Non ci sarà un piano Marshall, questo è certo.
Tuttavia l’iniziativa di governo e l’aiuto europeo consentiranno di spingere la ripresa con prestiti e contributi a fondo perduto per le imprese danneggiate dall’emergenza coronavirus.
L’azione pubblica dovrà però sottrarsi alla logica della distribuzione a pioggia, per categorie produttive o per codici ATECO o per chissà quale altra rigida scansione merceologica, posizionale o dimensionale, che comporti elargizione di benefici anche a chi dalla crisi non ha avuto danni o addirittura ci ha guadagnato. È necessario definire criteri solidi di selezione dei beneficiari, che devono essere individuati nei soggetti realmente danneggiati, a partire da quelli a rischio di chiusura.
Ma l’aiuto pubblico deve essere anche l’occasione per un cambio di direzione quanto mai necessario, come dichiara Mariana Mazzuccato in un’intervista a Repubblica del 27 aprile, ove precisa meglio: Lo Stato deve dare aiuti alle imprese subito, perché è ora che ne hanno bisogno, ma deve legarli a condizioni molto chiare. Si tratta di avere uno Stato con un ruolo catalizzatore con l’obiettivo di intercettare e indirizzare gli investimenti.
L’auspicato ritorno alla normalità non può essere il ritorno sic et simpliciter alla situazione ante covid-19, con tutte le sue iniquità, le sue contraddizioni, la sua insostenibilità. Il coronavirus è stato una terribile tragedia, ma crea oggi un’occasione straordinaria, che solo una politica illuminata e lungimirante potrà cogliere, per orientare la ripresa economica verso obiettivi di equità fiscale, di giustizia sociale e di sostenibilità ambientale. Qualche segnale, limitato ma emblematico, è stato già lanciato da alcuni paesi europei, come Danimarca, Polonia e Francia, con il diniego degli aiuti alle imprese che hanno eletto sede nei paradisi fiscali. O dall’Austria, che subordina gli aiuti alla propria compagnia di bandiera all’impegno a ridurre le emissioni di CO2.


La ripresa produttiva dovrà necessariamente avvenire nei tempi scanditi
dall’andamento delle curve epidemiologiche e nel rispetto di precisi protocolli di sicurezza, alla cui formazione devono concorrere Stato, imprese e rappresentanti dei lavoratori. Sarà un problema per molti imprenditori, che a causa delle norme sul distanziamento dovranno limitare la potenzialità produttiva degli impianti, e per i lavoratori, che in molti casi non potranno contare, almeno a breve termine, su un pieno reinserimento nel ciclo produttivo. Tuttavia è nel sentimento comune la necessità di riavviare il lavoro in qualche modo, anche se a ritmi ridotti, ben sapendo che si affronterà un periodo di transizione nel quale si resterà ancora lontani dai livelli di produttività e di profitto precedenti.
Ma è il prezzo da pagare per evitare nuovi contagi. Il prezzo inevitabile del quale l’azienda potrà avere ristoro, in tutto o in parte, proprio grazie alle future provvidenze economiche di Stato.
Il cambio di direzione cui vanno collegati gli aiuti pubblici deve essere orientato fondamentalmente verso i temi della green economy, allo scopo di dare impulso alla qualità dei prodotti e dei processi produttivi, al contenimento delle emissioni climalteranti, ma anche a una migliore gestione dei sistemi di trattamento, riuso o eliminazione di scarichi e scarti.
In una regione come la Campania, funestata nel passato recente da dure crisi ambientali mai realmente risoltesi, ma piuttosto anestetizzate in una forma endemica sempre suscettibile di nuove esplosioni, un passo rilevante e meritorio in direzione della green economy starebbe certamente nell’assicurare la corretta gestione di acque reflue e rifiuti speciali, espellendo o marginalizzando i comportamenti illegittimi, in larga parte responsabili della condizione di inquinamento delle matrici ambientali, principalmente imputabili al mantenimento di processi produttivi inadeguati.


L’insospettata e imprevista chiarificazione delle acque di mari, fiumi e canali verificatasi nei mesi del coronavirus ci ha consentito infatti di comprendere appieno la rilevanza attuale dei processi industriali nel mantenimento delle condizioni di inquinamento. Dal momento che non è mai venuto meno, durante l’emergenza sanitaria, il contributo all’inquinamento dato dagli apporti civili, lo stato di qualità pessimo prima registrato nelle acque superficiali e nel mare (spesso anche nei corpi idrici sotterranei) deve necessariamente essere derivato dai processi produttivi, proprio quelli che durante il lockdown sono stati sospesi. Così perfino le acque del Sarno (il fiume più inquinato d’Europa, secondo la Vulgata) e dei Regi Lagni hanno mostrato un’insolita trasparenza.
Sarebbe ora davvero il colmo se il riconoscimento dei contributi economici ai settori produttivi dovesse avvenire senza che siano stabilite opportune misure di (auto)regolamentazione dei processi, al cui rispetto i beneficiari siano obbligati. Nel giro di qualche settimana ritroveremmo il consueto, ‘ordinario’ stato di alterazione dell’ambiente dal quale il coronavirus ci ha provvisoriamente disabituati. Come la prevenzione del contagio sanitario è garantita dal protocollo di distanziamento sociale e di uso dei dispositivi di protezione individuale e di monitoraggio, allo stesso modo un analogo protocollo sulle procedure di smaltimento o riutilizzo di scarti e reflui dovrà proteggerci dal ‘contagio’ ambientale.
È indubbiamente una questione di responsabilità di imprenditori e operatori; ma è richiesta altresì una notevole capacità di discernimento da parte delle istituzioni pubbliche nella distribuzione delle sovvenzioni. E finalmente è necessaria l’attivazione di meccanismi di controllo, di intervento e di sanzione rapidi ed efficaci, che evidentemente sono mancati fino a oggi. Solo così si spiega infatti il permanere di stati qualitativi cattivi o pessimi dei corpi idrici nonostante i rigori della normativa ambientale e a dispetto delle cospicue risorse pubbliche investite negli ultimi decenni per interventi di risanamento e disinquinamento (a partire dal progetto speciale PS3 della Cassa per il Mezzogiorno fino ai ‘grandi progetti’ delle ultime stagioni di cofinanziamento comunitario).
In fondo è proprio il meccanismo di controllo preventivo ad aver fatto cilecca negli anni scorsi. Se fosse stato efficace non troveremmo oggi gli impluvi colmi di rifiuti, né i canali invasi da allacciamenti fognari abusivi o ingolfati da tonnellate di plastica o intorbiditi dalle deiezioni degli allevamenti intensivi; non avremmo il Sarno e i Regi Lagni ridotti a fognature scoperte; non ci troveremmo, per la verità, neanche di fronte all’abusivismo edilizio dilagante, se esistesse un serio servizio di sorveglianza preventiva delle polizie locali.


C’è un alibi universalmente invocato da tutte le amministrazioni pubbliche responsabili, in un modo o nell’altro, del controllo del territorio per gli aspetti ambientali e sanitari: la mancanza cronica di risorse e di personale, malanno talmente inasprito (anche per impenitenti disattenzioni della politica) da inibire per decenni i sistematici pattugliamenti o le ispezioni o i piani mirati di monitoraggio che occorrono, almeno nelle situazioni di conclamata gravità, alla prevenzione degli abusi, per essere i pochi vigili urbani impegnati nella disciplina del traffico e nei lavori di ufficio, le forze di polizia disperse tra mille adempimenti e per di più a corto di automezzi e di carburante, gli organismi tecnici accertatori distolti dalla routine quotidiana, e tutti alle prese con croniche e insuperabili ristrettezze di bilancio. L’alibi verrebbe meno se tra gli innumerevoli soggetti pubblici titolari pro quota di funzioni in materia vi fosse la capacità di creare sinergie, di fare squadra, di cooperare apertamente per il raggiungimento di obiettivi comuni; il che sarebbe facile in un Paese in cui i diversi organismi pubblici non fossero tutti chiusi nei recinti delle proprie rivendicate prerogative, mossi da voglia di protagonismo e da competitività, piuttosto che da spirito realmente collaborativo.


Un ruolo significativo nel contenimento degli episodi di compromissione degli equilibri ambientali potrebbe essere svolto, proprio in Campania,
dall’esercito di lavoratori dipendenti dalla Regione e inquadrati nei ruoli delle società partecipate o delle Comunità montane. Qui si tratta di diverse migliaia di lavoratori impiegati ormai da decenni in una logica molto prossima al mero assistenzialismo. Ma è fuori dubbio che, ove essi fossero invece impiegati in maniera efficiente, in attuazione di chiari progetti e sulla base di una accorta valutazione degli obiettivi proposti e del loro raggiungimento, costituirebbero una formidabile massa d’urto a tutela del territorio che, ai tempi del dopo virus, potrebbe accompagnare validamente l’attivazione dei meccanismi di sostegno alle imprese garantendo, attraverso azioni di controllo, monitoraggio e accertamento delle infrazioni da condurre in collaborazione con i diversi organismi statali e regionali, il rispetto dei protocolli di sostenibilità nei quali va sostanziato il ruolo catalizzatore dello Stato.
Un passaggio interessante è stato avviato – proprio alla vigilia dell’emergenza sanitaria – dalla Regione Campania, con l’affidamento al suo costituendo ‘polo ambientale’ (società nella quale confluiranno i lavoratori già ‘socialmente utili’ provenienti dalle vecchie partecipate CAS e SMA) delle funzioni, fondamentali quanto fino a ora neglette, di polizia idraulica su tutti i corsi d’acqua non ricadenti entro gli attuali comprensori di bonifica.
Sono competenze disegnate addirittura dalla legislazione di anteguerra (come opportunamente rileva Pasquale Trammacco nel suo recente contributo su Infinitimondi dedicato proprio al ruolo delle società partecipate campane nella ripartenza) e tradizionalmente coperte dagli uffici del Genio Civile, ma ormai da tempo abbandonate, quantunque siano oggi ancora più essenziali, visto che all’originaria esigenza di salvaguardare l’efficienza delle opere di difesa idraulica si aggiunge ora la necessità altrettanto stringente di recuperare la qualità dei corpi idrici, compromessa per decenni da immissioni inquinanti e depositi di rifiuti speciali.
Potrà essere dunque presto disponibile, dopo un preventivo percorso di formazione, un corpo regionale di ufficiali e sorveglianti idraulici che, supportati da un’ampia disponibilità di manodopera, potranno pattugliare i corsi d’acqua, accertare le infrazioni e gli abusi, ripristinare l’originaria qualità dei luoghi, fornire preziosa collaborazione alle forze di polizia nella prevenzione e repressione dei reati ambientali.
Forse allora la possibilità di orientare davvero la ripresa economica verso nuovi percorsi di sostenibilità, di creare su scala locale premesse nuove e concrete per la costruzione del nuovo patto verde tra produttori, consumatori e cittadini, sarà meno remota.

Alfonso De Nardo

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7 commenti

  1. Condivido il contenuto dell’ articolo.
    Mi permetto di evidenziare un ulteriore elemento che ritengo determinante, in questo momento: il tempo.
    Il turismo rappresenta una voce importante dell’ economia campana, anche per l’ enorme numero di famiglie che traggono sostentamento dalle attività ad esso connesse.
    Il tempo di formazione della ricchezza , rispetto ad altre attività, è ridotto a pochi mesi. Mesi che si sono ridotti notevolmente a causa della pandemia e della mancanza di cultura della prevenzione, questa comune ad ogni ambito della vita pubblica. Perdere altri mesi significa produrre ulteriore povertà, ulteriore desertificazione sociale e creare le condizioni per l’ inserimento nello specifico mercato della malavita organizzata.
    In questo momento è necessario essere pragmatici ma con il fine di dare corso anche al processo virtuoso di turismo sostenibile, che non è solo ambientale. Pragmatici, a mio avviso, significa adottare scelte per dare immediato inizio alle attività turistiche , pur nel rispetto delle norme di sicurezza sanitaria.
    La scelta che ritengo innovativa è quella di fornire un aiuto costruttivo alle aziende che già soffrono; questo aiuto deve essere fornito dalla Regione, con un rapporto diverso pubblico-privato. Non dare contributi a pioggia, ma accompagnare le varie attività fornendo il contributo per la parte dei costi non coperti dagli utili prodotti. Finanziamenti pubblici, quindi, spesi in modo mirato per ricostruire un mercato compromesso con l’ adozione di scelte rivolte alla sostenibilità , con particolare attenzione a non produrre nuovi danni all’ ecosistema. Questo periodo di inattività in tutto il Paese ha consentito il miglioramento qualitativo dell’ aria, del mare, e del suolo. Questo miglioramento deve poter fare registrare ancora un trend positivo, anche durante lo svolgimento delle attività. La Regione, quindi, quale soggetto attivo di sviluppo sostenibile secondo un programma condiviso, preliminarmente, con tutte le associazioni rappresentative degli operatori turistici, compreso i tour operator; in particolare di quei luoghi che sono storicamente grandi attrattori turistici. La definizione del programma operativo, la deliberazione della copertura finanziaria e la sua, conseguente, operatività, consentirà ai vari esperti della sostenibilità fornire il contributo per un nuovo e diverso turismo in Campania.

  2. Articolo per me molto interessante ed utile perché mi aiuta ad acquisire conoscenze specifiche per orientarmi con più consapevolezza a decifrare la complessità che, oggi più che mai, investe l’economia / le nuove povertà in relazione all’ambiente che già da tempo richiede investimenti ed interventi di grande responsabilità politica.

  3. Pienamente d’accordo sulle azioni che deve compiere la Regione per sostenere il settore in evidente crisi a causa del COVID19, ma in futuro bisognerà intraprendere qualsiasi azione atta a garantire il rispetto dell’ambiente al fine di vivere in un mondo sempre più rispettoso del fattore ecologia ed insegnare fin dalla base il giusto modo di salvaguardare l’ambiente stesso!

  4. I provvedimenti devono essere urgenti, improcrastinabili,non c’è più tempo altrimenti assisteremo ad morte di tanti piccoli imprenditori ed imprese. Già in questo momento molte imprese non possono riaprire e la ripresa,se così la vogliamo chiamare,durarera’ parecchi mesi. Ancora tanta burocrazia soprattutto nelle procedure dell’accesso ai prestiti tramite istituti bancari. Prestiti che indebiteranno oltremisura i soggetti interessati. Ci vogliono finanziamenti a fondo perduto soprattutto per attività che sono state soggette a chiusura totale. NON C’È PIU TEMPO!!!

  5. E servono controlli seri su come si spendono i soldi dati.

  6. Sono necessarie le persone giuste che sappiano applicare le metodiche più corrette per intervenire saggiamente. Ma, tra chi ha fretta di vedere risultati e chi non ha interesse al rinnovamento, non è una strada semplice. Siamo tutti più informati sulle tematiche ambientali, e quindi consapevoli ma inermi per la gravità e la vastità del problema.
    Articoli come questo oltre a focalizzare il problema, offrono anche delle soluzioni attuabili immediatamente ed a costo zero. Grazie.

  7. Non mancano esperti e metodiche che potrebbero risanare i gravi problemi ambientali. Capita di sentirsi scoraggiati ed incapaci di reagire per la drammaticità e la vastità dell’argomento.
    Articoli come questo oltre a focalizzare alcuni temi offrono soluzioni tempestive, efficaci ed a costo zero. Grazie

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