di Gianfranco Nappi .
Cโรจ una storia interessante in un interessante modo di fare storia che ne allarga i confini, gli interessi, le chiavi di lettura.
La storia interessante รจ quella di come i Napoletani siano diventati โmangiamaccheroniโ.
I tentativi, piรน o meno riusciti , di darne conto sono stati nel tempo diversi. Uno dei piรน singolari e significativi, con il suo modo di โfarlaโ questa storia, รจ stato sicuramente quello di Emilio Sereni.
Singolare personaggio intanto proprio Emilio Sereni. Ultimo di 4 figli di una famiglia di intellettualitร ebraica, nasce nel 1907; Ricercatore dellโIstituto Superiore Agrario di Portici; comunista e antifascista; piรน volte arrestato e condannato a morte nel 1944 riuscirร a fuggire dal carcere di Torino grazie alla moglie Xenia; esponente del CLNAI; Ministro nei governi di unitร nazionale dellโimmediato dopoguerra; deputato dal 1946 fino agli inizi degli anni โ70; uomo dai mille interessi culturali, parlava correntemente almeno 5 lingue, ha lasciato un archivio di oltre 50.000 notazioni, commenti su saggi e libri letti mentre ha scritto di suo oltre mille pubblicazioni.
Ebbene, si deve proprio a lui una delle piรน originali letture dellโaffermazione del primato di Napoli come capitale della pasta, edita per la prima volta nel 1958 su tre numeri di Cronache Meridionali, la rivista che raccoglieva il pensiero meridionalista di sinistra, ad opera di Gaetano Macchiaroli e diretta agli inizi da Mario Alicata, Giorgio Amendola e Francesco De Martino.
Originale perchรฉ Sereni ricostruisce il passaggio a โmangiameccheroniโ , non attraverso le fonti statistiche e documentali, proprie del lavoro classico dello storico. No, egli usa anche queste ovviamente, ma si avvale primariamente delle fonti โindiretteโ e, specificamente, di quelle letterarie.
E cosรฌ, la narrazione di un passaggio cosรฌ importante nella vicenda dei Napoletani, che tanto peso ha ancora oggi e che da essi si รจ riverberato, POSITIVAMENTE , sullโintero Paese ( sono gli Italiani ad essere identificati nel Mondo ormai come โmangiamaccheroniโ ed i โmaccheroniโ muovono una economia che vale qualcosa come 5 miliardi di euro allโanno, un quarto di tutta al pasta consumata nel mondo la produciamo noi e di questo quarto un quota rilevante viene proprio dallโarea Napoletana e dal Mezzogiorno ), diventa in primo luogo una sorta di vera e propria Storia della Letteratura, si potrebbe dire.
Cosรฌ come infatti Sereni nella sua fondamentale opera, Storia del Paesaggio Agrario, si era affidato primariamente alla lettura critica di opere dโarte ( quadri, affreschi, mosaiciโฆ), e riuscรฌ a cogliere dal mutare di sfondi e contesti esterni al centro delle opere, lungo un arco di tempo di diversi secoli, il mutare delle coltivazioni, delle varietร arboree, delle stesse tecniche agricoleโฆcosรฌ, invece, per quanto riguarda la pasta, รจ leggendo criticamente le opere della letteratura italiana, anche in questo caso lungo lโarco di diversi secoli, che egli รจ riuscito a cogliere il passaggio da una fase allโaltra e ci ha offerto una raccolta antologica di testi e citazioni di grande curiositร e valore culturale.
Quindi, intanto, i Napoletani non nascono โmangiamaccheroniโ, lo diventano in unโepoca precisa e secondo circostanze altrettanto determinate che, appunto, Emilio Sereni ricostruisce con dovizia di particolari.
Giร qui vale una considerazione di premessa. Eโ in questa capacitร dei Napoletani non essendo di diventare , nel campo agroalimentare e gastronomico massimamente, che risiede anche la forza straordinaria e perfino quella ricchezza culturale che ne fanno una delle realtร piรน ricercate al Mondo.

A controprova, se in campo alimentare e gastronomico, possiamo parlare di primato, questo vuol dire che la forza non viene dallโessere sempre uguali a seโ stessi, dalle identitร culinarie e agronomiche innalzate come vessilli escludenti, ma dalla capacitร di fondere, di mescolare, di esaltare diversitร e apporti in nuove sintesi che proprio perchรฉ espressione di piรน contributi, risultano piรน capaci di penetrare gusti ed epoche.
Insomma, anche in questo campo, non รจ la purezza di sangue che fa premio, ma invece lโapertura.
Eโ questo che ti consente non essendo di diventare.
E si ritrova in ciรฒ anche lโinteresse e il fascino delle culture gastronomiche mediterranee e napoletane nello specifico: tra le piรน cercate e apprezzate proprio perchรฉ in esse si sono fusi in modo assolutamente originale apporti e storie tante e tali da farne un unicum.
โ โฆlโidentitร non puรฒ che essere una storia di dialogo, di rapporto, di messa in discussione di seโโ : cosรฌ con efficace sintesi Vito Teti.[1]
[1] Vito Teti. Il colore del cibo. Geografia, mito e realtร dellโalimentazione mediterranea. Meltemi. 2019 p.38

E non meno significativo in questa direzione รจ lโultimo contributo di uno dei massimi storici dellโAlimentazione del nostro paese, Massimo Montanari che, nel suo appena edito, Il Mito delle
Origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro. Laterza 2019, invita a guardarsi dalle origini mitizzate e assolutizzate, peraltro proprio parlando di pasta: โ Piรน numerosi e interessanti sono gli incontri, piรน ricchi saranno i risultati, piรน forte e robusta la pianta. In questo modo avrร costruito la propria identitร , che, come ogni prodotto della storia, รจ viva e mutevole. Viva in quanto mutevole โ โ il moto รจ causa dโogni vitaโ รจ il celebre aforisma di Leonardo.โ

1 La Rivoluzione alimentare a Napoli. Lo straordinario contributo di Emilio Sereni.
Eโ intorno al terzo decennio del 1600 che Sereni fa risalire quella che egli stesso definisce โ una vera e propria rivoluzione nellโalimentazione delle popolazioni meridionali che ha fatto di Napoli la capitale dei maccheroni “. [1]
I Napoletani, prima, vedono nella loro alimentazione il primato deciso della โfogliaโ, che a sua volta non indica genericamente verdura e ortaggi ma invece brassica, i cavoli nelle loro multiformi espressioni. Eโ del 1592 il Villae libri XII di Giovan Battista Della Porta, pubblicato a Francoforte, โ che sullโorticoltura dellโepoca ci offre una ricca messe di informazioniโฆSe offert omnium prima brassica, cuius a vino, atque messe tertius est hic Neapolitanis fructusโฆ Alla brassica, dunque, al cavoloโฆil Della Porta attribuisce la parte fondamentale ( subito dopo il pane e il vino ) nellโalimentazione dei napoletani del suo tempoโฆโ .
E cosรฌ, per una Napoli vista da fuori , Luigi Pulci , poeta fiorentino , in un sonetto dedicato a Lorenzo il Magnifico, ha modo di sintetizzare le sue โscoperteโ dopo la visita a Napoli nel 1471 : โ …quel che importa piรน. Broccolo assaiโฆ.perchโivi sempre verdeggi fra cavoli torzuti e foglia molla e fra queโ gran signor deโ sette seggiโฆโ. E ancora un altro autore seicentesco che intitola la sua opera Contrasto curioso tra Venezia e Napoli ha modo di dire che : โ โฆNapoli, ti che sei sรฌ ricco e pieno di broccoli, di foglia e petrosinoโฆโ.
Ma a comporre questo quadro di napoletani mangiafoglie sono direttamente anche gli autori napoletani stessi che con dovizia di opere forniscono un vero e proprio affresco dโepoca.
Qui i โrepertiโ che Sereni porta a sostegno della sua tesi sono tantissimi. Nel poemetto Micco Passaro di Giulio Cesare Cortese, degli inizi del โ600 : โ โฆNapole mio, dica chi voglia, non sรฌ Napole cchiรน, si non aie la fogliaโฆโ. E Sgruttendio nella canzone interamente dedicata alla foglia , Li Spanfie de la Foglia, degli inizi del 1600, lamentendone la mancanzaโฆโ chello che me dร cchiรน pena e doglia la pignata de vruoccole e de la fogliaโฆโ. E il Gian Battista Basile in una delle novelle de Il Cunto de li cunti: โโฆmme parto per sare sempre vidolo de le ppignate mmaretate; io sfratto do sto bello casale, torze mije ve lasso deretoโฆโ.
Potremmo continuare, amplissima e gustosa รจ la dovizia di ricostruzioni e citazioni che ci offre Sereni.
Lโultima di Basile ci introduce ad una ulteriore precisazione sui caratteri dellโalimentazione dei napoletani dellโepoca. Ci si presenta la foglia abbinata alla carne in quel pignato maritato quintessenza della gastronomia napoletana : tra quattro e cinquecento lโunione tra carne e foglia rappresenta il completamento dellโalimentazione napoletana, ed anche la sua ricchezza. E avvalendosi, in questo caso sรฌ, della statistica Sereni daโ conto del fatto che a Napoli nel 1536 si mattassero, pro capite, piรน animali ( tra bovini,suini,ovini,pollameโฆ), che nel 1931.
2 La letteratura come cartina di tornasole
Foglia e carne dunque. I mangiafoglie sono anche mangiacarne. Ma non ancora mangiamaccheroni. Anzi, i mangiamaccheroni sono altri. Nella commedia La vedova, di Giambattista Cini, pubblicata a Firenze nel 1569, si contrastano il siciliano Fiacavento e il gentiluomo napoletano Cola Francisco. Cosรฌ Fiacavento definisce il rivale : โโฆnu curnutu capruni napulitanu, manghiafogghiaโฆโ. In termini offensivi dunque il Siciliano imputa al Napoletano di essere mangiafoglia. E sentite come il Napoletano gli risponde : โ Oh, te stai loco? E che pienzi parlare, sicilianello, con qualche pezziente parituo? Va, va, mangiamaccheroni!…โ.
Siamo nella seconda metร del 1500 e il Napoletano non trova offesa piรน grande per il Siciliano che definirlo mangiamaccheroniโฆ
Ma รจ proprio intorno al 1630 che la scena cambia decisamente. Ed รจ da lรฌ che il โmaccheroneโ comincia a farsi spazio nella dieta dei Napoletani. Non รจ che prima non fosse presente, soprattutto sulle tavole della nobiltร e nei momenti di festa: maccheroni e zucchero, un dolce praticamente.
Una prammatica della Napoli aragonese, del 1509, ce lo conferma prescrivendo che : โ โฆItem che quando la farina saglie per guerra, o carestia, o per indispositione de stagione de cinque carlini in su el tumulo non si debiano fare taralli, susamielli, ceppule, Maccarune, Trii vermicelli, ne altra cosa de pasta excepto in caso di necessitร de malatiโฆโ.
Dal che si ricava che la pasta รจ ancora un genere voluttuario, tanto che se ne deve fare a meno nei momenti di difficoltร .
E in questa fase Napoli piรน che produrla, la importa la pasta : dalla Sardegna, da Genova, dalla Sicilia.
Nรฉ da qui conto riproporre la storia, che pure Sereni compie con dovizia di particolari , della differenza con la pasta, delle lasagne, in Emilia, e delle lagane, al Sud, paste fresche presenti da tempo immemore: Grecia, Magna Grecia, Romaโฆ
No, da quel tornante dei primi decenni del 1600 cambia qualcosa nel profondo della vicenda napoletana: e sono i pesanti effetti del combinarsi di una crescita urbanistica della cittร e di un fenomeno di spoliazione determinato dal Vicereame spagnolo.
Si narra che Don Ramiro Gusman duca di Medina, Vicerรจ di Napoli dal 1637 al 1644, accusato dal Re di esigere troppo poco dalle popolazioni locali per i fabbisogni dellโImpero, โ si vantasse cinicamente di aver lasciato, anzi, il Viceregno stesso in condizioni tali, che quattro famiglie, messe insieme le loro forze, non sarebbero riuscite a fare un pignato maritatoโฆโ.
Una iperbole se si vuole che perรฒ testimonia, fosse anche solo come โraccontoโ, di una temperie e di un clima che parla di una cittร che, perduta lโautonomia, si trova esposta agli effetti della โdipendenzaโ e di una crescita di popolazione sempre piรน forte.
[1] p.24 Emilio Sereni Note di Storia dellโalimentazione nel Mezozgiorno. I napoletani da mangiafoglie a mangiamaccheroni. 2015 . Collana di Oltre il Giardino ora Infinitimondi splendidamente illustrata da Daniela Pergreffi.

Da un lato, la foglia deve venire da localitร sempre piรน lontane per la parte di terreno coltivabile sacrificato alla crescita urbana che si traduce anche nella crescita di una plebe ondeggiante ed esigente che preme sul potere politico ed รจ da essa spesso โusataโ nello scontro tra i potenti del Viceregno, dallโaltro la cittร deve vivere una condizione pesante sul piano economico tale da rendere piรน difficili quei consumi carnei che precedentemente la caratterizzavano.
Si apre una grande questione di โadeguatezzaโ dellโalimentazione delle masse popolari napoletane.
E la tesi di Sereni incontra proprio questa esigenza. Egli sostiene infatti che, grazie alla introduzione di due innovazioni tecnologiche che nascono nellโambiente napoletano, la gramola, macchina che
serve per preparare lโimpasto della semola, e soprattutto lโingegno, il torchio, attraverso cui lโimpasto viene estruso e, attraverso terminali appositamente allestiti, prende le piรน diverse forme, la pasta, essiccata al sole, ricca di carboidrati e proteine vegetali, diventa progressivamente lโalimento base dei Napoletani. Sempre piรน spesso unito al formaggio che a sua volta assicura lโapporto di grassi e proteine animali altrimenti mancanti.
Oggetto ancora misterioso รจ invece il pomodoro che รจ ben lontano dal matrimonio con la pasta, anzi รจ ancora, a questo tempo, lontano dallโaffacciarsi in cucina, โimmigrato clandestinoโ, per dirla con una felice espressione di Marino Niola, considerato pericoloso, confinato nei laboratori degli speziali ma sconosciuto alle tavole dove comincerร ad affermarsi solo nella fine del โ700 per invece a unirsi con le paste piรน verso lโ800 addirittura : chi avrebbe potuto immaginare che poi questo rosso immigrato sarebbe diventato il simbolo stesso della napoletanitร unito a pasta, pizza e alla carne nel ragรน? Ancora, dunque, una sperimentazione, una innovazione, una mescolanza, una capacitร , non essendo, di diventare.
La pasta dunque si afferma come piatto ricco dal punto di vista alimentare, facilmente conservabile e trasportabile, con il costo di produzione abbattuto proprio in virtรน dellโapplicazione delle innovazioni descritte e soddisfa lโesigenza alimentare delle masse popolari, e povere.
Dallโartigianato puro si passa cosรฌ nella produzione della pasta alla manifattura organica che si sviluppa nella cittร di Napoli ma dove poi, forse anche per il vincolo che le corporazioni dei vermicellari prima e dei maccaronari poi riescono ad imporre per limitare a fini concorrenziali lโespansione a nuovi trasformatori, prende soprattutto la via dei Comuni costieri, di Portici, di Resina, di Torre Annunziata, di Gragnano, della Costiera Amalfitana, dove spicca Minori come importante centro produttivo.
E, ancora una volta, testimonianza di questo processo ci viene dalla letteratura di cui anche in questo caso, Sereni presenta dovizia di riferimenti a partire dalla metร del Seicento. E quello Sgruttendio che pochi decenni prima aveva inneggiato a Li Spanfi de la foglia ora compone Le Laude de li Maccarune : โ โฆchโio giร canto, lo gran spanto, de lo bello Maccarone. Si ve trovo, che gran gusto me ne piglio: si ve ghiotto, me nโabbotto, de dolcezza me squaquiglioโฆ โ. E Giulio Cesare Cortese ne La Rosa, prima opera teatrale in napoletano del 1621 : โ Tu sรฌ felice, e puro te lamiente? Nโavรจ paura niente, tโรจ caduto lo ccaso ncoppa li maccaruneโฆ โ , aggiorna il detto che giร Giordano Bruno aveva riproposto per la fase immediatamente precedente a quella dellโaffermazione dei maccheroni nellโArgumento del suo Candelaio dove : โโฆgli cascรฒ il lasagno dentrโal formaggioโฆโ.[1]
E si coltiva nella letteratura, in coerenza con lโipotesi dello stesso Sereni, una certa insofferenza verso lo Spagnolo. Eโ il caro di Pulcinella, nella Lucilla costante del Fiorillo, appena dopo il 1630 dove la maschera napoletana dichiara che : โ โฆme ne vorria tornare a la casa de la signora Lucilla a magnarme lo riesto de cierte maccarune, che aggio lassatoโโฆ- rincorrendo il Capitano Matamoros, che gli ha rapito la sua bella โ egli gli grida appresso,infuriato : โ Ah spagnuolo, nemico delli maccarune!โ ove questโultima espressione sembra giร usata, proprio nel senso di โ nemico dei Napoletaniโโฆโ[2].
Nei fatti Emilio Sereni ci ha regalato un vero libro di Storia. Una Storia dove il ripercorrere i mutamenti delle pratiche alimentari ci restituisce una capacitร di lettura di dinamiche piรน ampie, economiche, sociali, della tecnologia, geopolitiche perfino.
E cosรฌ Sereni ci accompagna con il suo Saggio nel profondo di una storia, quella di Napoli, grande e contraddittoria capitale europea, facendola rivivere a partire da un angolo di visuale particolare: quello dellโalimentazione.
Non sappiamo se Sereni avesse immaginato per il suo lavoro un destino cosรฌ lungo nel tempo. Quello che invece sappiamo รจ che gli siamo ancora enormemente grati per averci lasciato un contributo che ci arriva ancora con voce chiara e forte.
3 I lavori sulla pasta e la sua storia. La dimensione sociale del โfare pastaโ. Non รจ mai stato un pranzo di gala. Il contributo di tre Torresi
Amplissima รจ la letteratura sulla storia che ha accompagnato le trasformazioni sulla e della pasta sia a Napoli che in tutto il paese.
Tra i lavori degli anni piรน recenti, si puรฒ sottolineare la ricchezza di contributi raccolti nella pubblicazione di Vincenzo Esposito che con il suo La civiltร della pasta. Storie di maccaroni e maccaronari. Dante e Descartes. 2016 , compie una ricca ricognizione di un dibattito e di testimonianze plurisecolari raccolte in modo โantologicoโ. Insieme al Saggio introduttivo dello stesso Esposito รจ proprio questo vedere accostati su un unico tema contributi di autori che vanno dal nostro Emilio Sereni a Francoise Sabban, da Erri De Luca a Domenico Rea, da Giuseppe Marotta a Mario Stefanile a rappresentare un sicuro pregio di questo lavoro.

Un altro contributo di sicuro interesse รจ quello curato da Antonio Puzzi, PASTA.Le forme del grano. Slow Food Edizioni. 2017, che invece, senza disdegnare anche la ricostruzione di lineamenti di storia, ci offre una panoramica completa sia delle origini del grano, delle sue varietร e dei territori e coltivazioni e , soprattutto, ci accompagna alla scoperta di quel grande giacimento di gusto e di cultura rappresentato dalle mille forme della pasta nelle diverse regioni, nei diversi territori, nelle cittร della pasta. Una guida ragionata e โraccontataโ per quel viaggio nel gusto che davvero puรฒ trovare sempre nuovi spunti.

Di sicuro invece non sono altrettanti i lavori che abbiano illuminato, nel farsi dellโindustria della pasta, il ruolo del lavoro e dei lavoratori.
Oggi, per quanto riguarda tutto il periodo del farsi del moderno processo produttivo della pasta, dalla seconda metร dellโ800 alle soglie della II Guerra Mondiale, e che ritrova nellโarea napoletana e segnatamente a Torre Annunziata e Gragnano i suoi centri propulsivi, tutto sembra avvolto in unโaurea di nobiltร , di coraggio, di bellezza di un bel tempo che fu.
Nulla di tutto questo.
La produzione della pasta, con i diversi spezzoni della sua filiera, era profondamente segnata dagli elementi di sfruttamento e di ingiustizia sociale tipici di quellโepoca.
E non sarร un caso che proprio Torre Annunziata, epicentro del processo produttivo moderno comprensivo anche del suo decisivo aspetto logistico di approvvigionamento, porto e depositi di grano, e molini, sia stata anche al centro dello svilupparsi di una moderna organizzazione, sul finire del XIX secolo, di lotta sociale, di difesa dei diritti e delle condizioni di vita degli operai addetti alla produzione. E sia stata al centro di tensioni e movimenti, scioperi, lotte di classe che hanno spinto in direzione di un miglioramento delle condizioni produttive e della qualitร dellโintero processo, sia dal punto di vista tecnologico che imprenditoriale.
Maria Natale Orsini ha saputo rendere nelle straordinarie pagine dei suoi romanzi, a cominciare da Francesca e Nunziata, il clima, lโaria, i colori, gli odori persino dellโepopea della pasta a Torre Annunziata. Immagini vivide di speranze, tensioni, lotte viste da diverse angolazioni sociali, ma primariamente da quella della famiglia dโimpresa e in incrocio con le vicende piรน generali del paese nellโarco di circa un secolo : dalla metร dellโ800 al 1940.
Protagoniste la pasta, Torre e le sue donne.

Giร nel 1985 un altro Torrese illustre, Michele Prisco aveva saputo cogliere questo elemento del protagonismo delle donne scrivendo :
โ Torre lโhanno fatta ricca le donne, le operaie, le mogli degli imprenditori, le sorelle, una grande tempra, un coraggio da felini, e lโhanno distrutta gli uomini, pigri, irresoluti, incapaci di sentire il futuroโฆโ [1]
[1] Michele Prisco. La cittร delle donne in La Voce della Campania , 26 agosto 1985

Ha dedicato a questa storia, che poi รจ anche la storia sua e della sua cittร , Angelo Abenante, storico rappresentante del movimento sindacale torrese e napoletano, dirigente del PCI, deputato, un lavoro prezioso : Maccaronari. Edito nel 2002 รจ praticamente introvabile e stiamo lavorando al progetto della sua indispensabile riedizione.
โ Il Sindaco della cittร , Vincenzo Gambardella, rispondendo al questionario dellโinchiesta agraria dellโonorevole Jacini nel 1877 dichiarava una mortalitร infantile del 35%, lโesistenza di un grande numero di analfabeti, unโalimentazione di pane e piante erbacee, abiti ordinariamente di lana ruvida ed un solo pasto, alla sera, quando mangiavano una vivanda calda dopo aver fatto colazione di pane a mezzogiornoโ .[1]
[1] Angelo Abenante Maccaronari Novus Campus 2002 p.59

Ed รจ amplissima la rete industriale a Torre come daโ conto un articolo de lโAvanti, del socialista Oddino Morgari nel 1904 :
โ Torre Annunziata vive dellโindustria delle paste. I grani le giungono dalla Russia su dei piroscafi, trecento lavoratori del porto mettono quei grani a riva; cinquecento mugnai li riducono in semole in quattordici grandi mulini a vapore; ottocento pastai trasformano queste semole in cinquantaquattro pastifici, duecento meccanici, fuochisti e falegnami ne dirigono e riparano le macchine; altrettanti carbonai le forniscono di combustibile dal mare; trecento uomini della carovana di piazza fanno i servizi esterni con carretti a mano; cento carrettieri trasportano le paste a Napoli; cinquanta facchini della ciurma della ferrovia le caricano sui treniโฆโ. [1]
Le piรน moderne forme di lotta si affermano qui e si fronteggiano con una classe imprenditoriale il piรน delle volte con pochi scrupoli, espressione di visioni padronali e paternalistiche, spesso capace di โusareโ a fini dโordine contro i lavoratori personaggi della malavita, parte di un blocco sociale retrivo e incapace di promuovere una modernizzazione anche sociale.
Come Abenante puntualmente ci ricostruisce, nel 1862 si costituisce il Comitato Masaniello. Nel 1883 si costituisce la prima Societร di mutuo soccorso che nel 1891 si trasforma in Camera del Lavoro, una delle prime e delle piรน forti del paese. Dal 1901 al 1904 si sviluppano aspre lotte dei lavoratori, fino allo sciopero generale per contrastare le volontร di conculcare anche i piรน elementari diritti dei lavoratori da parte della classe imprenditoriale.
[1] Angelo Abenante. Cit. p.57

E proprio intorno a queste lotte si inserisce anche una stampa che prende le parti dei piรน forti. Eโ il caso de Il Mattino di Eduardo Scarfoglio che sostiene a spada tratta le ragioni degli imprenditori della pasta contro quelle dei lavoratori che anzi la penna sempre ficcante dello Scarfoglio colpisce senza alcuna pietร .
E non solo di โaffinitร โ ideali dello Scarfoglio si trattava.
Francesco Barbagallo nel suo recente Napoli Belle Epoque ci daโ conto di profonde cointeressenze tra pastai e Scarfoglio:
โ Dalla preziosa fonte archivistica dei Contratti di societร siamo informati sui contributi dei pastai e della SAD. Alfonso Garofalo di Gragnano e i Fratelli Fabbrocino di Torre versarono 15.000 lire ciascuno; 10.000 il torrese Francesco Cirillo; 5000 ciascuno Annibale Fienga di Scafati e Francesco Iennaco di Torreโฆโฆ200.000 lire. Grazie a questi capitali freschi venivano rinnovati completamente lo stabilimento tipografico e le macchine con cui era stampato il giornale .โ[1]
Cosรฌ andavano le cose.
[1] Francesco Barbagallo. Napoli, Belle Epoque. Laterza 2015. p.54.

4 Omaggio alla Cina. Dove molto ebbe inizio.
In questo tempo cosรฌ travagliato per un popolo grande e ricco di storia come quello cinese, metafora al tempo stesso, questo travaglio, di come e quanto, nellโepoca della globalizzazione, รจ solo dalla collaborazione e dalla reciproca apertura e dal reciproco riconoscimento che possono derivare sviluppi positivi per tutti affinando la capacitร di risolvere i problemi voglio rendere ad esso testimonianza e omaggio.
In un recente viaggio di lavoro che, grazie a Cittร della Scienza, ho avuto modo di fare lรฌ, visitando i
laboratori di archeologia di diverse Universitร e centri di ricerca di quel paese, in primis a Chengdu, ho trovato traccia diretta di una scoperta di cui i Cinesi vanno giustamente orgogliosi : quello che indubitabilmente รจ il primo piatto di spaghetti del mondo รจ stato trovato lรฌ, durante gli scavi a Laja, profondo occidente del paese, tra la fine degli anni โ90 e i primi del 2000. Un groviglio di veri e propri spaghetti ritrovati in unโanfora capovolta probabilmente sommersa durante unโinondazione e conservati benissimo. Il piccolo particolare รจ che si tratta di un ritrovamento che risale a 4000 anni fa.

In questa sede non importa alimentare dispute sulla sacralitร delle origini, da cui poi in fondo siamo partiti in questo percorso di riflessione e di lettura. Si tratterร magari di spaghetti fatti non con semola di grano duro ma con farina di miglio. Si tratterร di forme primitive. Si tratterร , si tratterร โฆ.ma sono spaghetti.
Non possiamo cosรฌ che essere grati a loro. Cosรฌ come probabilmente dovremmo esserlo agli Arabi che ne hanno avviato la scoperta e produzione nel Mediterraneo. E poi, certo, e non รจ poco, noi ci abbiamo messo il nostro.
E in questo caso, รจ giusto che cosรฌ vadano le cose.

