oggi la risposta più adeguata.  

Il punto, insomma, è questo: se davvero si intendesse riaprire un discorso con l’intento di approfondire l’azione e il ruolo di Gaetano Macchiaroli – troppo frettolosamente chiuso nel bule delle cose passate (ha ragione la moglie Inge che ne custodisce amorevolmente e tenacemente la memoria tra lo studio vomerese di via Michetti  e il castello familiare di Teggiano)  senza cogliere fino in fondo il senso profondo della sua lezione lucida e coraggiosa  nel campo della cultura tout court e della politica, ma anche della musica – queste domande vanno intese come uno spartiacque, una linea di confine. O dentro o fuori, appunto: il dilemma ritorna e va risolto, una volta per tutte. Proviamo noi, allora, ad azzardare una risposta, ma la speranza è che ne seguano altre e che si avvii alla buonora un dibattito fecondo: Macchiaroli  lo ha sollecitato in ogni modo – sbattendo la porta ma anche offrendo la sua disponibilità a progetti che riteneva validi – ma la speranza si è andata progressivamente spegnendo. Al punto che negli ultimi anni gli ideali di una vita, tratti dagli insegnamenti di Palmiro Togliatti ma anche di Alcide De Gasperi oltre che dagli studi leopardiani e dei papiri ercolanesi, gli apparivano sempre più sfuocati se non sfuggenti. Impossibili, comunque,da raggiungere.  Se questo è vero, e lo è, anche se manca la controprova, bisogna concludere che a piazza del popolo non sarebbe andato e che se ne sarebbe rimasto tra i suoi libri nello studio di via Michetti (alle spalle, guarda caso, del Sannazzaro) magari per dare forma di progetto compiuto all’ultimo suo sogno:  una rivista internazionale di poesia stampata in tutte le lingue del mondo: una mission impossibile ma l’editore-libraro ha sempre dato prova di una straordinaria abilità organizzativa. Perchè, e qui arriviamo al nocciolo della domanda, questo gentiluomo napoletano scomodo, forse anche antipatico ma estremamente coerente non si è mai lasciato condizionare dalle scelte di cuore – così le definiva prendendo le distanze – ed ha sempre e solo ubbidito a quelle della ragione culturale e politica. Questa forza gli derivava probabilmente dagli antenati del Vallo di Diano – si definiva un <dianese> per sottolineare la vicinanza e la comunità di intenti con gli abitanti del Vallo di Diano una terra percorsa da fermenti straordinari di ribellione culminati nella rivolta contadina (“Il sangue dei contadini”) descritta mirabilmente da un compagno di agire e di lotta politica che ha avuto per lui una grandissima importanza: Pietro Laveglia. Insieme a Pietro e a  tanti altri antifascisti militanti – Leopoldo Cassese, Armando Marone, Roberto Volpe, Alfonso Gatto, Aldo Falivena – dette vita, infatti, alla straordinaria avventura della <libreria dei comunisti>  inaugurata nel 1949 a Salerno in piazza Malta che riuscì a stimolare – nonostante le accuse di  <eresia> che venivano lanciate da interi settori della borghesia di una città che ancora non aveva rimosso le prepotenze del ventennio fascista – l’interesse del vescovo Demetrio Moscato che venne a far visita agli <scomunicati> facendo scandalo anche perché di fatto apprezzò l’iniziativa più qualificante degli operatori della libreria i quali si adoperavano fattivamente svolgendo programmi educativi sul modello dei <quaderni> gramsciani. L’esperienza salernitana, però, durò poco e non lasciò tracce profonde nella città ancora condizionata dalle sue paure e dai condizionamenti politici: al ventennio fascista seguì un ancor più lungo patriarcato democristiano. E così nei primi Anni Cinquanta Gaetano Macchiaroli aprì bottega a Napoli, in via Carducci, e la libreria ben presto si trasformò in un salotto letterario. La mattina andavamo da Macchiaroli, a questa piacevolissima abitudine il cronista non ha mai rinunciato. Don Gaetano difficilmente si concedeva e rimaneva nello studio  preso da mille progetti, ma Inge e Alfredo erano anfitrioni perfetti. In via Carducci passavano tutti, da Luigi Compagnone, a Ermanno Rea, quando fuggiva da Milano, e la discussione, come usava dire, era sempre aperta.  Di questa postazione unica nello scarno panorama napoletano abbiamo già detto raccontando il magistrale intervento in difesa di Palazzo Roccella, ma è giusto aggiungere una considerazione in qualche modo conseguenziale: Macchiaroli non faceva politica da salotto, ma, come dire, la politica di movimento nel senso che ha sempre scelto, come mi confidò in una delle sue rarissime interviste, <stare nella realtà>. E viverla. O combatterla, come più spesso gli accadeva. Sia che confezionasse una rivista, sia che si occupasse, con Marcello Gigante, dei papiri ercolanesi. E’ il motivo per cui, anche se non lo ha mai esplicitamente affermato, ha privilegiato la fotografia che fissa l’immagine e non lascia margini ad altre interpretazioni. La fotografia più della parola? Non siamo di fronte ad una competizione tra generi ma certo è che per contrapporre la <sua> Napoli a quella crocianamente <nobilissima> arrivò a definirla <immobilissima> e Antonella Ciancio scrisse che per supportare questa definizione l’editore diceva di aver tratto ispirazione da una immagine della bellissima e sontuosa sala degli affreschi della Stazione Zoologica nella quale il palazzo di nton Dohrn si specchiava sul mare del Golfo in una giornata di calma assoluta.

Il retrobottega della sua libreria in via Carducci – nel sottoscala si riuscì a ricavare un altro vano, la saletta blu, nella quale le discussioni non disturbavano le contrattazioni dei clienti, è stato, insomma, per trentadue anni un osservatorio di prima linea, ma l’editore-artigiano era davvero a suo agio solo sole della veranda dello studio che, come dire, affacciava sul mare anche se ci trovavamo quasi a San Martino. IL cronista ha avuto il privilegio di essere più volte ospite della veranda e fu proprio lì, scaldato dai raggi del sole, che Macchiaroli rivelò il suo grandissimo amore per Napoli. Ne scrivemmo in un articolo per il Mattino – arricchito dalla riproduzione fotografica di un vecchio splendido ritratto dedicatogli da Paolo Ricci – all’indomani della pubblicazione del decreto con il quale il Capo dello Stato gli aveva conferito la medaglia d’oro coniata per i benemeriti della cultura. Il capoverso che intendiamo riproporre va letto come un appello, un’ultima chiamata democratica alle armi. Eccolo: “Mentre ti aspettavo mi è capitato sotto mano questa pagina di Amendola. In tutto il mondo esplodono nuovi fenomeni di razzismo ma si può dire che il sentimento di massa del popolo napoletano non è mai stato razzista. Napoli ha soprattutto bisogno di iniziative moltiplicatrici di cultura, in questi anni è mancato proprio lo sforzo di aggregazione, ci si è ridotti, magari per inerzia, a seguire vecchi metodi gestionali e la speranza delle forze sane della città si è disciolta come neve al sole”. L’articolo è comparso su il Mattino del 20 dicembre del 1983: l’attualità dell’appello mette ancora i brividi.

Carlo Franco

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3 commenti

  1. Un caro ricordo per Carlo Franco. Grazie per la sua vivacità intellettuale, per la passione che ha sempre messo nelle sue attività

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