Il cacciatore e altri racconti. Ci sono libri che raccontano una storia. Questo
racconta uno scrittore

Dashiell Hammett
Traduzioni (alternate) di Sergio Altieri e G.L. Staffilano
Racconti (non proprio) di genere
Baldini e Castoldi Milano (ed. statunitense 2013, anno anche della prima
edizione italiana, “On the Way” Mondadori, con la stessa traduzione)
Pag. 419 euro 22
2026


California e New York. 1922 – 1934. Fred Vitt era un uomo paffuto e pallido,
con amichevoli
occhi chiari e le labbra rosse. Non essendo guidate
dall’esperienza nutrita da una vocazione chiara, da circa dieci anni le alterne
fortune della ricerca di un impiego lo avevano portato a lavorare per
un’agenzia di investigazioni private e lì era rimasto, diventando un detective di
notevole efficacia anche se, per carattere, non era poi adattissimo a quella
professione, che lui trovava per molti aspetti ripugnante. Quello che però gli
piaceva erano l’irregolare mutevolezza delle situazioni, le conferme delle sue
capacità (che peraltro arrivano solo ai detective di maggior talento),
l’occasionale inseguimento di qualcuno in fuga (un furfante fino a quando un
tribunale non avesse sancito il contrario). Quel giorno era sulle tracce di un
falsario. Chiese all’imprenditore che lo aveva assoldato di vedere gli ultimi
assegni emessi, individuando quello che poteva essere stato usato come
modello per la firma falsa. Apparteneva al sarto, andò dove lavorava,
incontrando il proprietario e il contabile e sospettando subito il secondo.
Presentandosi, con l’ausilio di uno della miriade di biglietti da visita che gli
affollavano le tasche, come il rappresentante di un’istituzione bancaria che
offriva lavoro (tanto spumeggiante quanto indefinito) lo incontrò insieme alla
donna con cui conviveva e ai due figli di lei. Un investigatore è un uomo
assunto per eseguire un certo numero di azioni ben definite: non è un giudice e
men che meno un dio. Forse un cacciatore. Vitt doveva fare in fretta, i negozi
chiudevano alle cinque e mezzo, e sua moglie gli aveva chiesto di portarle a
casa tre rocchetti di filo nero numero 60.

Dashiell Samuel Hammett (1894 – 1961) fu un uomo alto bello tubercolotico
solitario e donnaiolo (oltre moglie e due figlie, oltre ovviamente Lillian
Hellman), spesso un investigatore privato tra il 1915 e il 1922, un grande
scrittore (per sopravvivere e come vocazione) pubblicato dall’ottobre 1922 e
poi per un’altra breve parte della vita (da rileggere ovunque periodicamente),
una star per un paio di decenni, un compagno militante per la giustizia sociale
e i diritti civili (messo in carcere sei mesi dal maccartismo). Sulla base
dell’archivio acquistato da un’università texana, con l’aiuto degli eredi e in
particolare della nipote Julie M. Rivette, il suo biografo Richard Layman (1947)
ha fatto riemergere diciassette notevoli racconti e tre soggetti cinematografici,
mai raccolti in antologia e perlopiù inediti: “The Hunter and Other Stories” in
americano (2013), sulla base del titolo del primo breve racconto in terza
persona (il titolo del coevo volume italiano veniva da un altro racconto). I testi
sono raramente hard-boiled, quasi solo il primo, comunque distinti in quattro
sezioni (crimine, uomini, uomini e donne, storie per il cinema), un’appendice
con alcune pagine di un incompiuto frammento con protagonista Sam Spade e
l’opportuna “aggiunta” di ottimi introduzione e commenti a ogni parte
(Leyman). Nella postfazione sul nonno, Rivette rileva che la raccolta di storie
inedite o poco conosciute, incentrate sui personaggi, sui loro paradossi e sulle
loro scelte, più che su trame e rompicapi, fornisce “nuovi barlumi su Hammett
e sulla sua visione variabile del mondo, quella di un uomo riflessivo,
enigmatico, che alternò povertà e ricchezza, costa occidentale e costa
orientale, carriere di scrittore di opere pulp, di libri e di film”… mettendo anche
“alla prova la sorte nelle gare sportive, a carte e con i cavalli, per sua
occasionale sfortuna”.

***

La bella età. Note di lavoro
Tullio Pericoli
Illustrazione e pittura
Adelphi Milano
Pag. 150 euro 15
2026

Arte contemporanea. La vita somiglia a un paesaggio: man mano che te ne
allontani, lo vedi meglio. È come entrare in una lente deformante che
ingrandisce e mette a fuoco, soprattutto i particolari più distanti nel tempo.
Come avviene con il paesaggio, questa distanza, stellare e temporale,
restituisce, della vita, una visione nuova, più precisa: ingigantisce, anziché
ridurre, i dettagli. Ed essi, uno a uno, riappaiono per mostrarci anche quello
che abbiamo fatto male, gli esperimenti intentati, le idee sfiorate o mancate,
forse un serbatoio di ricchezze. Riflettere sul tempo della propria vita a una
certa età sa di commiato e questo generalmente non dà piacere. Ma la
consapevolezza dell’ineluttabilità della fine piò pacificare e attenuare il senso di
colpa verso alcune domande che ti sono state poste da oggetti e persone.
Realizzando un ritratto, un disegno, un paesaggio, un dipinto inevitabilmente
viene sempre a crearsi una relazione triangolare fra chi ritrae, chi e cosa è
ritratto, chi vedrà il ritratto, quando e dove, con i relativi permanenti sensi
dell’incompiutezza e dell’inquietudine. A tutti noi, non solo agli artisti, a volte
succede di avere un’idea, un’illuminazione, di fare una scoperta, anche nelle
cose di tutti i giorni; l’ispirazione è questo; qualcuno la traduce in un segno
grafico, qualcuno in una poesia, altri nel modo più comodo di legare un pacco;
l’ispirazione produce idee, non concetti; la ragione è fredda e tende a
“geometrizzare” la vita, le idee sbocciano da intelligenze imperfette,
improvvisamente, accese dalla nostra follia. Qualche volta l’ispirazione si
sveglia da sola con la voglia di essere ascoltata e soddisfatta, ma più spesso
bisogna andare a cercarla, snidarla, farla uscire dall’inattività, accarezzarla,
sollecitarla, addirittura scuoterla. C’è che vi è riuscito alla grande.

Il 2 ottobre 2026 il grande disegnatore, ritrattista, paesaggista, pittore Tullio
Pericoli (Colli del Tronto) compie novanta anni (Bilancia). L’ultimo libro di
parole è dedicato a un’età talora bella, la paziente vecchiaia (da cui il titolo),
descrivendo come rivede oggi il suo mestiere di artista. Ha portato sempre e
comunque con sé i propri occhi di bambino, di quando si sono aperti e hanno
visto il loro primo paesaggio, che lo accolse e dentro il quale visse per circa
vent’anni; riemerso in modo luminoso negli ultimi decenni e divenuto l’oggetto
principale dei suoi studi e del suo lavoro, aspre e ondulate colline e “fossi”; un
modello che esce vincente da ogni confronto con gli altri luoghi che gli è
capitato di frequentare, e ora, quando torna a vederlo, si è accorto che si
sovrappone a tutti e li cancella, evitando la sciocca malinconia per paesi che
non ha visitato. Il suo (e nostro) paesaggio vitale e fertile riguarda le colline
marchigiane meridionali, non è proprio un caso che ricorrano nel testo
frequenti richiami a Giacomo Leopardi, Osvaldo Licini, Eugenio De Signoribus.
Pericoli lo ha sempre rappresentato in modo incantevole e mirabile,
guardandolo e ricordandolo con tutto il corpo. Ovviamente le sue note di lavoro
si soffermano su altri innumerevoli grandi artisti di varie epoche, su famosi
amici contemporanei, su citazioni pertinenti (forse eccetto quelle sulla biologia
evoluzionistica) e sei immagini significative (Sofonisba Anguissola, Caspar
David Friedrich, Franz Kafka, Alberto Giacometti, oltre a due proprie). Dopo
l’introduzione, la narrazione è distinta in brevi capitoli di riflessioni
autobiografiche (talora scritte tempo fa e tenute nei cassetti sotto forma di
frasi buttate lì): Il disegno; Il ritratto; Il paesaggio; Le parole e la linea; Il
corpo; L’ispirazione; La tela bianca; La pittura; L’”arte”; conclusa da uno
spunto giocoso e dal dialogo con l’inviato culturale Enrico Regazzoni.

***

Certe donne
Stefania Martani
Raccolta di poesie
AltriMedia Matera
2025
Pag. 79 euro 10

Tormenti d’oggi. Roma, Recanati e non solo. La brava giornalista, docente (latino e
greco)
, mamma caregiver e poetessa Stefania Martani (Roma, 1974) è una di
“Certe donne” con occhi grandi di dolore. Le descrive nella raccolta di una
sessantina di belle poesie, con molti termini vorticosi, sentimenti strazianti, spunti
autobiografici. Accurata anche nella scelta di parole desuete e descrizioni toccanti
distingue tre parti: le Varie (“poeta non si noma e non si dice, poeta è solo musica che
suona al cuore e alle sue ferite…”); I miei lari (con il narcisismo di alcuni di noi
maschi e l’amore di gattara), il padre (“dove sei andato, padre, dove riposi o dove ti
tormenti per quell’abbraccio che non hai mai dato…”); Amoroso giglio, oltre la metà
dei componimenti, compreso quello che offre il titolo generale. “…Solo sollievo è
quel muto ritrovare in uno sguardo amante lo stesso spalancarsi di domande. Io non
ho questa fortuna la mia domanda, supplica preghiera risuona solitaria nella sera”.

***

Quando Pinocchio non c’era
Carlevero, Maggiani, Manzini, Masini, Mazzucco, Parrella, Rapino, Stassi
A cura di Antonio Manzini
Racconti
Nota finale sugli otto autori: 1980, 1951, 1964, 1962, 1966, 1974, 1951, 1962
Sellerio Palermo
2026
Pag. 262 euro 15

Ottocento. Toscana. Carlo Lorenzini (Firenze 1826-1890) adottò lo pseudonimo di
Carlo Collodi nel 1856;
nel luglio 1881 uscì la prima puntata delle Avventure di
Pinocchio” su un periodico per l’infanzia; nel 1883 uscì uno dei libri più tradotti e
letti al mondo. In occasione del 200° anniversario della nascita, con la raccolta
“Quando Pinocchio non c’era”, quattro scrittrici e quattro scrittori ottimi e
contemporanei (Carlevero, Maggiani, Manzini, Masini, Mazzucco, Parrella,
Rapino, Stassi) dedicano un racconto a personaggi inventati dall’autore, prima che il
pezzo di legno parlasse all’attonito falegname stravolgendo le successive vite: il
Gatto e la Volpe, il Grillo Parlante, Mastro Ciliegia, Lucignolo, Mangiafuoco, il
Pescecane, la Fata e, ovviamente, il povero Gieppetto coinvolto nelle spedizioni
garibaldine. Nell’introduzione Manzini sottolinea la “fedeltà esistenziale ai
personaggi, il tentativo di descrivere i loro silenzi senza tradirli… una conversazione
che non finisce mai”.

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