Spesso in Italia il sistema dello scarica-barile funziona come chiave di volta. In questa emergenza, nella scuola le autonomie si sono rivelate nel loro nucleo di verità. Nel passato hanno consentito di non fare l’attesa riforma, rendere manageriale la scuola, fare piani generali per una “Scuola bella e buona” e riversarne il peso sulle singole scuole. Qualche preside ci ha rimesso la propria salute per usare questi margini, creando miracoli in situazioni disagiate, altri realisticamente hanno alzato le spalle, fatto quel po’ che si poteva, usato surreali progetti in cambio di qualche finanziamento. Fino ad ora, nessuno ha denunciato che un’autonomia è importante rispetto ad un’autorità centrale, non in sostituzione di un’autorità centrale che allegramente se ne lava le mani. Ma veniamo al presente. Piano 1 della ministra Azzolina. Indicazioni ai Presidi: organizzate la scuola, metà in presenza, metà a distanza, sanificate, allargate gli spazi, comprate banchetti singoli e abolite i compagni di banco. Organizzate la didattica in meno ore, unificate i programmi di materie diverse, occupatevi dell’edilizia, occupatevi della cultura, occupatevi delle famiglie, fate entrare i ragazzi in orari diversi e su mezzi di trasporto sicuri. Questa volta i dirigenti scolastici non ci sono stati, è iniziata una vera rivolta. Le responsabilità troppo pesanti. Famiglie esasperate da un anno pieno di difficoltà sono scese in piazza con tanti alleati. Le regioni hanno richiesto la loro di autonomia.
E allora ecco la svolta: Piano 2. Distanziamento di bocche, i banchi si possono avvicinare, locali esterni si possono usare. Un miliardo già dovuto da barattare col silenzio. Tutti a scuola. Apparentemente accordo raggiunto, Se tornano tutti, in realtà si ha una grande occasione. Nessuno protesterà, nessuno guarderà dentro le aule, i banchi si potranno contare con minore attenzione. La scuola continuerà a vivacchiare con qualche ora di meno, con tutte le ore sensibilmente più corte. Immaginate. Chi entra, chi esce, per gli ingressi distanziati, chi cambia aula: una confusione sempre maggiore, centinaia di ragazzi che si spostano per i corridoi, ma sempre naturalmente con bocche distanti . Tutto decisamente peggio di sempre, ma apparentemente l’istruzione è salva, l’eguaglianza attuata, i ragazzi potranno imparare. La didattica a distanza può anche sparire: non servirà a integrare, non servirà al recupero di quei ragazzi socialmente deboli di cui tutti si fanno scudo, come se fino ad ora la scuola li avesse curati. Le aule ritorneranno quelle di sempre, banchi, cattedra, vecchia lavagna di eterna memoria.
Due atteggiamenti mi fanno paura. La ripresa è avvenuta nelle ultime fasi con famelica rabbia e desiderio di ricominciare. Tutti al bar, tutti a mare. Il negazionismo o la voglia di rimuovere preoccupazione e dolore prevale. Riapriamo le scuole con la necessaria trepidazione, come una scelta necessaria, ma difficile. Trasmettiamo questo atteggiamento prudente e consapevole ai nostri figli, perché la vigilanza deve partire da loro. La seconda preoccupazione. La scuola ha due funzioni di base, occupa le mattine di tutti i ragazzi, li tiene insieme ai compagni, permette ai genitori di lavorare sereni almeno alcune ore al giorno. Finito l’asilo, però, la scuola deve anche insegnare, deve mettere i ragazzi in condizione di studiare, sacrificio, lavoro, ma, quando va bene, anche piacere. Non possiamo pensare a un deposito puro. Stranamente tra le tanti ingiunzioni con cui bombardare i presidi nessuno ha pensato a cultura e contenuti. Convocate e fate funzionare i dipartimenti per materia, si conti il monte ora reale, si rimodelli il programma, scegliendo i nodi più seri, invece di fermarsi selvaggiamente al capitolo 3, lasciando disatteso il resto. Si pensi a raccogliere materiale on line da proporre ai ragazzi come supporto, magari discutendone prima con loro, magari preparando questionari che pilotino la loro attenzione. Se l’interdisciplinarietà diventa necessità vera, isoliamo temi da trattare da più angolazioni e prepariamo uno schema con i colleghi. Personale aggiuntivo. Magnifico, ma adeguatamente formato e seguito: si scelgano tutors esperti. I presidi non devono diventare ingegneri, non devono vivere con un metro in mano. Si creino direttori sanitari per la sicurezza dei plessi. Nel personale aggiuntivo si assumano esperti dei vari rami dell’emergenza. Una equipe per bilanci, fondi, investimenti. I presidi non strozzati da mille compiti di ogni natura, devono finalmente riprendere in mano la familiarità con la cultura, il vero oggetto del loro lavoro. Devono correttamente accertarsi che, nella surreale baracca in cui si lavora, ognuno faccia il meglio che può. Devono pretendere canali ufficiali per la generalizzazione delle esperienze importanti, delle soluzioni creative, delle angolazioni diverse della cultura che una scuola è riuscita ad elaborare. Questo può creare un’autonomia non suppletiva delle carenze centrali, ma realmente creativa. Non perdere l’anno non significa non stare a casa. Significa un poco di rischio gestito e limitato con grande attenzione, ma significa una grande esperienza in cui si fa quantitativamente di meno, ma con più impegno e criterio. Si ritrova con emozione la scuola che avrà più valore dopo averla perduta. I ragazzi impareranno che nella vita si può far fronte a disastri come una pandemia mondiale con nuove alleanze di chi partecipa a un’impresa comune.

Francesca Giusti






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