LETTERA APERTA A GIANFRANCO NAPPI
Caro Gianfranco, ti scrivo per provare a dire la mia sul dibattito che hai aperto con la tua proposta nei giorni scorsi.
Anche in questo caso la generosita’ non ti ha fatto difetto, credo tu sapessi bene di esporti anche a critiche.
Del resto, dopo alcuni anni di intenso lavoro di cui ti do atto – hai tutto il diritto di avanzare proposte.
Onestamente non mi hai convinto.
Di fronte ai grandi e gravi nodi che caratterizzano il quadro del globo, al panorama di forze politiche anche del campo progressista, chiuse in una asfittica e inefficace autoreferenzialita’.
Di fronte al vento di destra minaccioso, forse qui da noi perfino troppo enfatizzato come facile scorciatoia di una opposizione priva di idee e visione.
Proponi in sostanza un movimento di senza partiti e la richiesta alle forze politiche ufficiali di aprire ad esso le proprie liste elettorali.
Temo non si riesca a vedere che semmai il tema e’ quello di provare a disinnescare la presa avversaria sui ceti popolari.
La fine del vecchio movimento operaio ha aperto una voragine, se non c’e’ un corpo sociale coeso sai bene che e’ illusorio organizzare alternative politiche effettive.
E dal declino del fordismo un’altra struttura sociale non c’e’.
Fu questa la fugace intuizione no global.
Agganciare la contesa al quadro globale e ai momenti che simboleggiavano il potere con I grandi raduni.
Da Seattle e Porto Alegre, poi Napoli e Genova 2001.
Si affaccio’ lì in embrione una nuova composizione di classe, precaria e sociale.
Potente nell’assedio alle zone rosse, simbolo del nuovo capitalismo globale, ma anche per questo fragile quando si tratto’ di sedimentare alternative piu’ orizzontali.
E in questa difficolta’ il vento e’ cambiato.
Adesso che fare?
Difficile dirlo.
Temo però che la proposta che hai avanzato , per quanto volenterosa, non abbia l’audacia di fuoriuscire dal recinto della politica ufficiale ormai morta. Beninteso anche la piu’ radicale.
Il rischio e’ quello di replicare, come ormai da piu’ di un decennio, quello stazionamento sterile in un limbo politicista che si ostina a magnificare una “societa’ civile” che nessun risultato ha prodotto.
Ci si ostina insomma a non voler guardare in faccia il vero volto della sconfitta storica odierna.
Piu’ che dei “senza partito” forse sarebbe opportuno che ci occupassimo dei “senza classe”.
Milioni di lavoratrici e lavoratori, occupati o precari, che operano, privi di tutele e riferimenti, nel lavoro contemporaneo disaggregato e scomposto e nelle mille forme che innovazioni inimmaginabili gli hanno oggi conferito.
Superfluo farne l’elenco, sappiamo tutti dove opera, fuori dal cono di luce, questa classe in sé ma da tempo non piu’ per sé.
Dal residuo fordista alla logistica, dai nuovi lavori del digitale e delle grandi piattaforme tecnologiche del capitalismo contemporaneo ai grandi centri commerciali, fino alla forza lavoro immigrata.
Un universo profondo che produce valore di cui il capitale odierno – senza che il lavoro abbia piu’ la forza di un negoziato – si appropria.
E’ qui che, come sai propongo da tempo, varrebbe la pena di tentare con pazienza mettere le mani.
La stessa necessita’ di fare argine alle destre, come dimostrano i recenti risultati elettorali di alcuni Land tedeschi, piu’ ‘ che materia di ideologia e’ una delicatissima questione sociale.
Difficile certo, e lavoro di lunga, lunghissima, lena.
Ogni scorciatoia di politicismo elettorale – moderata o radicale che sia – mi appare invece un passo ulteriore verso confusione e sconfitte.
Naturalmente, caro Gianfranco , spero davvero di sbagliare.
Intanto ti riconfermo ogni stima e la mia disponibilita’ al confronto piu’ schietto e fraterno.
***
LA RISPOSTA DI GIANFRANCO NAPPI
Caro Vito, ti sono grato per questa tua impegnata interlocuzione.
Del resto, anche in questi caso, siamo accomunati da un dato mi sembra: nè le mie analisi e proposte nè le tue sollecitazioni riescono ancora a muoversi su un terreno incidente, diciamo così.
Quindi devono per forza esserci criticità nei ragionamenti di entrambi.
Non dico questo per segnare una distanza ma per l’esatto opposto, che mi deriva dall’ essermi formato e dall’essere cresciuto in un movimento grande, di grandi masse e di popolo: il PCI. Pur nella sua parabola conclusiva.
E da questo traggo quasi l’istinto, direi, a cercare sempre le vie del ragionamento comune, della ricerca e del lavoro comuni.
Che poi è la sollecitazione che ti vado facendo da tempo lungo: così esposti, così battuti, almeno i non domi dovrebbero trovare il modo di lavorare insieme, nei modi e nelle forme in cui è possibile: cercare un mare piú largo.
E dicendo questo, me ne rendo conto, non abbiamo ancora detto niente del che fare ma abbiamo indicato un indirizzo secondo me prezioso.
Del resto, ti chiedo, e qui vengo ad un secondo punto, perché quella nuova conflittualità che tu giustamente invochi, quel calarsi nella classe non più classe ma non meno sfruttata di ieri non trova sponde e dinamiche attuative?
Perché non si afferma una dinamica profonda? Solo cattiva analisi o, peggio, incapacità di vedere ( che pure ci sono, e tutte ), o perché effettivamente nella sua vittoria il capitale destruttura ogni giorno, nella mente e nel cuore di ogni singolo individuo, l’idea stessa che insieme chi sta sotto è più forte, che con-dividendo, anche le ragioni del singolo e della sua effettiva libertà sono più forti, e quindi, per chi vuole affermare nuovo conflitto, la ricerca di vie inedite di organizzazione e di lotta fa tutt’uno con il bisogno di riorganizzare una rete sociale vasta che sola può ergersi di fronte al nuovo capitale con possibilità.
Un altro punto. Nella sua rivoluzione il capitale non solo ha travolto la ‘fabbrica’, il processo produttivo, ha affermato un taylorismo diffuso rispetto al quale quello della ‘vecchia’ fabbrica concentrata si sente davvero minore. Ma, con la rivoluzione digitale, ha messo a frutto e ad estrazione di ricchezza la nostra stessa vita. Il nostro stesso tempo. Tutto. Notte compresa.
Ma se è così, allora, forse, offre a noi l’opportunità di lavorare su nuovi fronti conflittuali e tutto ciò che nella società è organizzazione del comune, sottrazione alla dittatura della calcolabititá, recupero di spazi urbani sottratti alla logica della valorizzazione della finanza globale e della più moderna rendita fondiaria, non è un qualcosa di sovrastrutturale, di laterale, ma diventa una frontiera nuova di contraddizioni su cui lavorare: a cominciare dalla rivendicazione e pratica di sovranità sui dati territorio per territorio, alla rottura climatica e a giustizia sociale e ambientale, facce di un’unica medaglia.
Non ad una indistinta società civile ma a questi mondi così vitali e presenti ho dedicato il cuore della mia riflessione, evocando un percorso di loro possibile ‘soggettivzzazione’, di loro ‘salita’ di grado politico perché quel che fanno ha già in nuce, pur con tutte le loro fragilità e non linearità, la potenzialità di rappresentare una via di uscita dalla crisi, anche per me irreversibile della politica dei partiti reali.
Del resto, se guardo alla Campania, proprio sul tema della rottura climatica, se guardo all’esperienza del Movimento Rigenera, pur nella sua gracilitá, ha posto all’ordine del giorno della politica campana, e con forza, nodi ineludibili.
Quindi, l’opposto mi sembra di una fuga o di una coazione a ripetere politicista la mia.
Elude questo il tema che poni tu invece? No. Io sono convinto dell’urgenza di un lavoro nella direzione che tu indichi: non lo vedo in contrapposizione. Torna il tema , se vuoi, di costruire relazioni tra percorsi diversi.
Infine, ho cercato di ragionare su un dato semplice, su cui ti chiedo: condividiamo il giudizio sulla posta in gioco del prossimo voto? Pensiamo che l’opposizione alla destra stia prospettando un piano di proposte capaci di mobilitare tutta quella società necessaria alla alternativa? Ce la fanno da soli? E noi, quelli che definisco senza partito, che facciamo, criticando assistiamo solo? O siamo chiamati anche noi ad una attivazione che lanci un ponte anche sul dopo voto?
Questo è quello che mi preme sottolineare e sollecitare.
Poi sul che e come fare, quante piú idee e protagonisti si raccolgono, meglio ê.
E spero davvero avremo modo di discuterne pubblicamente tutti insieme.

