La mano sinistra del sapere. La scienza come strumento del potere
Francesco Cacciante
Narrazione storica
Apogeo Feltrinelli Milano
2026
Pag. 255, euro 20


Dalla teorica preistoria ai giorni nostri. Nei miti di praticamente tutte le civiltà
troviamo
narrazioni che ci mettono in guardia dai pericoli della conoscenza, dal
costo da pagare per ottenerla alla punizione per averla ottenuta, dal potere che
può conferire ai moniti circa le conseguenze. Evidenti frequenti diffusi esempi
storici mostrano come la conoscenza, o ancora meglio l’asimmetria della
conoscenza, sia stata usata come strumento di potere, la conoscenza intesa
come strumento che da sempre l’umano ha usato per spiegare il mondo. Pure
credenze e superstizioni poggiavano su conoscenze codificate derivanti da quei
tentativi di spiegazione e il controllo di quelle conoscenze poteva essere
utilizzato per esercitare potere sui singoli, sulle masse o sul nemico. È questa
la mano sinistra del sapere (da cui il titolo), quella meno in vista e meno
raccontata (la destra per i mancini), che non lavora per il progresso, ma che
usa il potere per sfruttare la distanza fra chi sa e chi non sa. Sarebbe allora
decisiva una conoscenza libera e accessibile a tutti, proprio per difendersi da
chi vorrebbe usarla a fini politici o personali. La conoscenza, il sapere, la
scienza sono entità “neutre”, non contengono da sole un comando morale.
Conoscere un fenomeno non ci dice automaticamente come dovremmo
raccontarlo o governarlo. Quando qualcuno possiede una conoscenza preclusa
ad altri, o la nasconde dietro un codice, o la rende inaccessibile, può
manipolarla e usarla strumentalmente per i propri scopi. La conoscenza
condivisa non è la soluzione per tutti i problemi relazionali ed ecosistemici, ma
è di sicuro una parte della soluzione, ed è responsabilità di ognuno di noi,
soprattutto in questa fase storica, partecipare a questa condivisione, che sia in
qualità di ricevente o di diffusore (per esempio recensendo libri).

Il giovanissimo biologo molecolare e neuroscienziato Francesco Cacciante
(dopo il dottorato a Pisa e pure attraverso la fertile pagina @acacciadiscienza),
capace di “tradurre” concetti scientifici complessi in contenuti accessibili a tutti
e tutte, affronta qui, una questione “giusta” e interessante: storie, vicende,
personalità, esempi, aneddoti su come il potere sfrutta la scienza e sul perché
la conoscenza doveva, dovrebbe e dovrà rimanere libera. Rispetto all’ottimo
esordio divulgativo cartaceo, però, questa volta varie parti sono trattate in
modo superficiale (per esempio il passaggio dai cacciatori raccoglitori agli
allevatori coltivatori, lunghissimo contradditorio sofferto articolato), vi è meno
cura delle parole e dei termini (per esempio con ripetizioni e troppo frequenti
riferimenti a sé stesso) e traspare un patrimonio bibliografico carente e
insoddisfacente (manca per esempio la citazione dei volumi di Pietro Greco
sulla storia della scienza, in generale appare poco valorizzato il contributo di
scienziati e studiosi italiani). La narrazione è declinata attraverso cinque aspetti
fondamentali: Conquistare gli infiniti cieli (la “lettura” delle stelle e degli astri);
La carne degli altri (l’apprendimento del funzionamento del corpo); La corsa
agli armamenti (un viaggio pure tecnico fra le tecnologie belliche, in parallelo
con la biologia evolutiva); Deus est machina (la creazione di simulacri di sé
stessi, dai miracoli all’intelligenza artificiale); La forma dell’informazione (e il
suo controllo, nella cornice delle miserie e splendori della nostra natura
umana). Ovviamente, restano lodevoli l’intento e molti spunti, precisi i
riferimenti all’evoluzionismo, spesso godibile lo stile.

***

La parabola della Repubblica
Luciano Canfora
Storia italiana contemporanea
Sellerio Palermo
2026
Pag. 113 euro 13

Dalla Costituente alle prossime elezioni. “La parabola della Repubblica” è l’ultimo
eccelso
agile saggio di Luciano Canfora (Bari, 1942). In esergo Bobbio, De Felice,
La Russa, Meloni. Poi… “… Nelle increspature visibili alla superficie della storia
«evenemenziale» anche ottanta anni non sono pochi: specialmente nella storia
politica… Nessuno stupore dunque se la storia nostra repubblicana (1946 – 2026) è
sfociata in un finale paradossale, non però del tutto a sorpresa… Renzo De Felice
formulò una profezia indiretta (a dicembre 1987)… coglieva già il nesso tra ondata
migratoria e rigurgito fascistico. Quarant’anni dopo sappiamo che il fascismo ha
ripreso vigore da noi appunto puntando sulla drammatizzazione del fenomeno
migratorio. Donde la rimozione di un «principio fondamentale» della nostra
Costituzione, quello stabilito dall’articolo 10, che recita…” Per cortesia, andate a
rileggerlo. E votiamo, per dignità democratica, evitando che la destra continui a
governare il nostro paese.

***

Le ragazze della Reginella. Donne, mare e guerra in Adriatico
Daniela Donati
Romanzo storico
Nutrimenti Ariccia
2026
Pag. 121 euro 17

Marotta. 18 novembre 1917. Un monitore della Marina Militare, in viaggio verso
Ancona dopo Caporetto,
viene sorpreso da una tempesta al largo dell’Adriatico (sotto
Pesaro e Fano) e resta incagliato sul fondale. Undici ragazze fra 13 e 30 anni mettono
in mare un’imbarcazione davanti al piccolo villaggio costiero di pescatori (dove
ovviamente si conoscono tutti) e lo raggiungono, remando nella burrasca. Portano
viveri caldi, cestini di frutta, damigiane di vino, medicinali e coperte. Saranno
decorate con la medaglia di bronzo al valor militare, cinquant’anni dopo trovate lì
una stele a loro dedicata. E questa è storia. Altra cosa farne il delicato toccante
coinvolgente romanzo “Le ragazze della Reginella”. Vi riesce Daniela Donati
(Rimini, 1954), insegnante di lettere, formatrice culturale e scrittrice; trentasette brevi
capitoli (pure con gli antefatti a partire dall’inizio della guerra e dall’arrivo a Marotta
di Carlo, suonatore di mandolino), narrati in prima persona da una di loro.

***

Giochi nuovi per un vecchio cane
William Raineri
Giallo storico
Les Flâneurs Bari
2026
Valerio Calzolaio

Mugno, Val Tenebrina. Il 20 luglio 1952. Il ricco presidente ingegnere viene ucciso
nel salottino dell’ufficio dello stabile della grande
impresa industriale M.M.M. SpA di
Mugno (fonderia di metalli speciali), a tarda sera la minuta segretaria personale
Mariuccia in lunga attesa alfine scopre il potente barone Gustavo Ermenegildo
Bertone Oldiferri con la gola tagliata sulla poltrona. Ovviamente non lo sa il 32enne
ex comandante partigiano Benito Olmo Pietra, figlio dell’artista grafico Mario,
segnato nel corpo e tormentato dal passato, un bel paio di baffi neri e il profumo di
sapone anche nei giorni feriali, ora elegante investigatore privato con il biondo socio
Gianluigi Gino Brandi, quando riceve la 41enne splendida moglie della vittima
Jolanda Fracassi, che lo informa di essersi innamorata di una 38enne, Romilda
Massoleni, mascolina proprietaria di un’altra fabbrica e campionessa di vela, e di
aver paura che il cattivo e vendicativo marito faccia eliminare l’amante. Comunque,
rifiuta l’incarico; poi la mattina dopo legge i giornali, riprende in mano la busta che
lei gli aveva lasciato e ci pensa su; arriva però un timido ufficiale degli alpini, ex
commilitone in Russia, chiede aiuto per il fratello Cristiano Morelli, impegnato come
guardiaspalle di un allibratore di scommesse clandestine. Benito decide di andare in
motocicletta Guzzi a trovare la graziosa sarta Lilliana, con la quale ogni tanto si
scambia coccole, ma scopre che sta misurando il vestito a un bell’uomo giovane e
muscoloso, proprio con il viso all’altezza del cavallo; se ne va e comincia a indagare
su entrambi i casi che ha per le mani; prima va a trovare l’altissimo e possente
Cristiano, poi ragiona insieme a Gino sulle notizie raccolte relative all’omicidio; ci
sono interessi segreti, gelosie e faide imprenditoriali, molti soldi in ballo.
Il pubblicitario e scultore William Raineri (Brescia, 1970) è alla seconda prova
narrativa seriale. Cresciuto con la passione per le storie trasmessagli dalla nonna,
ha unito negli anni scrittura e creatività visiva, fondando Raineri Design, firmando
loghi e campagne per brand nazionali e internazionali, ottenendo numerosi premi;
scrive racconti, progetta mondi narrativi e scolpisce nel suo laboratorio di
campagna; nel 2023 ha pubblicato il romanzo Chi porta le ombre, ambientato nel
novembre 1950, sempre nell’immaginaria Mugno (provincia bresciana) e con lo
stesso protagonista (a quel tempo ancora non investigatore ufficiale). Il titolo deriva
da un proverbio inglese “You can’t teach an old dog new tricks”, indica una
resistenza psicologica al cambiamento dovuta all’abitudine, vale anche per Olmo,
che ormai non crede veramente nella giustizia ma la usa come strumento per
ottenere vendetta, l’agenzia è una sorta di copertura. Lui segue le tracce, resta
nell’ombra, colpisce e scappa. Tornano anche altri personaggi, in particolare il

tenente dei carabinieri Enrico Carraro e il suo fedele braccio destro Giannelli.
L’autore ama l’industria manifatturiera e ha studiato riviste e materiali (soprattutto
pubblicitari) dell’epoca: se la immagina “sporca”, lugubre e rumorosa; anche gli
uffici come luoghi potenzialmente violenti e pericolosi, pur senza ferro e ruggine.
Nel romanzo ci sono vari animali: una lucertola, un ragno, una merla e il cane
(ancora il titolo) Melchiorre, che probabilmente abbaierà ancora in futuro. Il
tormentone di quell’estate era Grazie dei fiori di Nilla Pizzi.

Vuoi ricevere un avviso sulle novità del nostro sito web?
Iscriviti alla nostra newsletter!

Termini e Condizioni 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *