Ringrazio davvero gli amici del Corriere del Mezzogiorno e Paolo Grassi per avere ospitato questa riflessione nella quale – più che il giudizio su di un passato su cui non sono certo io a dover parlare e per il quale davvero non ho niente da difendere se non la verità minima delle cose – mi premeva sottolineare che al tempo della rottura climatica, nessuna discussione sulla città, sul suo presente e il suo futuro, ha senso se non muove dal bisogno di costruire, qui ed ora, giustizia sociale ed ambientale unite. Ed è in questa chiave che va reimmaginato tutto il rapporto tra città-metropoli ed aree interne/Appennino oggi colpite in pieno da un processo di spopolamento. Parlo di un patto, di una alleanza da costruire tra queste due realtà in squilibrio storico di relazione nella vicenda meridionale. Il bisogno che c’è dunque è quello di una innovazione profonda,di cultura, di idee, di pratiche di governo, di forme di partecipazione e perfino di autogoverno. Di sovranità dei territori. Ecco una frontiera attualissima, di cui quasi nessuno parla e che Michele Mezza giustamente mi risottolinea: da un lato, lavorare per processi di innovazione tecnologica al tempo di algoritmi e capacità di calcolo mai così potenti e di IA, concepiti già in partenza al servizio dei bisogni dei cittadini e su cui i cittadini, grazie al ruolo delle istituzioni locali e dei centri pubblici di formazione e ricerca sottatti ad ogni logica aziendalistica e di dipendenza dal privato, mantengano controllo e sovranità. Non una innovazione generica e subalterna al mercato che apre le porte ai colossi del web che colonizzano le nostre vite espropriandoci dei nostri dati su cui fondano le loro fortune e il loro potere. Ma dall’altro, appunto, un processo del genere , fa emergere quanto sia fondato sull’argilla il potere di questi colossi: se stacchiamo la spina dei nostri dati, ne colpiamo a fondo il potere.
Grandi questioni, a cominciare da quella primaria della rottura climatica , del tutto assenti dal dibattito prevalente nel blocco di potere di economia-accademia-ceto politico che regge Napoli e non solo. Ragione in più per rilanciare una iniziativa su questi terreni. E davvero lascia sperare l’esperienza di Rigenera Campania che su questi temi ha in programma di lanciare a breve la sua Campagna di Irruzione Democratica. E avremo modo di riparlarne. G.N.
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Trovo in larga misura surreale un certo dibattito su Napoli.
Il Sindaco Manfredi rivendica di avere interrotto trent’anni buoni di immobilismo per timore di scegliere, per vizi ideologici.
Ma davvero gli ultimi sono stati 30 anni di immobilismo per Napoli?
Un giudizio storico non veritiero compromette anche poi una conseguente valutazione politica.
30 anni problematicissimi Per Napoli e per l’Italia certo. E dei quali non ho da difendere alcunché se non un minimo di verità appunto.
Il Sindaco cita Polo universitario a Scampia, Università e innovazione a San Giovanni; metropolitana; il valore di Napoli Afragola…ma di grazia, sono esattamente una parte delle cose nate nel trentennio di immobilismo dopo la città in ginocchio di fine anni ’80.
Una città che da Bassolino-De Lucia-Marone a Iervolino-Santangelo ( e sento proprio il dovere di ricordarlo il Notaio Tino Santangelo), ha elaborato, sempre nel trentennio di immobilismo, un Piano Regolatore che presentava una idea forte di città da attuare. Idea difesa con forza anche negli anni di Luigi De Magistris.
In buona sostanza non è l’immobilismo che si è superato, ma uno sforzo difficile di immaginare un governo del territorio che puntando a valorizzare risorse ed energie della città, attraendone anche di nuove, non sacrificasse alla logica dello sviluppo e del mercato il bene più prezioso in questo momento per tutti: l’aria che respiriamo, il terreno su cui camminiamo e da cui si trae il cibo, l’acqua che bagna le coste, quella dei fiumi, quella che beviamo, il verde che è biodiversità.
Surreale, nel pieno di una estate rovente che non finisce e di un mondo senza inverno, per citare uno dei più bei romanzi degli ultimi tempi, di Bruno Arpaia: ma di quale idea di urbanistica e di città si parla se non si parte dalla crisi climatica? Dalla città-asfalto-cemento-forno invivibile e che colpisce soprattutto i settori sociali più esposti: provate dai vostri uffici climatizzati la condizione di chi a questo non può aspirare, nelle case popolari, nei quartieri periferici, nelle carceri, nelle strade e nelle piazze assolate inattraversabili e quindi chiusi a casa?
Il tema di tutte le metropoli più avvertite è questo oggi. A Parigi, solo per fare un esempio, la vecchia Sindaca socialista Hidalgò ha realizzato un bosco davanti all’Hotel De Ville. A Napoli vorrebbe dire un bosco a Piazza Municipio.
Tutte le più importanti metropoli si interrogano su questo, elaborano piani strategici, riorganizzano le proprie funzioni, e attraggono competenze, ricerca, imprese per soddisfare una grande domanda di innovazione di vita urbana che è anche innovazione sociale, di trame da ricostruire, di cura del territorio e delle persone.
Secondo gli esperti, rimpiangeremo le temperature di questa estate mentre si susseguono fenomeni sempre più estremi.
Si invitino le Università campane, il CNR. l’Ispra, Stefano Mancuso, Mario Tozzi, Luca Mercalli, Federico Butera, i Sindaci di altre città europee e del mondo, i Movimenti ambientalisti per un grande confronto che faccia di Napoli e della Campania una delle nuove capitali della realizzazione di giustizia sociale e giustizia ambientale, inscindibili allargando le opportunità offerte anche dal Regolamento europeo sulla rinaturalizzazione.
E’ tutta una idea di città che deve cambiare.
Questo è il vero immobilismo da superare per aprire Napoli ad un ruolo nuovo. Non certo quello di una città tentacolare, che abbandona a se’ stessa la sua area metropolitana congestionata e si espande verso la Regione non in una inedita alleanza di città e campagna, di metropoli e zone interne – riserva queste sempre più vitale di biodiversità, di cultura, di produzioni di eccellenza, necessarie per innervare, parlo di verde, orti urbani, boschi, anche la città – ma nella riproposizione di una idea di Napoli che, imperialmente, scarica le sue contraddizioni sull’interno: così fu con il pentapartito degli anni ’80 e del Regno del Possibile e la realizzazione a Nola, sul suolo più fertile d’Europa, di un complesso -CIS,VulcanoBuono,Interporto,ASI,NTV – che sta ingoiando nel cemento buona parte della Campania Felix, mentre una inesausta attività estrattiva sulle pareti appenniniche che vi si affacciano inonda di polveri sottili tutta la popolazione oltre a deturpare il paesaggio che tanto affascinò Goethe; così è stato ed è ancora oggi con i rifiuti; così è con l’abbandono crescente dell’Appennino e la sua prossima fagocitazione in una logica estrattiva.
L’urbanistica innovativa, ma direi l’urbanistica in assoluto che non parta dalla rottura climatica in atto urbanistica non è. E’ roba vecchia, conservatrice, immobile nella idea vecchia di valorizzazione della rendita fondiaria.
E infatti, siamo diventati nel decennio i terzi in Italia per consumo di suolo, siamo gli ultimi tra le città italiane per alberi pro-capite; l’overturism incontrollato sta fagocitando socialmente il centro storico; il Bosco a Occidente si degrada a verde attrezzato; nell’area flegrea nessun cambio di paradigma nell’intervento che rimane solo emergenziale; qualche metro di spiaggia rimarrà a Bagnoli ma tra una gara e l’altra e gli abitanti saranno turisti a casa loro. E si vive in questa terra del bengodi mediamente tre anni in meno rispetto al Nord. Dieci anni fa era esattamente in contrario. No. Non va per niente bene, caro centrosinistra modello.
Gianfranco Nappi




Ottimo caro Gianfranco davvero ottimo e grazie 🙏