Nei mesi trascorsi in casa per la pandemia, gli unici spettacoli televisivi che mi sono concesso di guardare, avendo rinunciato per scelta personale alla visione di telegiornali, talk show e altri programmi similari, sono stati i telefilm polizieschi. Mi attrae il dipanarsi della intrigata matassa del delitto, in particolare come si giunge alla scoperta dell’assassino da indizi minimi, impercettibili e davanti agli occhi dell’ignaro spettatore.
In questi mesi, ma anche prima, e in tutte le salse, si sta veicolando in particolare attraverso gli spot pubblicitari l’idea che è buono tutto ciò che è italiano. L’uovo è buono se è prodotto da galline italiane, idem per la carne di pollo, e per il latte, se munto da mucche italiane; non parliamo della pasta con farina nostra e degli ortaggi e della frutta, buoni se maturati da piante autenticamente italiane. Ma il vino prodotto dalle nostre vigne, è destinato tutto al consumo nostro? Se così fosse, dovremmo rimanere attaccati alla bottiglia come i neonati al biberon. Come sarebbe meglio dire a forestieri: vieni da noi a bere il vino che beveva Orazio nella taverna di Trevico! Eppure c’è qualcuno che su queste ipocrisie dell’appartenenza, costruisce la propria fortuna elettorale.
In tutto questo subliminale messaggio di italianità a buon mercato, inviato a milioni di spettatori in ogni ora del giorno e della notte, qualcosa non mi torna. Proprio come nei telefilm polizieschi, quando la soluzione sembra troppo chiara, c’è qualcosa che non convince l’investigatore: troppo lineare la ricostruzione dei fatti.
Prendiamo il “mantra” della fuga dei giovani e dei cervelli dal Mezzogiorno. Lo si ripete come una formula magica, ma è difficile stabilire con quanta convinzione. Quando ascolto molti esperti che discettano sul problema, sento che tutti mettono avanti come titolo di merito il fatto di avere studiato a Boston, a Oxford, o a Cambridge. Ne sentissi uno che si vanti di aver studiato a Napoli: quasi che sia un titolo di demerito!
Se ci si gloria di avere conseguito lauree e diplomi all’estero, perché io, abitante al Sud, dovrei starmene qui buono buono a studiare nell’università, o nell’istituto privo di prestigio? O meglio, che cosa rende un istituto culturale degno di prestigio e famoso nel mondo?


Una volta, tanto tempo fa, da tutta l’Europa venivano i giovani a studiare a Bologna, che vanta l’istituzione della prima università nel nostro continente, fondata ne XI secolo. Forse tanti giovani venivano perché a Bologna i tortellini erano buoni? O perché potevano apprendere come si diventava dei buoni giuristi, avvocati e notai? E l’università di Napoli, fin dai tempi della sua fondazione, nel XIII secolo, per importanza è da meno di altri atenei italiani e stranieri? Evidentemente le scuole e le università le fanno i professori che vi insegnano e gli studenti che le frequentano: i primi per il prestigio culturale e scientifico che dimostrano e i secondi per le capacità e la voglia di apprendere.
C’è un altro atteggiamento specioso: il discettare sulla rivalutazione delle zone interne della regione. Proposte, progetti e programmi di sviluppo, a cui molto probabilmente non si crede o, meglio, se ne parla con una conoscenza approssimativa e fantasiosa: sono sufficienti le buone intenzioni. E in politica, è risaputo, si acquistano meriti indicando i demeriti dell’avversario. Senza però dimostrare di possedere qualità, competenze e proposte valide, non strampalate.

Virgilio Iandiorio



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