Non saremo più quelli di prima. Così esordiscono molti commentatori di questa incredibile pandemia non ancora metabolizzata. Ciò che ci è accaduto non ha al momento un termine e per qualunque previsione ci vorrebbe una sfera di cristallo, funzionante.
Intanto dando credito alla possibilità che molte cose cambieranno, rispolverando aspettative in sonno, galvanizzato dalla unicità e straordinarietà della circostanza, appare un buon momento per riprendere una discussione che riemerge ciclicamente soprattutto in occasione di eventi calamitosi. La pianificazione territoriale, tematica che mi è propria per formazione professionale, può questa volta trovare nuova attenzione e dignità, passando da una “inconcludente” elaborazione teorica a buona pratica da mettere concretamente in campo.
La sollecitazione ad affrontare con più ottimismo questo tema è determinata dall’aver vissuto in questo periodo di, oramai, sessantena in una atmosfera surreale, con città svuotate, non più frenetiche, silenziose come un canto senza voce, un ballo senza musica. Paesaggi spettrali ed inquietanti che però hanno avuto il merito di mostrare scene inedite e sorprendenti. Dal polpo sul molo di Pozzuoli, ai cervi a passeggio per Villetta Barrea, ai delfini nel mare verde del golfo alla riduzione delle polveri sottili, ci hanno ricordato che il mondo non è solo degli uomini e che sicuramente nell’ultimo periodo abbiamo inferto colpi morali alla natura.
Ed una delle maggiori distorsioni all’ambiente, riemersa con forza dalle nostre parti, è stata la grande concentrazione urbana della fascia costiera, richiamata più volte dal Presidente De Luca per giustificare la maggior severità delle misure per il contenimento del virus. La congestione urbanizzativa, in particolare nell’area metropolitana di Napoli che fa registrare la densità abitativa più alta d’Europa, costituisce un terreno fertile per il diffondersi delle pandemie e per il loro radicarsi, imponendo misure più restrittive di “distanziamento sociale”, mostrando una nuova serie di limiti e di incongruenze rispetto ai nuovi stili di vita che dovranno adottarsi.


In tutto ciò appare sempre più concreta l’ipotesi che queste limitazioni potranno diventare fattori “strutturali” per gli anni a venire e, pertanto, da affrontare con misure non più “temporanee”, inducendo a programmare strategie di medio-lungo periodo che, per la verità, sono merce rara in questo paese. E anche quando sono state definite difficilmente hanno trovato pratica attuazione.
in molti grandi centri, intanto, già si valuta l’opportunità di accrescere la mobilità ciclabile per ridurre la commistione dei mezzi pubblici, di allargare i marciapiedi per distanziare i pedoni, di ampliare le aree di sosta ed attesa nei locali pubblici, di potenziare gli spazi verdi e le alberature. Ma tali accorgimenti hanno il sapore di rimedi temporanei, mentre occorre una cura di lunga durata. Appare oramai fuori ogni dubbio che bisogna cambiare registro su tante questioni del nostro assetto urbano e territoriale. E questa è un’occasione unica per sperimentare una riconversione delle politiche pubbliche di governo del territorio fondata su nuovi valori e obiettivi programmatici, in grado di accompagnare un più equilibrato sviluppo con maggior rispetto della natura, con una accertata sostenibilità ambientale ed economica delle scelte, attraverso processi innovativi e più coraggiosi.


Ed allora nel nostro specifico da dove ripartire?
Dato atto che non ci si può più permettere sprechi di risorse territoriali, occorre prima di tutto improntare la programmazione/pianificazione territoriale all’irrinunciabile principio della valorizzazione delle risorse sottoutilizzate.
E di patrimoni che si vanno depauperando questa regione ne possiede in buona dose. Tutte le aree cosiddette interne, mostrano ancora caratteri di marginalità e di fragilità. Poco accessibili, prive di alcuni servizi essenziali, pur se oggetto di specifici programmi, come quello nazionale “Strategia Aree Interne”, continuano ad essere trattate come un territorio “isolato” e svantaggiato, cui assicurare servizi e maggior vivibilità in un’ottica di risoluzione di un problema “locale”.
Intanto pur se dotate di importanti patrimoni edilizi non occupati, di sistemi agricoli, di risorse ambientali, idriche, forestali, con paesaggi naturali e antropizzati di pregio, con beni culturali diffusi, (archeologici, insediamenti storici, abbazie, piccoli musei, centri di mestiere), non rivestono ancora il ruolo di un vero e proprio patrimonio strategico in una “visione complessiva” di riorganizzazione dell’ambito regionale.


Dall’atro lato le tendenze urbanizzative in atto tendono ad aggravare le condizioni di congestione disordinata che caratterizzano la fascia costiera, con l’appesantimento dei fattori di criticità ambientale ed ecologica, accrescendo anche il costo degli investimenti infrastrutturali in un contesto che offre sempre più ridotti spazi di manovra.
Eppure già nel 1958 Manlio Rossi Doria coniò l’espressione “polpa e osso” con la quale denunciava il divario che si andava accrescendo tra le aree interne e le poche pianure della fascia costiera, segnalando una tendenza che purtroppo non si è arrestata a tutt’oggi. A distanza di tanti anni le condizioni del territorio contraddicono le annunciate politiche di riequilibrio della regione, sebbene puntualmente confermate negli svariati documenti della programmazione e pianificazione territoriale che si sono prodotti in più occasioni da quell’epoca. Da ultimo il Piano Territoriale Regionale, approvato con legge regionale n. 13/08, che assume la “limitazione dello sprawl insediativo, la configurazione policentrica integrata, la mobilità reticolare intermodale” quali criteri ineludibili per conseguire il riequilibrio del territorio regionale.
Intanto gli indici demografici anche più recenti contraddicono gli obiettivi del riequilibrio di volta in volta solo annunciato. Le province, soprattutto di Benevento e di Avellino, continuano ad essere aree con forte tendenza allo spopolamento, con un andamento in controtendenza rispetto alle aree del comprensorio napoletano e salernitano.
Solo tra il 2011 ed 2018 hanno perso rispettivamente il 2,74% ed il 2,52% della popolazione, nonostante un incremento dell’immigrazione straniera.
Così prosegue la loro desertificazione con l’abbandono anche dei suoli rurali che per millenni hanno garantito di sopravvivere ed affrontare qualsiasi avversità. Ne abbiamo apprezzato il valore anche in questa circostanza, quando in pochi giorni invece sono crollati sistemi produttivi che ci apparivano indispensabili.


Eppure questi ambiti interni, densi di risorse sottoutilizzate,
continuano a soffrire di carenza di infrastrutture di collegamento e di qualificati servizi del terziario, mentre sono abbandonate ad un inarrestabile degrado le sue tante risorse, con spreco dei saperi e delle tradizioni locali, che possono essere i fattori vincenti in una più convinta politica di rigenerazione e valorizzazione per una crescita endogena dei sistemi territoriali locali.
Ed oggi la appetibilità di queste aree, come rilanciata anche da Stefano Boeri, è rinvigorita proprio dalla richiesta di un diverso livello prestazionale dei nostri apparati urbani, da adeguarsi a nuovi paradigmi del nostro modo di vivere e di utilizzare il territorio. La congestione con tutte le conseguenze in termini di vivibilità sta rivelando la sussistenza di fattori critici non più sostenibili per la salute e la sicurezza degli abitanti. La forte concentrazione di popolazione determina una domanda aggiuntiva di risorse primarie da convogliare in un’area ristretta, mentre l’accumulo di attività e funzioni sono i primi responsabili dell’inquinamento, con effetti negativi che ricadono su porzioni più ampie dell’ambito metropolitano napoletano.
E’ tempo perciò di mettere mano ad un “concreto” sviluppo policentrico regionale, strumento significativo per garantire anche una maggior coesione sociale e territoriale.
Si tratta di pianificare gli spazi vitali della collettività con nuovi criteri basati sul diradamento delle funzioni e la ridistribuzione dei pesi insediativi ed infrastrutturali. Si tratta di realizzare i nuovi modelli abitativi, energeticamente efficienti, con costruzioni convertibili al co-housing, al co-working, anche in modalità smart. E con tali nuovi sistemi di lavoro a distanza la perifericità delle sedi diventa ininfluente per molti settori lavorativi.
Si tratta insomma di rigenerare paesaggi coltivati, realizzare i corridoi e le connessioni verdi, per proteggere l’habitat, la biodiversità delle aree interne, per ridurre e salvaguardare poi i residui suoli agricoli del contesto metropolitano. Ci saranno maggiori condizioni di salute e di sicurezza dei residenti, maggior manutenzione del territorio, forte riduzione dei tanti rischi che la iperconcentrazione ha creato nelle aree urbanizzate della costa. In pratica una decisa inversione di tendenza rispetto agli inarrestabili andamenti in atto che oramai hanno mostrato tutti i loro limiti di insostenibilità.
Naturalmente il Green New Deal andrà prima di tutto assunto come prioritario nella prossima programmazione dei fondi strutturali del 2021-2027, anche se allo stato si profila una riduzione della spesa per il Fondo Europeo d Sviluppo Rurale, comportando l’esigenza di una necessaria inversione nelle scelte finali.
Ci sarà bisogno comunque di una concertazione tra i diversi livelli istituzionali, con l’apporto di diverse competenze per la definizione di un piano a vasto raggio: dagli urbanisti ai creativi, dagli economisti ai sociologi, dagli imprenditori ai sindacati. Tanto nella consapevolezza della insufficienza della sola elaborazione urbanistica nella definizione di una programma comunque appassionante ed affascinante.
Una rivalutazione, quindi, di quella porzione di territorio definita l’osso che, in uscita da questa drammatica fase, può veramente assumere il valore della “polpa” nel disegno di un futuro migliore per la nostra collettività.
Guido Grosso Architetto e Urbanista

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