di Gianfranco Nappi .

Cโ€™รจ una storia interessante in un interessante modo di fare storia che ne allarga i confini, gli interessi, le chiavi di lettura.

La storia interessante รจ quella di come i Napoletani siano diventati โ€˜mangiamaccheroniโ€™.

I tentativi, piรน o meno riusciti , di darne conto sono stati nel tempo diversi. Uno dei piรน singolari e significativi, con il suo modo di โ€˜farlaโ€™ questa storia,  รจ stato sicuramente quello di Emilio Sereni.

Singolare personaggio intanto proprio Emilio Sereni. Ultimo di 4 figli di una famiglia di intellettualitร  ebraica, nasce nel 1907; Ricercatore dellโ€™Istituto Superiore Agrario di Portici; comunista e antifascista; piรน volte arrestato e condannato a morte nel 1944 riuscirร  a fuggire dal carcere di Torino grazie  alla moglie Xenia; esponente del CLNAI; Ministro nei governi di unitร  nazionale dellโ€™immediato dopoguerra;  deputato dal 1946 fino agli inizi degli anni โ€™70; uomo dai mille interessi culturali, parlava correntemente almeno 5 lingue, ha lasciato un archivio di oltre 50.000 notazioni, commenti su saggi e libri letti mentre ha scritto di suo oltre mille pubblicazioni.

Ebbene, si deve proprio a lui una delle piรน originali letture dellโ€™affermazione del primato di Napoli come capitale della pasta, edita per la prima volta nel 1958 su tre numeri di Cronache Meridionali, la rivista che raccoglieva il pensiero meridionalista di sinistra, ad opera di Gaetano Macchiaroli e diretta agli inizi da Mario Alicata, Giorgio Amendola e Francesco De Martino.

Originale perchรฉ Sereni ricostruisce il passaggio a โ€˜mangiameccheroniโ€™ , non attraverso le fonti statistiche e documentali, proprie del lavoro classico dello storico. No, egli usa anche queste ovviamente, ma si avvale primariamente delle fonti โ€˜indiretteโ€™ e, specificamente, di quelle letterarie.

E cosรฌ, la narrazione di un passaggio cosรฌ importante nella vicenda dei Napoletani, che tanto peso ha ancora oggi e che da essi si รจ riverberato, POSITIVAMENTE ,   sullโ€™intero Paese  (  sono gli Italiani ad essere identificati nel Mondo ormai come โ€˜mangiamaccheroniโ€™  ed i โ€˜maccheroniโ€™ muovono una economia che vale qualcosa come 5 miliardi di euro allโ€™anno, un quarto di tutta al pasta consumata nel  mondo la produciamo noi e di questo quarto un quota rilevante viene proprio dallโ€™area Napoletana e dal Mezzogiorno ), diventa in primo luogo una sorta di vera e propria Storia della Letteratura, si potrebbe dire.

Cosรฌ come infatti Sereni nella sua fondamentale opera, Storia del Paesaggio Agrario, si era affidato primariamente alla lettura critica di opere dโ€™arte ( quadri, affreschi, mosaiciโ€ฆ), e riuscรฌ a cogliere dal mutare di sfondi e contesti esterni al centro delle opere, lungo un arco di tempo di diversi secoli, il mutare delle coltivazioni, delle varietร  arboree, delle stesse tecniche agricoleโ€ฆcosรฌ, invece, per quanto riguarda la pasta, รจ leggendo criticamente le opere della letteratura italiana, anche in questo caso lungo lโ€™arco di diversi secoli, che egli รจ riuscito a cogliere il passaggio da una fase allโ€™altra e ci ha offerto una raccolta antologica di testi e citazioni di grande curiositร  e valore culturale.

Quindi, intanto, i Napoletani non nascono โ€˜mangiamaccheroniโ€™, lo diventano in unโ€™epoca precisa e secondo circostanze altrettanto determinate che, appunto, Emilio Sereni ricostruisce con dovizia di particolari.

Giร  qui vale una considerazione di premessa. Eโ€™ in questa capacitร  dei Napoletani  non essendo di diventare , nel campo agroalimentare e gastronomico massimamente, che risiede anche la forza straordinaria e perfino quella ricchezza culturale   che  ne fanno una delle realtร  piรน ricercate al Mondo.

A controprova, se in campo alimentare e gastronomico, possiamo parlare di primato, questo vuol dire che la forza non viene dallโ€™essere sempre uguali a seโ€™ stessi, dalle identitร  culinarie e agronomiche innalzate come vessilli escludenti, ma dalla capacitร  di fondere, di mescolare, di esaltare diversitร  e apporti in nuove sintesi che proprio perchรฉ espressione  di piรน contributi, risultano piรน capaci di penetrare gusti ed epoche.

Insomma, anche in questo campo, non รจ la purezza di sangue che fa premio, ma invece lโ€™apertura.

Eโ€™ questo che ti consente non essendo di  diventare.

E si ritrova in ciรฒ anche lโ€™interesse e il fascino delle culture gastronomiche mediterranee e napoletane nello specifico: tra le piรน cercate e apprezzate proprio perchรฉ in esse  si sono fusi in modo assolutamente originale apporti e storie tante e tali da farne un unicum.

โ€œ โ€ฆlโ€™identitร  non puรฒ che essere una storia di dialogo, di rapporto, di messa in discussione di seโ€™โ€ : cosรฌ con efficace sintesi Vito Teti.[1]


[1]  Vito Teti. Il colore del cibo. Geografia, mito e realtร  dellโ€™alimentazione mediterranea. Meltemi. 2019 p.38

E non meno significativo in questa direzione รจ lโ€™ultimo contributo di uno dei massimi storici dellโ€™Alimentazione del nostro paese, Massimo Montanari che, nel suo appena edito, Il Mito delle

Origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro. Laterza 2019, invita a guardarsi dalle origini mitizzate e assolutizzate, peraltro proprio parlando di pasta: โ€œ Piรน numerosi e interessanti sono gli incontri, piรน ricchi saranno i risultati, piรน forte e robusta la pianta. In questo modo avrร  costruito la propria identitร , che, come ogni prodotto della storia, รจ viva e mutevole. Viva in quanto mutevole โ€“ โ€œ il moto รจ causa dโ€™ogni vitaโ€ รจ il celebre aforisma di Leonardo.โ€


1 La Rivoluzione alimentare a Napoli. Lo straordinario contributo di Emilio Sereni.

Eโ€™ intorno al terzo decennio del 1600 che Sereni fa risalire quella che egli stesso definisce โ€œ una vera e propria rivoluzione nellโ€™alimentazione delle popolazioni meridionali che ha fatto di Napoli la capitale dei maccheroni “. [1]

I Napoletani, prima, vedono nella loro alimentazione il primato deciso della โ€˜fogliaโ€™, che a sua volta non indica genericamente verdura e ortaggi ma invece  brassica, i cavoli nelle loro multiformi espressioni. Eโ€™ del 1592 il Villae libri XII di Giovan Battista Della Porta, pubblicato a Francoforte,  โ€œ che sullโ€™orticoltura dellโ€™epoca ci offre una ricca messe di informazioniโ€ฆSe offert omnium prima brassica, cuius a vino, atque messe tertius est hic Neapolitanis fructusโ€ฆ Alla brassica, dunque, al cavoloโ€ฆil Della Porta attribuisce la parte fondamentale ( subito dopo il pane e il vino ) nellโ€™alimentazione dei napoletani del suo tempoโ€ฆโ€ .

E cosรฌ, per una Napoli vista da fuori , Luigi Pulci , poeta fiorentino ,  in un sonetto dedicato a Lorenzo il Magnifico, ha modo di sintetizzare le sue โ€˜scoperteโ€™ dopo la visita a Napoli nel 1471 : โ€œ  …quel che importa piรน. Broccolo assaiโ€ฆ.perchโ€™ivi sempre verdeggi fra cavoli torzuti e foglia molla e fra queโ€™ gran signor deโ€™ sette seggiโ€ฆโ€. E ancora un altro autore seicentesco che intitola la sua opera Contrasto curioso tra Venezia e Napoli ha modo di dire che : โ€œ โ€ฆNapoli, ti che sei sรฌ ricco e pieno di broccoli, di foglia e petrosinoโ€ฆโ€.

Ma a comporre questo quadro di napoletani mangiafoglie sono direttamente anche gli autori napoletani stessi che con dovizia di opere forniscono un vero e proprio affresco dโ€™epoca.

Qui i โ€˜repertiโ€™ che Sereni porta a sostegno della sua tesi sono tantissimi.  Nel poemetto Micco Passaro  di Giulio Cesare Cortese, degli inizi del โ€˜600 : โ€œ โ€ฆNapole mio, dica chi voglia, non sรฌ Napole cchiรน, si non aie la fogliaโ€ฆโ€. E Sgruttendio nella canzone interamente dedicata alla foglia , Li Spanfie de la Foglia, degli inizi del 1600, lamentendone la mancanzaโ€ฆโ€ chello che me dร  cchiรน pena e doglia la pignata de vruoccole e de la fogliaโ€ฆโ€.  E il Gian Battista Basile in una delle novelle de Il Cunto de li cunti: โ€œโ€ฆmme parto per sare sempre vidolo de le ppignate mmaretate; io sfratto do sto bello casale, torze mije ve lasso deretoโ€ฆโ€.

Potremmo continuare, amplissima e gustosa  รจ la dovizia di ricostruzioni e citazioni che ci offre Sereni.

Lโ€™ultima di Basile ci introduce ad una ulteriore precisazione sui caratteri dellโ€™alimentazione dei napoletani dellโ€™epoca. Ci si presenta la foglia abbinata alla carne in quel pignato maritato quintessenza della gastronomia napoletana : tra quattro e cinquecento lโ€™unione tra carne e foglia rappresenta il completamento dellโ€™alimentazione napoletana, ed anche la sua ricchezza. E avvalendosi, in questo caso sรฌ, della statistica Sereni daโ€™ conto del fatto che a Napoli  nel 1536 si mattassero, pro capite,  piรน animali ( tra bovini,suini,ovini,pollameโ€ฆ), che nel 1931.

2 La letteratura come cartina di tornasole

Foglia e carne dunque. I mangiafoglie sono anche mangiacarne. Ma non ancora mangiamaccheroni. Anzi, i mangiamaccheroni sono altri. Nella commedia La vedova, di Giambattista Cini, pubblicata a Firenze nel 1569, si contrastano il siciliano Fiacavento e il gentiluomo napoletano Cola Francisco. Cosรฌ Fiacavento definisce il rivale : โ€œโ€ฆnu curnutu capruni napulitanu, manghiafogghiaโ€ฆโ€. In termini offensivi dunque il Siciliano imputa al Napoletano di essere mangiafoglia. E sentite come il Napoletano gli risponde : โ€œ Oh, te stai loco? E che pienzi parlare, sicilianello, con qualche pezziente parituo? Va, va, mangiamaccheroni!…โ€.

Siamo nella seconda metร  del 1500 e il Napoletano non trova offesa piรน grande per il Siciliano che definirlo mangiamaccheroniโ€ฆ

Ma รจ proprio intorno al 1630 che la scena cambia decisamente. Ed รจ da lรฌ che il โ€˜maccheroneโ€™ comincia a farsi spazio nella dieta dei Napoletani. Non รจ che prima non fosse presente, soprattutto sulle tavole della nobiltร  e nei momenti di festa: maccheroni e zucchero, un dolce praticamente.

Una prammatica della Napoli aragonese, del 1509, ce lo conferma  prescrivendo che : โ€œ โ€ฆItem che quando la farina saglie per guerra, o carestia, o per indispositione de stagione de cinque carlini in su el tumulo non si debiano fare taralli, susamielli, ceppule, Maccarune, Trii vermicelli, ne altra cosa de pasta excepto in caso di necessitร  de malatiโ€ฆโ€.

Dal che si ricava che la pasta รจ ancora un genere voluttuario, tanto che se ne deve fare a meno nei momenti di difficoltร .

E in questa fase Napoli piรน che produrla, la importa la pasta : dalla Sardegna, da Genova, dalla Sicilia.

Nรฉ da qui conto riproporre la storia, che pure Sereni compie con dovizia di particolari , della differenza con la pasta, delle lasagne, in Emilia, e delle  lagane, al Sud, paste fresche presenti da tempo immemore: Grecia, Magna Grecia, Romaโ€ฆ

No, da quel tornante dei primi decenni del 1600 cambia qualcosa nel profondo della vicenda napoletana: e sono i pesanti effetti del combinarsi di una crescita urbanistica della cittร  e di un fenomeno di spoliazione determinato dal Vicereame spagnolo.

Si narra che Don Ramiro Gusman duca di Medina,   Vicerรจ di Napoli dal 1637 al 1644, accusato dal Re di esigere troppo poco dalle popolazioni locali per i fabbisogni dellโ€™Impero, โ€œ si vantasse cinicamente di aver lasciato, anzi, il Viceregno stesso in condizioni tali, che quattro famiglie, messe insieme le loro forze, non sarebbero riuscite a fare un pignato maritatoโ€ฆโ€.

Una iperbole se si vuole che perรฒ testimonia, fosse anche solo come โ€˜raccontoโ€™, di una temperie e di un clima che parla di una cittร  che, perduta lโ€™autonomia, si trova esposta agli effetti della โ€˜dipendenzaโ€™ e di una crescita di popolazione sempre piรน forte.


[1] p.24 Emilio Sereni Note di Storia dellโ€™alimentazione nel Mezozgiorno. I napoletani da mangiafoglie a mangiamaccheroni. 2015 . Collana di Oltre il Giardino ora Infinitimondi splendidamente illustrata da Daniela Pergreffi.

Da un lato, la foglia deve venire da localitร  sempre piรน lontane per la parte di terreno coltivabile sacrificato alla crescita urbana  che si traduce anche nella crescita di una plebe ondeggiante ed esigente che preme sul potere politico ed รจ da essa spesso โ€˜usataโ€™ nello scontro tra i potenti del Viceregno, dallโ€™altro la cittร   deve vivere una condizione pesante sul piano economico  tale da rendere piรน difficili quei consumi carnei che precedentemente la caratterizzavano.

Si apre una grande questione di โ€˜adeguatezzaโ€™ dellโ€™alimentazione delle masse popolari napoletane.

E la tesi di Sereni incontra proprio questa esigenza. Egli sostiene infatti che, grazie alla introduzione di due innovazioni tecnologiche che nascono nellโ€™ambiente napoletano, la gramola, macchina che

serve per preparare lโ€™impasto della semola, e soprattutto lโ€™ingegno, il torchio, attraverso cui lโ€™impasto viene estruso e, attraverso terminali appositamente allestiti, prende le piรน diverse forme, la pasta, essiccata al sole, ricca di carboidrati e proteine vegetali, diventa progressivamente lโ€™alimento base dei Napoletani. Sempre piรน spesso unito al formaggio che a sua volta assicura lโ€™apporto di grassi e proteine animali altrimenti mancanti.

Oggetto ancora misterioso รจ invece il pomodoro che รจ ben lontano dal matrimonio con la pasta, anzi รจ ancora, a questo tempo, lontano dallโ€™affacciarsi in cucina,  โ€˜immigrato clandestinoโ€™, per dirla con una felice espressione di Marino Niola,  considerato pericoloso, confinato nei laboratori degli speziali  ma sconosciuto alle tavole dove comincerร  ad affermarsi solo nella fine del โ€˜700 per invece a unirsi con le paste piรน verso lโ€™800 addirittura : chi avrebbe potuto immaginare che poi questo rosso immigrato sarebbe diventato il simbolo stesso della napoletanitร  unito a pasta, pizza e alla carne nel ragรน? Ancora, dunque, una sperimentazione, una innovazione, una mescolanza, una capacitร , non essendo,  di diventare. 

La pasta dunque si afferma come piatto  ricco dal punto di vista alimentare, facilmente conservabile e trasportabile, con il costo di produzione abbattuto proprio in virtรน dellโ€™applicazione delle innovazioni descritte e soddisfa lโ€™esigenza alimentare delle masse popolari, e povere.

Dallโ€™artigianato puro si passa cosรฌ nella produzione della pasta alla manifattura organica che si sviluppa nella cittร  di Napoli ma dove poi, forse anche per il vincolo che le corporazioni dei  vermicellari prima e dei maccaronari poi riescono ad imporre per limitare a fini concorrenziali lโ€™espansione a nuovi trasformatori, prende soprattutto la via dei Comuni costieri, di Portici, di Resina, di Torre Annunziata, di Gragnano, della Costiera Amalfitana, dove spicca Minori come importante centro produttivo.

E, ancora una volta, testimonianza di questo processo ci viene dalla letteratura di cui anche in questo caso, Sereni presenta dovizia di riferimenti a partire dalla metร  del Seicento. E quello Sgruttendio che pochi decenni prima aveva inneggiato a Li  Spanfi de la foglia ora compone  Le Laude de li Maccarune : โ€œ โ€ฆchโ€™io giร  canto, lo gran spanto, de lo bello Maccarone. Si ve trovo, che gran gusto me ne piglio: si ve ghiotto, me nโ€™abbotto, de dolcezza me squaquiglioโ€ฆ โ€œ. E Giulio Cesare Cortese ne La Rosa, prima opera teatrale in napoletano del 1621 : โ€œ Tu sรฌ felice, e puro te lamiente? Nโ€™avรจ paura niente, tโ€™รจ caduto lo ccaso ncoppa li maccaruneโ€ฆ โ€œ , aggiorna  il detto che giร  Giordano Bruno aveva riproposto per la fase immediatamente precedente a quella dellโ€™affermazione dei maccheroni nellโ€™Argumento del suo Candelaio dove : โ€œโ€ฆgli cascรฒ il lasagno dentrโ€™al formaggioโ€ฆโ€.[1]

E si coltiva nella letteratura, in coerenza con lโ€™ipotesi dello stesso Sereni, una certa insofferenza verso lo Spagnolo. Eโ€™ il caro di Pulcinella, nella Lucilla costante del Fiorillo, appena dopo il 1630 dove la maschera napoletana dichiara che : โ€œ โ€ฆme ne vorria tornare a la casa de la signora Lucilla a magnarme lo riesto de cierte maccarune, che aggio lassatoโ€โ€ฆ- rincorrendo il Capitano Matamoros, che gli ha rapito la sua bella โ€“ egli gli grida appresso,infuriato : โ€œ Ah spagnuolo, nemico delli maccarune!โ€ ove questโ€™ultima espressione sembra giร  usata, proprio nel senso di โ€œ nemico dei Napoletaniโ€โ€ฆโ€[2].

Nei fatti Emilio Sereni ci ha regalato un vero libro di Storia. Una Storia dove il ripercorrere i mutamenti delle pratiche alimentari ci restituisce una capacitร  di lettura di dinamiche piรน ampie, economiche, sociali, della tecnologia, geopolitiche perfino.

E cosรฌ Sereni ci accompagna con il suo Saggio nel profondo di una storia, quella di Napoli, grande e contraddittoria capitale europea, facendola rivivere a partire da un angolo di visuale particolare: quello dellโ€™alimentazione.

Non sappiamo se Sereni avesse immaginato per il suo lavoro un destino cosรฌ lungo nel tempo. Quello che invece sappiamo รจ che gli siamo ancora enormemente grati per averci lasciato un contributo che ci arriva ancora con voce chiara e forte.

3   I lavori sulla pasta e la sua storia. La dimensione sociale del โ€˜fare pastaโ€™. Non รจ mai stato un pranzo di gala. Il contributo di tre Torresi

Amplissima รจ la letteratura sulla storia che ha accompagnato le trasformazioni sulla e della pasta sia a Napoli che in tutto il paese.

Tra i lavori degli anni piรน recenti, si puรฒ sottolineare la ricchezza di contributi raccolti nella pubblicazione di  Vincenzo Esposito che con il suo La civiltร  della pasta. Storie di maccaroni e maccaronari. Dante e Descartes. 2016 , compie una ricca ricognizione di un dibattito e di testimonianze plurisecolari   raccolte in modo โ€˜antologicoโ€™.  Insieme al Saggio introduttivo dello stesso Esposito รจ proprio questo vedere accostati  su un unico tema contributi di autori che vanno dal nostro Emilio Sereni a Francoise Sabban, da Erri De Luca a Domenico Rea, da Giuseppe Marotta a Mario Stefanile a rappresentare un sicuro pregio di questo lavoro.


Un altro contributo di sicuro interesse รจ quello curato da Antonio Puzzi, PASTA.Le forme del grano. Slow Food Edizioni. 2017, che invece, senza disdegnare anche la ricostruzione di lineamenti di storia, ci offre una panoramica completa sia delle origini del grano, delle sue varietร  e dei  territori e coltivazioni e , soprattutto, ci accompagna alla scoperta di quel grande giacimento di gusto e di cultura rappresentato dalle mille forme della pasta nelle diverse regioni, nei diversi territori, nelle cittร  della pasta. Una guida ragionata e โ€˜raccontataโ€™ per quel viaggio nel gusto che davvero puรฒ trovare sempre nuovi spunti.

Di sicuro invece non sono altrettanti i lavori che abbiano illuminato, nel farsi dellโ€™industria della pasta, il ruolo del lavoro e dei lavoratori.

Oggi, per quanto riguarda tutto il periodo del farsi del moderno processo produttivo della pasta, dalla seconda metร  dellโ€™800 alle soglie della II Guerra Mondiale, e che ritrova nellโ€™area napoletana e segnatamente a Torre Annunziata e Gragnano i suoi centri propulsivi, tutto sembra avvolto in unโ€™aurea di nobiltร , di coraggio, di bellezza di un bel tempo che fu.

Nulla di tutto questo.

La produzione della pasta, con i diversi spezzoni della sua filiera, era profondamente segnata dagli elementi di sfruttamento e di ingiustizia sociale tipici di quellโ€™epoca.

E non sarร  un caso che proprio Torre Annunziata, epicentro del processo produttivo moderno comprensivo anche del suo decisivo aspetto logistico di approvvigionamento, porto e depositi di grano, e molini, sia stata anche al centro dello svilupparsi di una moderna organizzazione, sul finire del XIX secolo, di lotta sociale, di difesa dei diritti e delle condizioni di vita degli operai addetti alla produzione. E sia stata al centro di tensioni e movimenti, scioperi, lotte di classe che hanno spinto in direzione di un miglioramento delle condizioni produttive e della qualitร  dellโ€™intero processo, sia dal punto di vista tecnologico che imprenditoriale.

Maria Natale Orsini ha saputo rendere nelle straordinarie pagine dei suoi romanzi, a cominciare da Francesca e Nunziata, il clima, lโ€™aria, i colori, gli odori persino dellโ€™epopea della pasta a Torre Annunziata. Immagini vivide di speranze, tensioni, lotte viste da diverse angolazioni sociali, ma primariamente da quella della famiglia dโ€™impresa e in incrocio con le vicende piรน generali del paese nellโ€™arco di circa un secolo : dalla metร  dellโ€™800 al 1940.

Protagoniste la pasta, Torre e le sue donne.

Giร  nel 1985 un altro Torrese illustre, Michele Prisco aveva saputo cogliere questo elemento del protagonismo delle donne scrivendo :

โ€œ Torre lโ€™hanno fatta ricca le donne, le operaie, le mogli degli imprenditori, le sorelle, una grande tempra, un coraggio da felini, e lโ€™hanno distrutta gli uomini, pigri, irresoluti, incapaci di sentire il futuroโ€ฆโ€ [1]


[1] Michele Prisco. La cittร  delle donne in La Voce della Campania , 26 agosto 1985

Ha dedicato a questa storia, che poi รจ anche la storia sua e della sua cittร , Angelo Abenante, storico rappresentante del movimento sindacale torrese e napoletano, dirigente del PCI, deputato, un lavoro prezioso :  Maccaronari. Edito nel 2002 รจ praticamente introvabile e stiamo lavorando al progetto della sua indispensabile riedizione.

โ€œ Il Sindaco della cittร , Vincenzo Gambardella, rispondendo al questionario dellโ€™inchiesta agraria dellโ€™onorevole Jacini nel 1877 dichiarava una mortalitร  infantile del 35%, lโ€™esistenza di un grande numero di analfabeti, unโ€™alimentazione di pane e piante erbacee, abiti ordinariamente di lana ruvida ed un solo pasto, alla sera, quando mangiavano una vivanda calda dopo aver fatto colazione di pane a mezzogiornoโ€ .[1]


[1] Angelo Abenante Maccaronari Novus Campus 2002    p.59

Ed รจ amplissima la rete industriale a Torre come daโ€™ conto un articolo de lโ€™Avanti, del socialista Oddino Morgari nel 1904 :

โ€œ Torre Annunziata vive dellโ€™industria delle paste. I grani le giungono dalla Russia su dei piroscafi, trecento lavoratori del porto mettono quei grani a riva; cinquecento mugnai li riducono in semole in quattordici grandi mulini a vapore; ottocento pastai trasformano queste semole in cinquantaquattro pastifici, duecento meccanici, fuochisti e falegnami  ne dirigono e riparano le macchine; altrettanti carbonai le forniscono di combustibile dal mare; trecento uomini della carovana di piazza fanno i servizi esterni con carretti a mano; cento carrettieri trasportano le paste a Napoli; cinquanta facchini della ciurma della ferrovia le caricano sui treniโ€ฆโ€. [1]

Le piรน moderne forme di lotta si affermano qui e si fronteggiano con una classe imprenditoriale il piรน delle volte con pochi scrupoli, espressione di visioni padronali e paternalistiche, spesso capace di โ€˜usareโ€™ a fini dโ€™ordine contro i lavoratori personaggi della malavita, parte di un blocco sociale retrivo e incapace di promuovere una modernizzazione anche sociale.

Come Abenante puntualmente ci ricostruisce, nel  1862 si costituisce il Comitato Masaniello. Nel 1883 si costituisce la prima Societร  di mutuo soccorso che nel 1891 si trasforma in Camera del Lavoro, una delle prime e delle piรน forti del paese. Dal 1901 al 1904 si sviluppano aspre lotte dei lavoratori, fino allo sciopero generale per contrastare le volontร  di conculcare anche i piรน elementari diritti dei lavoratori da parte della classe imprenditoriale.


[1] Angelo Abenante. Cit. p.57

E proprio intorno a queste lotte si inserisce anche una stampa che prende le parti dei piรน forti. Eโ€™ il caso de Il Mattino di Eduardo Scarfoglio che sostiene a spada tratta le ragioni degli imprenditori della pasta contro quelle dei lavoratori che anzi la penna sempre ficcante dello Scarfoglio colpisce senza alcuna pietร .

E non solo di โ€˜affinitร โ€™ ideali dello Scarfoglio si trattava.

Francesco Barbagallo nel suo recente Napoli Belle Epoque ci daโ€™ conto di profonde cointeressenze tra pastai e Scarfoglio:

โ€œ Dalla preziosa fonte archivistica dei Contratti di societร  siamo informati sui contributi dei pastai e della SAD. Alfonso Garofalo di Gragnano e i Fratelli Fabbrocino di Torre versarono 15.000 lire ciascuno; 10.000 il torrese Francesco Cirillo; 5000 ciascuno Annibale Fienga di Scafati e Francesco Iennaco di Torreโ€ฆโ€ฆ200.000 lire. Grazie a questi capitali freschi venivano rinnovati completamente lo stabilimento tipografico e le macchine con cui era stampato il giornale .โ€[1]

Cosรฌ andavano le cose.


[1] Francesco Barbagallo. Napoli, Belle Epoque. Laterza 2015. p.54.

4 Omaggio alla Cina. Dove molto ebbe inizio.

In questo tempo cosรฌ travagliato per un popolo grande e ricco di storia come quello cinese, metafora al tempo stesso, questo travaglio, di come e quanto, nellโ€™epoca della globalizzazione, รจ solo dalla collaborazione e dalla reciproca apertura e dal reciproco riconoscimento che possono derivare sviluppi positivi per tutti affinando la capacitร  di risolvere i problemi voglio rendere ad esso testimonianza e omaggio.

In un recente viaggio di lavoro che, grazie a Cittร  della Scienza,  ho avuto modo di fare lรฌ, visitando i

laboratori di archeologia di diverse Universitร  e centri di ricerca di quel paese, in primis a Chengdu,  ho trovato traccia diretta di una scoperta di cui i Cinesi vanno giustamente orgogliosi : quello che indubitabilmente รจ il primo piatto di spaghetti del mondo รจ stato trovato lรฌ, durante gli scavi a Laja, profondo occidente del paese, tra la fine degli anni โ€™90 e i primi del 2000. Un groviglio di veri e propri spaghetti ritrovati in unโ€™anfora capovolta probabilmente sommersa durante unโ€™inondazione e conservati benissimo. Il piccolo particolare รจ che si tratta di un ritrovamento che risale a 4000 anni fa.

In questa sede non importa alimentare dispute sulla sacralitร  delle origini, da cui poi in fondo siamo partiti in questo percorso di riflessione e di lettura. Si tratterร  magari di spaghetti fatti non con semola  di grano duro  ma con farina di miglio. Si tratterร  di forme primitive. Si tratterร , si tratterร โ€ฆ.ma sono spaghetti.

Non possiamo cosรฌ che essere grati a loro. Cosรฌ come probabilmente dovremmo esserlo agli Arabi che ne hanno avviato la scoperta e produzione nel Mediterraneo. E poi, certo, e non รจ poco, noi ci abbiamo messo il nostro.

E in questo caso, รจ giusto che cosรฌ vadano le cose.

Vuoi ricevere un avviso sulle novitร  del nostro sito web?
Iscriviti alla nostra newsletter!

Termini e Condizioni 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarร  pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *