LETTERATURA E ALTRE STORIE (A CURA DI CARLANGELO MAURO)



Fin da quando ero bambino, mio padre Felice, che è un pedagogista, mi spiegava l’importanza della razionalità e della fantasia, della mano destra e della mano sinistra secondo l’espressione di Bruner, di cui era ed è rimasto appassionato lettore nei suoi novant’anni di vita. Passati anche i miei di anni, l’aver conosciuto Bruno Galluccio, un poeta-scienziato che nella sua ricerca unisce il rigore delle scienze a quello del linguaggio e che ha pubblicato finora due raccolte per Einaudi (Verticali, nel 2009, e La misura dello zero nel 2015), mi rende sempre più convinto dell’importanza di questo connubio. E anche sempre più certo dei miei profondi limiti, finanche nell’uso di una sola ‘mano’: uno scritto su Galluccio che da tempo vorrei includere nella terza serie dei miei “Saggi su poeti contemporanei” – Liberi di dire in preparazione, non l’ho ancora terminato…Nondimeno offro al cortese lettore una breve frammento dell’originale e importante percorso fin qui espresso da Galluccio, ripubblicando alcuni testi editi dalle due raccolte, accompagnati da una mia recensione su Verticali, apparsa a suo tempo già in rivista, da un testo inedito di Irene Santori su La misura dello zero, nato da una corrispondenza via mail con l’autore dopo una prima lettura del libro (si tratta in pratica di una rielaborazione di una lunga mail inviata a Bruno a caldo, dopo la lettura del libro, sotto forma di una epistola critico-poetica, di forte valore suggestivo, valida come testo ‘creativo’ in sé).
Non resta che augurarci che esca al più presto la terza raccolta di Bruno, di cui in anteprima assoluta pubblichiamo qui di seguito tre testi inediti, che confermano l’originalità e il valore di una ricerca tesa ad indagare il senso delle distanze incolmabili del reale, rispetto ad un io che conosce il suo valore infinitesimale e che si affaccia sulla pagina solo dopo che i frammenti del vissuto hanno perso la loro incandescenza, come i residui di un meteorite che giacciono nelle profondità del «lago della mente raffreddata». Mai come in questo drammatico momento testi come Sperimentazioni di fisica (2): la gabbia di Faraday, che nel titolo richiama la celebre Lezione di fisica di Elio Pagliarani, ci rivelano i limiti della scienza e della tecnica unitamente alla precarietà dell’esistenza umana: il poeta osserva un esperimento nel quale un uomo si sente chiuso e protetto nella nota gabbia di Faraday. Ma nell’ultimo verso si rivolge idealmente al protagonista ormai morto fulminato dalla corrente: «e così pensavi di rimanere completamente illeso?».

Per un lapsus, sotto l’effetto di sentimenti e percezioni legate alle circostanze attuali, avevo sostituito mentalmente nella lettura l’aggettivo ‘immune’ ad ‘illeso’.

La foto di Bruno Galluccio è di Angelo Zanecchia. Ringraziamo l’Autore per la gentile concessione.

TESTI EDITI

da “VERTICALI”

esercizio lungimirante
fare calcoli sulle parti
riflettere su rimanenze
addentrarsi tra le parentesi
(sospendendo quel che premeva fuori)
e dire così addio all’eden degli interi

e impariamo che non possiamo sommarci subito
ma dobbiamo prima denominarci comunemente
conoscere la minima essenza condivisa
che ci moltiplichi

***

il gelo bruca i residui della notte nostra
il sogno sfrangiato sul bordo
dell’essere ancora vivi

tra poco è l’alba
noi siamo la nostra attesa
la ferita della vetrata non aperta
il rimorso che accomuna
l’aprire e il non aprire

minima gemi come acqua
tu ormai nel costato del sonno
deposta la tua parte di attesa
hai varcato il millimetro dell’abbandono

e io veglio anche
per il tuo lembo di indicibile
mentre la luce massacra l’ombra
sul lato rovescio del pensiero

***

si può scrutare nel proprio passato
come in un cielo di stelle
non c’è più l’emozione e l’oro
ma ogni passo incompreso
dorme lì nella costellazione
protetto dall’oscurità degli anni luce
ogni complesso evento
rivela la sua forma d’astri
e la gravità remota che li aggrega
ogni tristezza o amore
mostra intera la sua orbita



da “LA MISURA DELLO ZERO”

il vuoto sempre un enigma e un mito
abitante con orrore delle prime
domande infantili sull’universo
quando uscire dalla casa è pensiero
e l’oltre era segnato
dall’incubo dell’abbandono

e quel vuoto sembrava proprio
lì fuori di casa in agguato
un agguato lontano e incombente
un allontanarsi da cieco
o muoversi senza ragione
abbandonando i punti cardinali

oggi sappiamo che il vuoto non esiste
ci sono ovunque fluttuazioni quantistiche
ovunque perturbazioni di campo
che fanno apparire fotoni o materia
perché anche qui lo zero
è una funzione fantasma
un valore esatto che non si può raggiungere.

***

fu scoccata al big bang la freccia del tempo
e segna ancora oggi la nostra direzione
e pure fu lanciata la freccia dell’entropia
per cui la tazza che si infrange non si ricompone
la polvere non ritorna spontaneamente al muro
perfino quando con la teoria tentiamo
di mettere ordine nell’idea dell’universo
ne accresciamo il disordine totale

e quelle due frecce allora scagliate
misteriosamente hanno la stessa direzione

ma noi ci sentiamo a volte perduti
in questo vincolo primario
e proviamo una strana nostalgia
di un ambiente pienamente euclideo
l’insofferenza di non potere muoverci
avanti e indietro come per gli spazi
quella baia di possibilità perdute

***

contro gli eccessi dei luoghi aperti
che portano strade di troppe cifre
si leva l’invenzione dello zero
sul vuoto finestra quasi ellittica
occasione del niente
quantità e pura meraviglia
si pone fermo ad impedire
ogni tentativo di moltiplicazione
varco di sbarramento ai naturali
simbolo da eresia
pone un numero al vuoto
una misura

INEDITI

Sperimentazioni di fisica (1) : circuiti elettrici

finalmente a via Mezzocannone sedici
si saliva attraverso l’integrità di ombre e di luci tagliate
la polvere e le confidenze sussurrate dai legni

poteva essere una borgesiana promessa
di archivi e di specchi su dimensioni trascorse
ma nella grande sala inaspettatamente chiara
del laboratorio di fisica
sui tavoli apparivano le lancette inquiete degli strumenti
le onde sinusoidi di verde degli oscilloscopi

e sulle basi forate come di Lego infantili
cominciavamo a inserire in combinazioni diverse
condensatori e resistenze
per vedere come l’essere
in serie o in parallelo cambia le intensità
delle correnti elettriche agli estremi

e per esercizio di fuga
ci si chiedeva se anche le anime
(nel condensare e resistere)
si sommino o sommino i propri inversi
a seconda che si diramino dallo stesso nodo
oppure nascano una dalla fine dell’altra






Sperimentazioni di fisica (2): la gabbia di Faraday

esperimento di elettrostatica e destino
dove si viene tentati

l’uomo si cimenta nell’esercizio di restare illeso
restando chiuso nella gabbia conduttrice percorsa
da carica elettrica per quanto intensa essa sia

isolato mentre fuori il campo elettrico
dispiega traiettorie perfettamente calcolabili
e il mondo appare saturo di linee di forza
l’interno è neutro

la gabbia prigione e protezione
scarica all’esterno potenziale e minaccia

e poi mentre gli arti si distendono
a sgranchirsi o a confermare il dominio dello spazio
accade l’evento del contatto
e la scarica

e così pensavi di rimanere completamente illeso?

***

all’inizio non fu la luce


quell’ammasso di particelle non ancora atomi
era disgregato rovinoso opaco
radiazione che rimbalzava a caso
polvere delle polveri

dovettero passare trecentomila anni
prima che venisse espulsa la luce
come in una lunga gravidanza di se stesso

da quel momento in poi emersero le tracce
che noi possiamo cogliere dell’universo bambino












RIFLESSIONI CRITICHE di Carlangelo Mauro


“Verticali” (Torino, Einaudi, 2009).


Verticali, opera prima del poeta napoletano Bruno Galluccio, è un libro che pone il lettore di fronte ad un laborioso modo di far poesia nato dal dialogo tra saperi diversi, che richiede al lettore di lasciarsi sedurre da un linguaggio nuovo, capace di unire la verticalità della lirica e la razionalità della scienza. Ciò rispecchia la formazione di Galluccio, che è laureato in fisica, si è occupato di telecomunicazioni e sistemi spaziali.
Il percorso della lettura ci conduce in un mondo di metafore, tratte dalla matematica, che aggiungono alla tradizionale pluriconnotazione della poesia un ‘oltre’ sempre indagato nello sforzo di un ragionamento, di una dimostrazione che continua all’infinito e non può contentarsi delle soluzioni: «il quesito viene gettato sempre più lontano» (p. 81), come nel caso dell’avventura scientifica e umana di George Cantor, cui «apparve la gerarchia delle infinitudini» (p. 56), ma che si arenò drammaticamente di fronte all’impossibilità di dimostrare l’ipotesi del continuo. Al matematico, che ebbe anche interessi umanistici e letterari, è dedicato il poemetto centrale del libro (pp. 55-58). Sembra da ciò emergere implicitamente una direzione, una poetica, per così dire, leggendo questi versi: «coordini insiemi di lettere e cifre / associ risultati alle lettere / spostandoti accorpi i simboli» (p. 97).
Il dialogo fra scienza e letteratura è un ambizioso progetto, non nuovo, se è anche dell’umanesimo rinascimentale, ma in Galluccio è ben presente la coscienza della modernità, la consapevolezza di chi ha contemplato e meditato la lacerazione, il pirandelliano «strappo nel cielo di carta» e la relatività einsteiniana, la crisi del soggetto che dice io, per cui non c’è Verità o Fede da porgere al lettore, se non una fenomenologia del frammento che l’osservatore-poeta fa emergere dal livello esistenziale («Piano di emersione» è il titolo di una delle quattro sezioni), grazie ai propri strumenti di conoscenza, scientifici e poetici, ridotti ad un notevole, originale, unicum linguistico.
A ribadire quella che sembra anche una direzione profonda, se «le frasi cadono smozzicate / rese oscure da parti bianche» (p. 97), nel labirinto dell’oggi, per orientarsi bisogna innanzitutto dire il proprio definitivo «addio all’eden degli interi». Persa per sempre la consolante visione umanistica, il «paradiso» del chierico che pretende di ridurre l’universo ad una sola verità, la ‘verticalità’ di uno sguardo, che parta dal basso o dall’alto e viceversa, fa cambiare continuamente il punto di vista dell’osservazione, nonostante, necessariamente, si debba partire ogni volta dalla coerenza di coordinate già fissate. Se è utile – dietro la splendida metafora di un «esercizio lungimirante» che riporti la semplice operazione del calcolo ad una sapiente conoscenza della «minima essenza condivisa / che ci moltiplichi» – ricordare i valori dell’umanesimo, superarli significa che questa «minima essenza» non nasce dalla consolazione e dal possesso di un’unica identità o visione delle cose che valga per tutti, ma dal rispetto delle molteplici, pulviscolari identità di ognuno: «non possiamo sommarci subito».
L’«esercizio» poetico si pone spesso, allora, come immedesimazione, focalizzazione interna negli eventi geometrici e matematici, quasi fossero promossi a personaggi: «il punto si muove […] / vede questo universo…» (p. 28), condizione che in molti casi riduce fortemente l’intrusione del personaggio / io-lirico tradizionale. Ciò ha riflessi più vasti, se nello stesso testo citato il movimento della «curva sghemba» che non appartiene, come nel caso dell’elica, ad un piano e che può sperimentare il punto di tangenza solo per un attimo, sembra leggibile come intensa metafora della condizione contemporanea dell’uomo, dei rapporti tra le persone spesso segnati, nell’era della continua comunicazione, da «una distanza crescente irreparabile» che conduce alla «preclusione dello spazio opposto» mentre i «punti di tangenza» continuano ad essere custoditi dal «piano», da quella totalità di punti non raggiungibile dalle «innumerevoli curve sghembe».
Il discorso complessivo non deve sembrare astratto; mimetizzati i lacerti e le ferite del vissuto dietro le metafore matematiche, quasi a cercare un nuovo scientifico ‘pudore’ in poesia, dopo i grandi modelli della poesia lombarda, «il lato rovescio del pensiero» si estrinseca in una «visionarietà onirica», come recita la quarta di copertina di Verticali, ad inseguire uno spazio / tempo sempre più «curvo» (p. 10) dell’universo, dove è custodita la possibilità di una protezione infinita, che non è ancora rivelazione: «[…] ogni passo incompreso / dorme lì nella costellazione / protetto dall’oscurità degli anni luce» (p. 21); fissato tale cronotopo, può capitare all’osservatore di vedere le «domeniche» tendere «le palme verso i sabati» (p. 10), spostamento semantico, straniante, dell’azione del tendere le palme del sonetto foscoliano. D’altro canto il pensiero si capovolge su se stesso fino alle remote profondità dell’inconscio, recuperando lo spazio / tempo sempre identico dell’infanzia: «colui che rimaneva bambino dietro la porta / il volto calmo di sorriso / e ha difficoltà a rimodellare il desiderio / perché tutti i tram tutte le vacanze / sono identicamente bianchi». Soprattutto, però, tale percorso del pensiero non rinuncia ad un comunicare nel presente; se lo sguardo nel proprio passato è come un rivolgersi agli astri, è come uno scrutare dentro «la gravità remota che li aggrega», dimensione nella quale e dalla quale ogni «tristezza o amore / mostra intera la sua orbita», tale sguardo non è inconsapevole che la ‘verticalità’, almeno in quanto totale ascesi, è spazio non praticabile oggi, un altro precluso ‘eden’, come non è praticabile quello della perfezione del «cerchio». Viene da pensare all’insoluta quadratura di esso, ormai non più indagata perché insolubile, quadratura che Leonardo intuiva nell’uomo vitruviano: ma «non è questo il cerchio che si cercava / questa selva di saldi» (p. 63), espressione di negazione simmetrica all’incipit di questo testo significativo: «non è questa la forma dello spazio». Forse perché non più destinata a circoscrivere un corpo, forma che non si può ricomporre, irreperibile nella dissipazione in una dantesca «selva», delle merci e degli sconti, dove «le verticali sono chiuse» (ivi). Aperte ormai solo «le corsie di emergenza» (ivi), le immagini che rincorrono la forma degli astri e le traiettorie dei ricordi sembrano ricadere pesantemente nello spazio del quotidiano, del concreto, della «città che pulsa» intorno, dove «monta l’assedio, / teste infossate, / fari abbaglianti, saliscendi infidi», città che sembra aver dato in cambio e ormai perso le sue preziose «eredità» nell’azzardo di una «laida bisca» (p. 40), spazio in cui anche il ricomporre i corpi per inscriverli in uno spazio non è più possibile: «non ho più la forza e il fiato per ricomporli quei volti». In conclusione un libro, quello di Galluccio, notevole, che sa far dialogare la poesia con diversi codici conoscitivi, interrogando la coscienza della contemporaneità senza suggerire facili, scontate soluzioni.

(in «CAPOVERSO», vol. 17, gennaio-giugno 2009)







Riflessioni critiche di Irene Santori

“La misura dello zero” (Einaudi, 2015)

Caro, eccomi, così lenta nel leggerti, nel passare da un tuo emisfero all’altro, dal destro al sinistro, alla sede dell’equilibrio. Dapprima mi sentivo bradicardica, per come tu, con una certa borbonica flânerie, capti vuoti, pieni, incognite, teoremi, l’agorafobia dello zero, anfiteatri e rovine. Ma avvertivo lì, già in atto, un’implosione ancora per poco trattenuta sottopelle, un coagulo nel lobo frontale che sì, avresti drenato fuori, e l’hai fatto. Ed ecco, qualcosa si mette di traverso e comincia la caduta verticale: il piede piagato del fante assiro, come il testo più alto prima delle oscillazioni, è inciampo e malintesi del commensurabile. A volte, leggendoti, mi si ripresentava alla mente l’immagine di Felix Baumgartner, quel paracadutista che si è lanciato dalla stratosfera e ci rivedevo te poeta: il tuo equipaggiamento, la tua preparazione tecnica, la concentrazione, ma più di tutto il tuo corpo umido esposto al vuoto, nella cupola di testo nero, a temperature impossibili, proiettile tra bang sonici. Ti ho sentito toccare terra nel deserto del New Mexico, nel quasi qui, e mi ci hai portata.
La mia copia del tuo libro è tutta sottolineature, pieghe, asterischi. Segno che ci torno. O che non ne esco.
E vorrei partire proprio da questo “non ne esco” e partire da zero, da questo numero o pittogramma o ideogramma che è lo zero, da questa cintura, cerchiatura, bolla, girovita, cellula, buco che è lo zero, già prodigiosamente simbolico, prima ancora di diventare cifra e quindi cardine della numerazione. Sinonimo di niente, occasione del niente, segno del vuoto, eppure questa orbita vuota è anche la condizione di accrescimento di un valore.
Se sta tra due cifre, lo zero contrassegna una lacuna, un’assenza, se sta a destra di una cifra, la decuplica, la centuplica, la milleplica all’infinito. Non è un caso che la poetessa Emily Dickinson intercettasse l’eccezionalità dello zero, il suo essere un centro centrifugo quando scrive di “uno zero più ampio” e vi inocula una forma di vita anch’essa eccentrica: Ad alcuni – uno zero più ampio -/un gelo più pungente di un ago/è necessario per ridurre/l’etiope che è dentro.
E a proposito di gelo, ricordiamo che a zero gradi l’acqua ghiaccia e lo zero allora è anche il punto raggelante della fine della vita o dell’impossibilità della vita, quando si è poco più di una spora. E la parola gelo ricorre, così come la parola morte e morti, soprattutto nelle sezioni finali della raccolta di Bruno, quasi come un lascito.
Questo ci dice quanto sia tremendamente poetico lo zero e quanto sia insidioso, prima ancora che misurare lo zero, misurarsi con tutto questo zero. Entrarci, starci, centrarlo, caderci verticalmente dentro da altezze stratosferiche fino a combaciare con l’impronta dei piedi e al tempo stesso dirlo come finito irraggiungibile, valore esatto che non si può raggiungere, funzione fantasma, nella strana nostalgia di un ambiente pienamente euclideo, dove nemmeno l’atterraggio è un successo. Bruno riesce in quest’impresa, in questa raccolta che è tra le più belle che io abbia letto da molto tempo.
Riesce ad essere ubiquo tra il teorema e l’abisso. Tra i piani secanti, i solidi, i campi e l’incognita e lo spettro. Tra continui slittamenti e contaminazioni di campi semantici, trapianti di piani – per accrescimenti e riduzioni di senso, laddove lo zero toglie e laddove lo zero aumenta -. E allora ad esempio la curvatura, da concetto della geometria e della fisica, può diventare la concavità della lamiera di una carrozzeria, della macchina che ha centrato un ciclista, allora il piano pienamente euclideo interseca la macchia di sangue e la parabola, il moto di un corpo che cade, slitta, si traslittera nel moto emotivo, il terrore della conducente della macchina che ha investito il ciclista. E la conduzione delle fibre diventa una specie di cinghia di trasmissione della semiotica della paura. Qui con un ulteriore spostamento, l’elemento patemico del terrore è addirittura trapiantato, innestato nella materia inerte dei capelli della donna, nella cellula morta di un capello.
Slittamenti, trapianti, innesti, spostamenti continui dalla formula matematica alla formula magica.
Quattro anni fa, mi era capitato per un seminario al Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Catania, di scegliere proprio la parola “formula” come titolo della mia lezione che volevo vertesse sulle adiacenze tra la formulazione matematica e le leggi intrinseche e portanti della manifestazione poetica, che è grammatica della distorsione e dell’aberrazione, proprio come la formula magica o il verso sciamanico, è calcolo e computo dell’enormità. L’abracadabra o il bidibibodibibù è, per dirla con Bruno, geometria della fame, che cattura l’oggetto scabroso e lo semantizza.
Nella quinta poesia della prima sezione, Misure, Bruno tematizza sia la parola formula che la parola magia. Questo non vuol dire nulla, ma lo assumo come spunto per una riflessione che la poetica di Bruno rende tanto più stringente. Lo zero è uno spazio claustrale, cerchio metrico e magico, dentro il quale e fuori dal quale occhieggia quello che uno dei più grandi romanzieri dei nostri tempi David Foster Wallace avrebbe chiamato terrore aborigeno. Ora, non è l’impiego massivo di tecnicismi e parole settoriali che mi induce a questa associazione che altrimenti sarebbe del tutto estrinseca, e peraltro non sono una ammiratrice del tecnicismo in poesia, anzi lo trovo non di rado una scorciatoia abusatissima per indurre nel lettore la suggestione dell’alchimia della formula, per essere appunto il tecnicismo immediatamente esoterico e arcano. Mentre rendere arcana e tremenda la parola scialba è un lavoro da poeti. Penso ad un grande poeta come Albino Pierro, a una delle poesie per la morte traumatica della madre: Ma io voglio bene alla Rabatana perché c’è morta la mamma mia: la portarono bianca sopra la sedia.
Sfido chiunque a non provare un terrore aborigeno per la parola sedia.
Questa trasfusione tra il matematico/geometrico e l’incantatorio si dà in Bruno ad un altro livello, nella capacità di trasfondere la dismisura nel parametro, cioè di fare poesia, il debordante nelle pareti di una tensostruttura che regga sia al livello del sottoinsieme, il verso, che dell’insieme, la raccolta. Le pronunce di Bruno sono a tutti i livelli dispositivi ad altissima precisione che sola, come nella formula magica, permette all’emissione sonora di essere rediviva, come nella stregoneria. E di nuovo mi appoggio ad Emily: la miglior stregoneria è geometria per il mago.
Il verso poetico è una formazione mista, solidale con l’oggetto osceno e con il numero. I versi di Bruno sono esattamente questa formazione mista, struttura e urto, Pitagora-Galois-Gödel-Lobačevskij e la fobia dell’ascensore. Fusoliera e caduta supersonica, che gli permette ebollizioni a freddo.
A questo proposito, voglio chiudere rileggendo qualche appunto sull’esperimento di Baumgartner: “attraversando la barriera del suono, l’aria si comprime in modo violento, provocando sforzi meccanici sulla fusoliera e può arrivare a danneggiare la struttura”. Felix Baumgartner – e Bruno Galluccio… aggiungo – ha dovuto provare questi stessi sforzi sul proprio corpo, anche se per pochi secondi. “Più della metà della caduta ha avuto luogo in condizioni prossime al vuoto. […] La saliva, le lacrime o l’umidità dei bronchi, esposti al vuoto, cominciano una ebollizione, anche a temperature sotto lo zero”.



NOTA BIOBLIOGRAFICHE

Bruno Galluccio è nato a Napoli dove tuttora vive. Laureato in fisica presso l’Università degli Studi di Napoli, ha lavorato in campo tecnologico occupandosi di telecomunicazioni e di sistemi spaziali satellitari in progetti di cooperazione europea. Ha pubblicato il suo libro d’esordio in poesia “Verticali” con Einaudi nel 2009; nel 2015, sempre con Einaudi, ha pubblicato “La misura dello zero”. Ha diretto la collana di poesia straniera della casa editrice Heimat. Collabora con il musicista jazz Antonio Raia in performance di interazione tra poesia e musica. Con l’artista Lino Fiorito ha realizzato il volume d’arte “Carte di imbarco” (edizioni Il laboratorio, Nola) contenente disegni e testi.

Irene Santori è nata nel 1973 a Roma, dove vive. Ha pubblicato le raccolte di poesia: “In tempo e disparte” (Gazebo, 2006) e “Hotel Dieu” (Empiria, 2015, Premio Lorenzo Montano 2018). In preparazione: “Il Libro dei Liquidi”. Tra le opere di critica: “Jean Racine. Poesie Sacre. Introduzione, traduzione e commento” (Leo S. Olschki, 2011), “Hélas! Trop éclaircis”. “Inganno, autoinganno, disinganno dal teatro ai Cantiques Spirituels di Racine” (in Rivista di Storia e Letteratura Religiosa, 50/3, 2014, Olschki). Autrice e conduttrice di Radio3-Rai (“Uomini e Profeti”, “Storie”, “Vite che non sono la tua”, “Wikiradio”) e della Radio della Svizzera Italiana (“Laser”). Dal 2011 è socio fondatore e attuale Vice Presidente della Associazione/Archivio Vasco Bendini. Invitata dal 12 ottobre al 10 novembre 2019 quale poetessa residente presso la Sun Yat-sen University di Canton, è tradotta in cinese.





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1 commento

  1. Grazie, non conoscevo Bruno Galluccio.
    Bella scoperta attraverso i testi qui pubblicati: sia gli intensi versi sia le attente note critiche.
    Comprerò il libro ” Verticali” e quello in prossima uscita.

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